giovedì 1 marzo 2012

Per riflettere: L'importanza della lingua orale e dell'Educazione all'ascolto


Dall'Introduzione del Libro:

La Lingua dell'Altro.
Il problema del dialetto nell'apprendimento scolastico.

Città del Sole edizioni. http://www.cdse.it/index.php?id=539

Il presente lavoro è il frutto di un percorso lingui-stico-filosofico tra le intricate vie dell’Italiano, intrapreso nel tentativo di rispondere ad alcuni interrogativi:

L’Italiano è la lingua madre per tutti gli italiani o per alcuni è ancora una lingua matrigna?

Quand’è che il cambiamento di una lingua nel tempo (quel mutamento naturale e ineluttabile) è da con-siderarsi un impoverimento? bisogna rassegnarsi alle brutture, oppure lottare per affermare il buon gusto?

Quali difficoltà di apprendimento possono incon-trare gli studenti che hanno il dialetto come lingua madre e che ruolo ha l’insegnante di italiano nell’integrazione dei bambini stranieri?

La lingua che parliamo può determinare la nostra visione del mondo?

A queste domande si cercherà di rispondere muo-vendosi sia su un piano pratico, didattico, sia teoretico, er-meneutico: l’uomo abita in un contesto pregno di suoni, i quali vanno trasmessi ai posteri, impedendo che si inter-rompa il loro fluire, e vanno anche interpretati, alla luce della propria contemporaneità. Nella parola, storicamen-te determinata, ogni individuo riconosce se stesso, perché essa è la sua dimora, il luogo dell’indugio e dell’attesa, in cui si attarda per aspettare l’avvento dell’ospite, con il quale aprire un dialogo, capace di dare accesso al regno della differenza. In questo attendere, si pensa nella pro-pria lingua e si cerca di tradurre la parola dell’altro, di in-terpretarla, in un viaggio migratorio rivolto a traslocare il verbo da un spazio originario verso un luogo adottivo. Per appagare l’innato desiderio di “riconoscimento” dell’essere umano; per placare la nostalgia di un tempo mitico, in cui tutti gli uomini parlavano la stessa lingua e ascoltavano il medesimo silenzio.

Il presente lavoro è il naturale proseguimento della riflessione intrapresa nel mio libro precedente, Rotte Me-diterranee, in cui mi sono soffermato, tra i vari temi, sia sul problema dell’accoglienza dell’Altro sia sul ruolo peda-gogico dei paesi mediterranei nella presa di coscienza dell’impossibilità di sottrarsi all’accoglienza dell’ad-veniente. Per ospitare bisogna intendere la lingua dell’altro e per apprenderla occorre esercitarsi all’ascolto e al silenzio; serve l’amore per l’altro, si deve a tal punto amarlo da adottare anche la sua madre lingua, lasciando che essa invada il nostro cervello, uscendo dall’ottica del-la traduzione ed entrando in quella della condivisione, per evitare inutili sensi di inferiorità .

Nel precedente lavoro l’aspetto linguistico era sta-to affrontato solo da un punto di vista poetico e teoretico: era necessario procedere anche su un livello meramente didattico. Vivendo in un’area dell’Italia in cui il dialetto è la lingua