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Visualizzazione post con etichetta Riflessioni. Mostra tutti i post
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martedì 2 febbraio 2016

Aldo Masullo... Piccolo teatro filosofico



Il pensiero è un ininterrotto gioco di domande e di risposte. Ognuno di noi, quando è solo, riesce a pensare perché dialoga con se stesso. Si pone domande, si dà risposte, obietta ad esse, ripropone le domande con le modifiche suggerite dalle obiezioni. Il dialogo tra due, o più, interlocutori è la dialogicità incarnata in una "corrente" di parole sonanti. Perché dunque i problemi estremi del pensiero umano non dovrebbero appunto nella forma del dialogo trovare la naturale sede del proprio essere discussi, insomma pensati? Il dialogo è la situazione umana in cui irrompe la filosofia. Che senso hanno allora i dialoghi scritti? Essi sono le trascrizioni autentiche del dialogo interiore dell'autore nella sua solitudine, per lo più affollata di fantasticati personaggi come, questa volta, un Benedetto papa e il principe Amleto, Giordano Bruno e un procuratore di Stato, Eraclito e un vecchio orologiaio. In effetti, mostrare il libero esercizio dell'intima dialogicità è un amichevole, provocante invito ad altri a esercitarlo in proprio.
Cari alunni della Terza As... a voi la parola sul dialogo di Aldo Masullo tra l'anima e l'automa letto in classe...

venerdì 11 dicembre 2015

L'apologia di Socrate



Socrate fu condotto dinanzi al tribunale dell'Eliea nel 399 a. C. dopo la caduta della tirannide di Crizia alla cui cerchia era stato legato, sotto l'accusa di empietà e di corruzione dei giovani: un'accusa che celava avversioni politiche non meno che insofferenze ideologiche. Il testo delinea non solo un ritratto individuale, ma l'immagine ideale del vero filosofo, interamente votato all'esercizio della conoscenza e alla ricerca del bene.


lunedì 19 ottobre 2015

L'Etica di Tommaso Campanella


"Libero [...] è colui che può decidere, volere e disvolere in modo autonomo e non è indotto da altri, ed esprimere l'atto della volizione e della scelta da sé, anche non sollecitato dagli oggetti, né guidato dalle passioni. I cani e i bambini in questo senso non sono liberi, ma spontanei, perché sono mossi dagli oggetti verso le passioni e le azioni senza scegliere quelle da perseguire o quelle da evitare".

mercoledì 7 gennaio 2015

Il Simposio



Il Simposio è la grande "lezione d'amore" del pensiero occidentale. Platone ci presenta le dottrine dell'eros immergendosi nel mondo magico del mito, nella filosofia presocratica, nella scienza medica, nel sentire comune e in quello dei poeti. Attraverso la voce di Socrate, propone anche una nuova visione dell'amore, che libera la forza demoniaca dell'eros al di là del vincolo dei corpi e degli individui, in un'autentica ascesa conoscitiva verso l'idea del Bene e del Bello. Cari Alunni delle Terze... a voi la parola...

martedì 18 novembre 2014

Che cosa fanno oggi i filosofi?



Cari Alunni delle Terze As e Bs.... dopo la lettura dell'articolo fatta in classe, lasciate una vostra riflessione...

Umberto Eco e Norberto Bobbio rispondono alla domanda «che cosa fanno oggi i filosofi?». In questi brevi passi viene ribadita la nozione di filosofia come "domanda" e "ricerca di senso". 

U. Eco. Cos'è la filosofia? Scusate il mio conservatorismo banale, ma non trovo ancora di meglio che la definizione che ne dà Aristotele nella Metafisica: è la risposta a un atto di meraviglia. Vogliamo tradurlo in termini molto, molto contemporanei, dopo la "logica delle rivoluzioni scientifiche" di Thomas Kuhn? È la sensazione che nel paradigma qualcosa non funzioni. Un paradigma è un insieme, una costruzione di regole e di principi alla quale ogni scienza del tempo si attiene. Ogni tanto appare una frattura: il paradigma si disfa, ne nasce un altro. Il momento della filosofia è quell'atto che avviene quando si ha l'impressione che il paradigma così com'è si muova a vuoto e al suo interno si facciano ormai solo giochi enigmistici. René Thom potrebbe dire che ogni gesto filosofico è una catastrofe (nel senso non banale del termine). 
Quindi la filosofia è necessariamente atecnica e non scientifica. Usa per lo più come categorie delle grandi metafore, scavalca i confini delle scienze perché, provando malessere per i paradigmi troppo stretti, cerca di mettere in contatto universi diversi. Quindi è sempre una forma di alto dilettantismo, in cui qualcuno, per tanto che abbia letto, parla sempre di cose su cui non si è preparato abbastanza. Ciò non esclude che facendo queste operazioni di alto dilettantismo ogni filosofia poi non produca un sistema coerente di nozioni, di categorie; a quel punto lentamente diventa scienza. L'ottanta per cento di quella che Aristotele ci passava per filosofia, è poi diventata scienza e di filosofico è rimasto pochissimo. 
Quindi, quando nasce, la filosofia è inutile perché va contro una utilità riconosciuta, che si definisce come scienza particolare; quando comincia a diventare utile, effettivamente è diventata utile perché probabilmente ha prodotto una scienza, ma a quel punto non è più filosofia, almeno nel senso in cui la sto definendo. Può continuare a essere attività accademica, didattica, insegnamento di quella che era stata la filosofia di partenza. La filosofia ha vita brevissima. [...] 

N. Bobbio. Davanti a ogni più piccolo problema ci poniamo sempre due perché: un perché causale e un perché finale. Ovvero: 1) quali sono le cause per cui accade quello che accade? 2) perché è accaduto proprio quello che è accaduto? e non altro? O meglio: in quale disegno generale dell'universo si inserisce l'accadimento di cui conosciamo perfettamente le cause che l'hanno prodotto? In altre parole, nell'un caso si tratta di spiegare un fatto, nel secondo di giustificarlo. Il sapere scientifico quando riesce, dà una risposta al primo perché. Non al secondo. 
Facciamo un esempio qualunque tratto dall'esperienza quotidiana. Leggiamo sul giornale che in uno scontro fra due macchine alcuni sono morti e altri sono rimasti vivi. Perché alcuni siano morti e altri siano rimasti vivi è dal punto di vista causale perfettamente conoscibile: dipende dal modo con cui è avvenuto l'urto, dalla posizione dei viaggiatori e da tanti altri elementi che un esperto è in grado di ricostruire. Ma siamo in grado di dare una risposta a que¬st'altra domanda: perché (e in questo caso "perché" significa non per quale causa ma per quale ragione finale) sono morti questi e non quelli? Esiste un disegno generale dell'universo che possa non solo spiegare causalmente, ma giustificare finalisticamente quello che è accaduto? E se esiste, quei disegno dell'universo, qual è? 
Ecco cosa significa la domanda di senso. Altro è chiedersi per quale causa, empiricamente conoscibile, è avvenuto quell'incidente: altro chiedersi qual è il senso di questo incidente. Siamo in grado di dare una risposta a questa domanda? 
Proviamo un po'. Se rispondiamo che l'universo è regolato dalla necessità o dal caso, la domanda di senso scusatemi il bisticcio non ha più alcun senso. Quello che accade doveva accadere: necessità. Quello che accade poteva anche non accadere: il caso. Solo se riteniamo che l'universo sia governato da una Provvidenza, alla cui decisione nulla di quanto accade è sottratto, siamo indotti a ritenere che quelle morti e quelle vite abbiano un senso perché lo ricevono da questa volontà previdente e provvidente. Ma cos'è questo senso? Se rispondiamo che quella volontà è, come dobbiamo rispondere, imperscrutabile, allora sappiamo soltanto che l'accadimento deve avere un senso, ma non sappiamo qual è. A questo punto ci viene un sospetto. Forse non è vero che quell'avvenimento ha senso perché esiste una Provvidenza, ma è vero l'opposto: noi suppongo un governo provvidente unicamente perché desideriamo ardentemente che quell'avvenimento abbia un senso soprattutto, poi, se si tratta di un avvenimento che, ci tocca da vicino. 
Questo è un piccolo esempio, ma la domanda di senso si allarga, si estende a tutta la nostra vita individuale, a tutta la storia dell'uomo, a tutto l'universo. Rispetto all'individuo, perché il dolore e non anche il piacere e non soltanto il piacere? Perché la sofferenza e non soltanto la gioia. Perché l'infelicità e non soltanto la felicità? Rispetto alla storia: perché l'oppressione e non soltanto la libertà? Perché la guerra, la violenza, le stragi e non soltanto la pace, il benessere e la fraternità? Rispetto all'universo intero, infine, la domanda fondamentale che comprende tutte le altre: perché l'essere e non il nulla? Non so se riesco a far capire la pregnanza di questa domanda che è davvero la domanda ultima. Perché ci sono cose, uomini, animali, piante, stelle, galassie, in una parola il mondo e non invece il non mondo? [...] I due mali contro cui la ragione filosofica ha sempre combattuto e deve combattere ora più che mai , sono, da un lato, il non credere a nulla; dall'altro, la fede cieca. Insomma tener viva la fede nella ragione contro coloro che non credono neppure nella ragione, che io chiamo i meno che credenti, e contro coloro che credono senza ragionare, cioè i più che credenti. Questo è il compito umile, molto umile ma necessario, della filosofia: un compito da sentinella, più che presuntuosamente da «guida». La sentinella che deve stare ad ascoltare l'avvicinarsi del nemico, da qualunque parte provenga, e dare l'allarme prima che sia troppo tardi. 

mercoledì 12 novembre 2014

La Filosofia al Femminile




Luce Irigaray nasce a Blaton (Belgio) il 3 maggio 1930. Studia filosofia presso l'Università di Lovanio e si laurea nel 1955. Dopo aver insegnato in un liceo di Bruxelles, si trasferisce in Francia. Nel 1961 riceve una laurea in psicologia presso l'Università di Parigi e nel 1962 il Diploma di psicopatologia. Dal 1962 al 1964 lavora per la Fondazione Nazionale della Ricerca Scientifica in Belgio. Dopodiché inizia a lavorare come assistente presso il Centro Nazionale della Ricerca Scientifica di Parigi, dove è attualmente direttrice di ricerca. Nel 1968 riceve un Dottorato in Linguistica. Nel 1969 analizza Antoniette Fouque, una leader femminista dell'epoca. Dal 1970 al 1974 insegna presso l'Università di Vincennes. In questo periodo diventa un membro dell'EFP (Ecole Freudienne de Paris, fondata daJacques Lacan). Nel 1974 pubblica la sua tesi di dottorato Speculum, de l’autre femme dove critica con pungente ironia il pensiero diFreud e di Lacan sulla sessualità femminile. Questo libro, che provoca molte polemiche, segna la sua rottura con Lacan e la porta alla sospensione dall’incarico di insegnante presso l’università di Vincennes. Irigaray riesce a trovare un nuovo pubblico nei circoli femministi a Parigi (viene inoltre coinvolta in manifestazioni per la contraccezione e per il diritto all'aborto). Tiene molti seminari e conferenze in tutta Europa, decine dei quali vengono racconti e pubblicati (Oltre i propri confini, Baldini Castoldi Dalai, 2007). Il lavoro della Irigaray influenzerà i movimenti femministi francesi e italiani per alcuni decenni. Nel 1982 ottiene la cattedra di filosofia all'Università Erasmus di Rotterdam (la sua attività di ricerca in questa facoltà porta alla pubblicazione dell’opera Etica della differenza sessuale). Nel 1991 viene eletta deputata al Parlamento Europeo. Nel 1993 scrive, direttamente in italiano, Amo a te. Nel dicembre 2003 l’Università di Londra le conferisce la laurea honoris causa in letteratura. Dal 2004 al 2006 è stata visiting professor nel dipartimento di Lingue e Letterature Straniere presso l'Università di Nottingham. Nel 2007 viene affiliata con l'Università di Liverpool. Nel 2008 le viene assegnata la laurea honoris causa in Letteratura dallo University College di Londra.
Un’ospitalità che si preoccupa dell’accoglienza dell’altro nel rispetto della differenza e delle differenze richiede che non ci si confini nel passato, nella storia individuale o collettiva, ma che si presti attenzione al presente dell’incontro e al futuro che si può costruire insieme. In generale, il passato ci ha diviso e non unito. Il tentativo di costruire un mondo comune, anche se solo per il tempo di un incontro, non può essere portato avanti favorendo le proprie rispettive storie, ma trascendendole, senza ripudiarle, verso un divenire umano ancora in fieri e che dobbiamo creare attraverso scambi rispettosi tra di noi. La nostra epoca non deve più dedicarsi esclusivamente all’etnologia, all’osservazione di altri popoli e altre civilizzazioni o a un turismo più o meno scientificamente culturale, ma concentrarsi sulla costruzione di una cultura umana globale che unisca, e superi, tutte le diverse modalità di divenire umani e le diverse culture che sono state elaborate fino ad ora. Tutti i gesti, inclusi quelli linguistici, che tendono a un’ospitalità reciproca, non possono obbedire a una logica definita da una civilizzazione già esistente, devono invece essere inventati singolarmente, in particolare durante il tempo dell’incontro.

Ci sono culture in cui l'ospitalità non è un problema, ma una pratica quotidiana, un modo di essere al mondo, una declinazione della vita. Si tratta di culture principalmente femminili, per cui il mondo e la vita sono aperti all'altro, all'incontro, allo scambio, rifiutando qualsiasi dinamica di conflitto. Oggi il nostro mondo è dominato da modelli culturali maschili, che impongono i loro codici e le loro prospettive di chiusura e guerra contro l'altro. Se il mondo vuole pensarsi come spazio di pace e apertura deve recuperare l'antica legge dell'ospitalità femminile. Luce Irigaray ripercorre, a partire dalla civiltà greca, le tracce di queste leggi originarie, per elaborare un nuovo pensiero etico, politico e architettonico dell'ospitalità.

sabato 16 agosto 2014

In una Sicilia estrema e Mediterranea di F. Idotta



Sicilia, da Messina a Trapani, un viaggio perpendicolare attraverso il quale la prorompente dinamicità del Mediterraneo finisce per possedere ogni fibra cerebrale. La luce del sole stringe le palpebre e allarga l’orizzonte. Procedendo verso Ovest ci si ritrova su un confine temporale, il quale muta incessantemente e conduce nella fissità del passato.
L’autostrada è dritta come il vento che taglia i ponti, tra una galleria e l’altra. La Messina-Palermo, in alcuni tratti, lascia intravvedere l’accaduto, fatto di carretti e agrumeti. La dolcezza del ricordo, di tutto ciò che vuol dire Sicilia, Sud. Non è mai un luogo comune: è una terra colta, Trinacria, pregna di zagara sfacciata e di palmizi svettanti, una paralisi visiva, che accalappia lo sguardo come la sfera di un negromante. La magia del sole cocente impedisce di pensare che anche qui possa arrivare l’inverno.
La macchina scorre sull’asfalto infuocato, la calura di agosto rende l’orizzonte rarefatto, sullo sfondo Tindari, che si staglia sul mare, verso la spiaggia dell’Armata Brancaleone di Monicelli.
Passaggi e paesaggi, transiti terreni ma metafisici: vanno oltre ciò che i sensi percepiscono, perché un viaggio in Sicilia trasporta là dove non si potrà mai giungere con la fantasia.
La prima sosta all’autogrill ti pone davanti vini alle mandorle, limoncelli e maioliche di Caltagirone. Ti senti in un continente Altro, quando prendi tra le mani i libri dei piccoli editori isolani, isolati… dalla storia di Giuliano, il bandito, alla leggenda della baronessa di Carini. Sangue e schioppettate, temperamento e coltellate. Sapere che l’impronta della baronessa è stata cancellata da un guardiano del castello di Carini, perché stufo di essere disturbato dai turisti, la dice lunga… follia mediterranea, arabitudine, ibericità, tutto fuorché sogno… qui ogni cosa è reale, come nella Fenomenologia dello Spirito di Hegel, salvo scoprire che quella assurda necessità, di cui ogni siciliano si sente parte, è solo frutto della sua innata voglia di restare isolano.
Si giunge a Palermo trovandosi davanti una montagna brulla che si getta nel Mediterraneo con riluttanza, come se non volesse bagnarsi i piedi. Resta lì ad attendere che arrivi l’onda e porti via l’obbrobrio delle ciminiere inquinanti, l’unico monumento che la mafia possa concepire, anche se ha dovuto subirne un altro: le orrende colonne sulla Palermo-Capaci in ricordo della strage  delle stragi. Orrendo perché ricorda l’orrore e tradisce il senso di quelle morti, causate anche dall’abusivismo edilizio, che ha deturpato il capoluogo di un’isola selvaggia e brutale, rendendolo barbaro e spietato: nessun uomo può vivere nella disarmonia, senza rimanere contaminato dall’oscenità.
Superata Palermo ecco la meraviglia del rosso siciliano, le montagne ferrose e splendenti che assorbono sole come fossero pannelli solari. Scenari lunari, si potrebbe dire, ma siccome non siamo mai stati sulla Luna ci limitiamo a dire, vedute siciliane. Di alberi nemmeno l’ombra, solo qualche mandorlo e qua e là vigneti, casolari… pietre e pietre e ci si rende conto che era necessario emigrare... Solcare ogni giorno quei sassi taglienti, a piedi scalzi, per correre dal barone a rotta di collo, per portare quattro erbacce a casa per cena… meglio morire su un barcone diretto alla Merica. Che fine ha fatto la Conca d’oro? Pare abbia lasciato il posto a villaggi turistici rosati, pare abbia ceduto il passo alle forze centrifughe dei tour operator… alle furberie di un’illusione. La meta è vicina, quei luoghi in cui la giostra estiva fa girar la testa. Si sente nell’aria l’odore di sale, di cuscus, di dolci e pesci rilucenti.
Balata di Baida, Custonaci, Castelluzzo, Macari ed ecco San Vito lo Capo, come una visione. Sembra di essere in Africa settentrionale. Case basse col cortile interno per difendersi dalle sferzate del sole, vie parallele per permettere alla brezza marina di rinfrancare lo spirito e il corpo. Sotto la roccia granitica che si erge sul mare basso la spiaggia delle conchiglie si insinua nella mente, così come la sua sabbia tra le dita. Gusci bianchi e delicati, eterei alla maniera della serenità. Un folto tappeto di alghe, e i cristalli dell’acqua entrano tra le fibre del costume, ricordando che la verginità della natura può rendere ogni uomo più uomo.
La bellezza passa anche per la bocca, attraverso la sensuale fragranza della sfoglia di un cannolo con ricotta e canditi; la fresca esuberanza di un gelato al pistacchio o la travolgente voluttà di una cassata spudorata.
La Valderice conquista con i suoi profumi di finocchio selvatico, i bassi uliveti su terra rossa e la ghiaia chiara che abbaglia. La strada per Erice è una poesia di sguardi, tornanti tra pinete odorose e poi il mare e la costa… un passo al di là di ogni desiderio.
Nel piccolo giardinetto di Maria Grammatico, la pasticcera della gioia, i cannoli e le cassatine sanno di mito… e in bocca non assapori zucchero, ma vita, con le sue straordinarie sorprese.
Verso Marsala, alla volta delle saline, il vento sferza la distesa bianca, mentre la calura di una domenica di fine agosto rende deserta la città di Garibaldi. Le strade sono linee casuali in cui perdersi, per ritrovare il nesso attraverso la musica di padre Jan Paul, che nella canonica ci intrattiene cantando in francese, la lingua del Benin. Con la sua dolce determinazione africana, con la sua fede rivoluzionaria ha riempito la chiesa… si mangia insieme, in questo angolo di Mediterraneo, si gustano gli spaghetti con pomodoro e basilico bagnati da un rosso d’Avola lussurioso.
Nella punta estrema dell’Italia, dove i colori sono una ricchezza, dove la diversità diviene parola di verità, il mondo si fa grande, si espande per fare posto alla felicità di un incontro con l’Altro.



lunedì 24 febbraio 2014

Le idee del tempo... riflessioni e bioetica


Ha scritto una volta Hegel che la filosofia giunge sempre troppo tardi, giunge cioè quando “tutto è accaduto”. Il suo compito è allora quello di comprendere ciò che è accaduto, di riflettere su quanto, nel rumoroso tumulto della vita storica, è stato, nel bene e nel male, realizzato. Nella seconda metà del Novecento tante cose sono accadute: le “bombe” di Hiroshima e Nagasaki hanno rivelato l’immenso potere della scienza; si è giunti alla consapevolezza che il mondo ancora rinserra “schiavi e lacrime”; l’ingegneria genetica ha aperto mille incognite sul futuro, imboccando una strada che potrebbe rivelarsi senza ritorno. Di fronte a tutto questo la filosofia ha reagito ponendo il problema della responsabilità degli scienziati, quello della pace, dei diritti umani, dei problemi etici connessi alle nuove frontiere della medicina. Sono queste le “idee del tempo” discusse in questo libro: e se tra di esse hanno maggiore spazio quelle relative alla bioetica, ciò è dovuto al fatto che i problemi morali che questa pone sono i più vicini a quelli della filosofia, essendo da sempre l’etica uno dei suoi oggetti privilegiati.

mercoledì 4 dicembre 2013

Il processo a Socrate



Nel 399 a.C. ad Atene fu celebrato il processo politico più famoso di tutti i tempi. In un clima politico e ideologico ancora arroventato dopo la tragica fine della guerra del Peloponneso e la sanguinosa caduta dei Trenta tiranni, Socrate fu accusato di empietà e corruzione dei giovani e condannato a morte. L'Apologia di Socrate tramanda il discorso con cui il filosofo orgogliosamente rivendicò, nel processo, i suoi meriti nei confronti della città e l'ideale di giustizia secondo cui aveva sempre vissuto. Un ideale di cui diede una fulgida prova anche nelle sue ultime ore, rifiutando la fuga che l'amico Critone gli offriva nel dialogo omonimo perché avrebbe rappresentato la sconfessione di tutta una vita tesa alla ricerca del bene e della virtù.

Cari Alunni di IIIAs... il "dialogo" è aperto....

venerdì 27 settembre 2013

La Ragione nell'età della Scienza


Cari Alunni, quest'anno ci confronteremo col pensiero Hans Georg Gadamer....

Hans Georg Gadamer (Marburgo 1900 - Heidelberg 2002). Dopo essersi laureato in filosofia con Natorp nel 1922, studia filologia classica e consegue la libera docenza con Heidegger a Marburgo nel 1929. Professore di filosofia a Lipsia dal 1939, a Francoforte dal 1947 e dal 1949 al 1968 a Heidelberg. Fonda e dirige, insieme con Kuhn, dal 1953 la rivista Philosophische Rundschau. Nel 1962 partecipa alla fondazione della Internationale Vereinigung zur Förderung der Hegelschen Philosophie di cui sarà presidente fino al 1970. Dopo essersi dedicato soprattutto a studi di filosofia greca, la cui testimonianza più significativa è il vol. Platos dialektische Ethik, sviluppando motivi della fenomenologia di Husserl e dell’ontologia di Heidegger, concentra la sua attenzione sulla portata filosofica dell’ermeneutica, rivendicandone l’universalità.

L’ermeneutica non può essere considerata in una prospettiva puramente metodologica perché il linguaggio non è affatto un semplice strumento del pensiero ma, al contrario, la sua dimensione portante o meglio l’orizzonte che ne anticipa il senso. Il problema dell’ermeneutica non è quindi qualcosa che possa riguardare soltanto le scienze dello spirito, ma coinvolge ogni forma di pensiero, consentendo di superare l’astrattezza della coscienza storica come semplice ricostruzione del passato; per questo l’interpretazione non è qualcosa di soggettivo bensì è lo sviluppo stesso della verità, ma di quell’unica verità possibile per l’uomo che scaturisce dalla continua fusione degli orizzonti linguistici come esplicitazione del ‘senso’ del mondo e dell’esperienza. Questi temi hanno trovato soprattutto sviluppo nell’opera principale, Verità e metodo, in Il problema della coscienza storica e nella raccolta La ragione nell’età della scienza. Tra le altre sue opere, si segnalano: La dialettica di Hegel; L’attualità del bello; Autobiografia filosofica: uno sguardo retrospettivo; I sentieri di Heidegger; Elogio della teoria. Discorsi e saggi; L’inizio della filosofia occidentale; La responsabilità del pensare.



giovedì 14 marzo 2013

Discorso sul Metodo


Cari Alunni, siamo alle prese con il testo rivoluzionario di Cartesio.... a voi la parola....


"Se questo discorso sembra troppo lungo per essere letto tutto in una volta, lo si potrà dividere in sei parti. E si troveranno, nella prima, diverse considerazioni sulle scienze. Nella seconda, le principali regole del metodo che l’autore ha cercato. Nella terza, qualche regola della morale ch’egli ha tratto da questo metodo. Nella quarta, gli argomenti con i quali prova l’esistenza di Dio e dell’anima dell’uomo, che sono i fondamenti della sua metafisica. Nella quinta, la serie delle questioni di fisica che ha esaminato, in particolare la spiegazione del movimento del cuore e di qualche altra difficoltà della medicina e, ancora, la differenza tra l’anima nostra e quella dei bruti. Nell’ultima, le cose ch’egli crede siano richieste per andare avanti nello studio della natura più di quanto si è fatto, e i motivi che lo hanno indotto a scrivere"

mercoledì 5 dicembre 2012

Utopie?





Essi sostengono anche che la povertà rende gli uomini vili, astuti, ladri, infidi, fuorilegge, bugiardi, falsi testimoni, e che le ricchezze li rendono insolenti, superbi, ignoranti, traditori, privi di entusiasmo e saccenti. La comunione li rende tutti ricchi e poveri allo stesso tempo: ricchi giacché possiedono tutto ciò di cui hanno bisogno e poveri perché non si asserviscono ai beni materiali tanto da diventarne schiavi, ma lasciano che siano essi a servirli.

Cari Alunni di IVA... aspetto i vostri commenti...

mercoledì 7 novembre 2012

Da Embrione a Persona...

Cari Alunni di IVAs, dopo aver discusso su questo tema in classe, in seguito allo studio di San Tommaso, potremmo aprire un forum e cercare di coinvolgere anche altri studenti... Considerare l'embrione come persona fin dal concepimento significa compiere un passo che ha delle implicazioni rilevanti in molti ambiti. Proponiamo due differenti visioni... voi quale abbracciate... perché?




Nel movimento teleologico e auto programmato dell’embrione verso più compiuti stati corporei e psichici di umanità, ( vi è ) la regia di una forma immanente, presente sin dall’inizio e che presiede all’intero processo. Nel lessico della tradizione classica a tale forma si assegna il nome di anima. (…) sin dall’istante del concepimento ( è ) presente una forma/anima spirituale, non soltanto vegetativa e “animale”. Essendo il processo teleologico di sviluppo dell’embrione manifestamente indirizzato alla pienezza dell’essere persona, l’intero processo si intende meglio nella sua unità se sin dall’inizio opera un principio spirituale costruttivo e formale. ( V. Possenti )


Quello relativo all’inizio di una “persona” come quello della sua fine ( è ) un problema filosofico e concettuale, che deve essere risolto tenendo opportunamente conto delle migliori conoscenze scientifiche disponibili ed adeguandosi ad esse. In questo senso, in quanto scienziati ed operatori del settore, noi informiamo che le recenti conoscenza ( … ) portano a dire che “prima” del 14° giorno della fecondazione è da escludersi che l’embrione abbia “vita personale” o sia “persona”. Non è nostro compito stabilire con precisione quando ciò avvenga, ma certamente non avviene al momento della fecondazione, bensì in un momento successivo ad essa. (documento degli scienziati con Rita Levi Montalcini )

Un'altra opinione:


lunedì 24 settembre 2012

Eguaglianza e libertà

Eguaglianza e libertà



Cari Alunni, ricomincia un altro Anno scolastico. Riprendiamo anche il nostro dialogo on-line... quest'anno ci confronteremo ancora sui "Diritti Umani", ma da una prospettiva filosofica. Cominceremo a farlo leggendo insieme il libro di un grande filosofo italiano, Norberto Bobbio. Spero che i vostri interventi siano numerosi. Ricordiamoci che la filosofia è dialogo, scoperta, attraverso la parola, del nostro Luogo e del nostro Tempo.

I due valori della libertà e dell'uguaglianza si richiamano l'un l'altro nel pensiero politico e nella storia. Entrambi concorrono a definire il concetto di persona umana, come essere che si distingue, o pretende di distinguersi, da tutti gli altri esseri viventi. L'uomo, in quanto individuo, deve essere libero, in quanto essere sociale. Deve trovarsi con gli altri individui in un rapporto d'uguaglianza. Libertà ed uguaglianza sono anche i valori che stanno a fondamento della democrazia: una società può definirsi democratica quando è regolata in modo tale che gli individui di cui si compone sono -se non liberi ed uguali- più liberi ed eguali che in qualsiasi altra forma di convivenza.Caratteristica della forma democratica di governo è, infatti, il suffragio universale che è, insieme, un'applicazione del principio di libertà come diritto di partecipare al potere politico ma anche un'applicazione del principio di uguaglianza in quanto eguale accesso ai diritti politici.Eguaglianza e libertà sono però valori suscettibii di profonde trasformazioni nel corso della storia: così, il problema cruciale della libertà nella società globale di fronte alla sfida del progresso tecnologico.


Dalla prefazione del Libro di Norberto Bobbio.

giovedì 1 marzo 2012

Per riflettere: L'importanza della lingua orale e dell'Educazione all'ascolto


Dall'Introduzione del Libro:

La Lingua dell'Altro.
Il problema del dialetto nell'apprendimento scolastico.

Città del Sole edizioni. http://www.cdse.it/index.php?id=539

Il presente lavoro è il frutto di un percorso lingui-stico-filosofico tra le intricate vie dell’Italiano, intrapreso nel tentativo di rispondere ad alcuni interrogativi:

L’Italiano è la lingua madre per tutti gli italiani o per alcuni è ancora una lingua matrigna?

Quand’è che il cambiamento di una lingua nel tempo (quel mutamento naturale e ineluttabile) è da con-siderarsi un impoverimento? bisogna rassegnarsi alle brutture, oppure lottare per affermare il buon gusto?

Quali difficoltà di apprendimento possono incon-trare gli studenti che hanno il dialetto come lingua madre e che ruolo ha l’insegnante di italiano nell’integrazione dei bambini stranieri?

La lingua che parliamo può determinare la nostra visione del mondo?

A queste domande si cercherà di rispondere muo-vendosi sia su un piano pratico, didattico, sia teoretico, er-meneutico: l’uomo abita in un contesto pregno di suoni, i quali vanno trasmessi ai posteri, impedendo che si inter-rompa il loro fluire, e vanno anche interpretati, alla luce della propria contemporaneità. Nella parola, storicamen-te determinata, ogni individuo riconosce se stesso, perché essa è la sua dimora, il luogo dell’indugio e dell’attesa, in cui si attarda per aspettare l’avvento dell’ospite, con il quale aprire un dialogo, capace di dare accesso al regno della differenza. In questo attendere, si pensa nella pro-pria lingua e si cerca di tradurre la parola dell’altro, di in-terpretarla, in un viaggio migratorio rivolto a traslocare il verbo da un spazio originario verso un luogo adottivo. Per appagare l’innato desiderio di “riconoscimento” dell’essere umano; per placare la nostalgia di un tempo mitico, in cui tutti gli uomini parlavano la stessa lingua e ascoltavano il medesimo silenzio.

Il presente lavoro è il naturale proseguimento della riflessione intrapresa nel mio libro precedente, Rotte Me-diterranee, in cui mi sono soffermato, tra i vari temi, sia sul problema dell’accoglienza dell’Altro sia sul ruolo peda-gogico dei paesi mediterranei nella presa di coscienza dell’impossibilità di sottrarsi all’accoglienza dell’ad-veniente. Per ospitare bisogna intendere la lingua dell’altro e per apprenderla occorre esercitarsi all’ascolto e al silenzio; serve l’amore per l’altro, si deve a tal punto amarlo da adottare anche la sua madre lingua, lasciando che essa invada il nostro cervello, uscendo dall’ottica del-la traduzione ed entrando in quella della condivisione, per evitare inutili sensi di inferiorità .

Nel precedente lavoro l’aspetto linguistico era sta-to affrontato solo da un punto di vista poetico e teoretico: era necessario procedere anche su un livello meramente didattico. Vivendo in un’area dell’Italia in cui il dialetto è la lingua madre, mi sono chiesto se questo non influisse in qualche modo sull’apprendimento dell’italiano e delle altre materie, giacché lo studente dialettofono deve ope-rare continui processi di traduzione, e quindi di interpre-tazione, durante i primi anni – e non solo – di apprendi-mento, i quali possono generare indisponibilità ad ap-prendere in una lingua che non fa altro che denigrare quella materna. Se è vero, come è vero, che la conoscenza è il principio della trasformazione, occorre conoscere be-ne i ragazzi, prima di sedersi in cattedra, cercando di for-nire loro ogni possibile agevolazione, gli strumenti e le opportunità, affinché siano allievi desiderosi di appren-dere e non soggetti frustrati dalla incomunicabilità.

Il presente libro è il frutto della rielaborazione di una serie di lezioni tenute in una Scuola Primaria a dei colleghi, con i quali si sono creati una serie di laboratori didattici, con l’intento di individuare le problematiche più frequenti riscontrate negli alunni durante i processi di apprendimento. Lo studio qui condotto, muovendosi su basi certe, fornite da studiosi di fama internazionale e da teorie consolidate e sperimentate, avanza una serie di ipo-tesi pedagogiche, anch’esse sperimentate dal sottoscritto in circa dieci anni di insegnamento, le quali hanno fornito buoni risultati, innalzando notevolmente la percentuale di successi scolastici, in tutte le discipline, dall’italiano al-la matematica. Per comprendere i processi logici della matematica e della poesia, ogni studente deve intendere le indicazioni fornite dai docenti; se ciò non avviene sarà più facile fallire.

Secondo gli studi più recenti della psicologia co-gnitiva, linguaggio e pensiero sono due sfere che si de-terminano reciprocamente. Lera Boroditsky afferma che le lingue che parliamo influenzano la nostra percezione del mondo. Le lingue plasmano il pensiero.

I ricercatori hanno analizzato come il linguaggio mo-della anche le dimensioni più fondamentali dell’esperienza: spazio, tempo, causalità e rapporto con gli altri.

La studiosa sostiene che la lingua genera i processi mentali, quindi cambiando il nostro modo di parlare mu-tano i nostri schemi psichici.

Secondo le ricerche, chi è bilingue cambia il modo di vedere il mondo in base alla lingua che parla. Due ricerche pubblicate nel 2010 hanno mostrato che addirittura qualcosa di fondamentale come il grado di simpatia o di antipatia verso una persona dipende dalla lingua in cui ci è chiesto il parere.

Questi studi sostengono e confermano quanto ho avuto modo di sperimentare sul campo lavorando con alunni dialettofoni. La visione del mondo cambia col suo-no e con le strutture mentali che esso determina. Il dialet-to, in questa parte di Calabria, non è una lingua articolata e predisposta alla sublimazione del pensiero: è una lingua pratica, ricca di metafore, capaci di nascondere il reale fi-no a renderlo inaccessibile, anche al pensiero stesso. Pas-sare all’italiano comporta un mutamento di rotta: quando abbiamo sostituito il latino col volgare si è fatto il salto dal Medioevo al Rinascimento. I popoli hanno creato un mondo dando vita una nuova lingua.

Il percorso ermeneutico, che ogni giorno traccia-mo, semplicemente nominando il mondo che ci circonda, è un cammino di scoperta. Mutare lingua ci apre una nuova strada; inventare la parola, ogni giorno, ci dispone al futuro privi di paure e pregiudizî. Molte delle lingue che oggi parliamo fra alcuni decenni saranno scomparse, tra queste la maggior parte dei dialetti. La certezza che ciò sia inevitabile ci deriva dalla constatazione che molte delle lingue degli antenati sono ormai estinte, basti pen-sare all’etrusco, di cui ancora non si possiede, è il caso di dirlo, la chiave di lettura. Anche i dialetti spariranno, per tale ragione, occorre che il cambio di linguaggio non di-venga necessariamente un impoverimento. I ragazzi che ancora oggi hanno il dialetto come lingua madre tendono ad apprendere un italiano misero. Far conoscere la ric-chezza della lingua di Dante è un compito estremamente complesso e delicato, se tale processo non avviene nel modo corretto, si rischia di perdere l’identità e la consa-pevolezza di essere parte di un paese, l’Italia, che può “dire” ancora molto, nei contesti internazionali, su temi come la bellezza e le politiche di pace e di accoglienza, proprio perché vi si parla una lingua che è armonica, sa rispettare le pause e quindi riesce a dare il giusto spazio alle lingue degli altri.
F. I., Catona, 29 maggio 2011

 

domenica 26 febbraio 2012


Etica condivisa




Se ci poniamo alla ricerca di un’etica oggettiva (soprattutto con lo scopo di opporci al relativismo morale o addirittura all'assenza di regole morali) ci potremmo trovare di fronte una di queste due strade:


1. Si opta per un'etica rivelata: è Dio che ci dice che cosa è giusto o sbagliato; però in questo caso bisogna considerare che per un credente di un'altra religione, per un ateo o un agnostico quell'etica potrebbe essere senza valore o, addirittura, contraria alla sua...

2. Ci si attiene a un’etica semplicistica: scelgo un principio che mi sembra inattaccabile e mi ci conformo, mi basta questo per essere sicuro che possa valere per tutti.

Io potrei decidere di attenermi al comandamento "Ama il prossimo tuo come te stesso", pur non essendo religioso, oppure potrei conformarmi alle tre formulazioni dell’imperativo categorico kantiano:


1. Agisci unicamente secondo quella massima in forza della quale tu possa volere nello stesso tempo che essa divenga principio di una legislazione universale.


2. Agisci in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre nello stesso tempo come un fine, mai solo come un semplice mezzo.


3. Agisci in modo tale che la tua volontà possa, in forza della sua massima, considerare se stessa come istituente nello stesso tempo una legislazione universale.


La realtà, però, è complessa, ogni situazione, ogni ambiente ha molteplici variabili. Spesso coloro che abbracciano un'etica oggettiva non fanno altro che semplificare la realtà, dando molte cose per scontate. Siamo sicuri che le tre formulazioni kantiane possano valere sempre e in ogni luogo?


Casi pratici:

se ci dovessimo attenere ai principi kantiani oppure a quanto disse Gesù nel famoso discorso della montagna, quando enunciò la regola d’oro dei cristiani: Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro (Matteo 7:12). Potremmo incorrere, forse, nello stesso relativismo morale che vogliamo condannare: se i nostri desideri fossero malvagi che cosa accadrebbe? Pensiamo a questi casi:


1. Io vorrei che il professore mi promuovesse: se diventerò professore, promuoverò tutti! Anche chi non studia? E allora non commetterei un’ingiustizia nei confronti di chi ha sempre studiato?


2. Vorrei che una ragazza che non mi ama mi amasse, quindi io dovrei amare anche chi non amo?


Discutiamone insieme...

giovedì 9 febbraio 2012

Le Foibe: Giornata del Ricordo. Per non dimenticare l'orrore




« Fu una barbarie basata su un disegno annessionistico slavo che assunse i sinistri connotati di una pulizia etnica »
(Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica Italiana, Roma, 10 febbraio 2007)

« La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale "Giorno del ricordo" al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Nella giornata [...] sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell'Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all'estero. »
(legge 30 marzo 2004 n. 92)


mercoledì 25 gennaio 2012

Il ricordo e l'oblio. Pensieri sulla Shoah

Il Giorno della Memoria

Anche in Calabria c'era l'orrore





Il 27 gennaio, anniversario della liberazione del campo di Auschwitz, si ricordano le vittime dello sterminio nazista. In questo spazio vogliamo ricordare, accanto al popolo ebraico, anche tutte quelle persone che furono perseguitate per le loro opinioni politiche, il loro orientamento sessuale, la religione, il colore della pelle, l'appartenenza ad un gruppo etnico, una forma di disabilità. Oppositori politici di diverse fazioni, omosessuali, Rom e Sinti, testimoni di Geova, portatori di handicap e malati mentali sono alcuni dei gruppi che il nazismo colpì nel suo progetto di purificazione della razza.


Esisteva anche una "questione zingara" per i nazisti.
Ad Auschwitz c'era un'apposita sezione a loro dedicata: lo Zigeunerlager.
Più di 500mila Rom vennero sterminati .


domenica 22 maggio 2011

PROGETTO LEGALI AL SUD - I Diritti Umani – Sant’Eufemia D’Aspromonte –

Eleanor Roosevelt and Human Rights Declaration

Diritto umano numero 1: Siamo tutti nati liberi ed uguali
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.


Diritto umano numero 2: Non discriminare
Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi altra limitazione di sovranità.



Diritto umano numero 3: diritto alla vita
Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.


Diritto umano numero 18: Libertà di pensiero
Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti.


Cari Alunni, questi sono i quattro diritti umani di Cui ci stiamo occupando nel nostro progetto... adesso tocca a voi: lasciate sulla rete i vostri commenti e le vostre considerazioni, come verifica del nostro percorso...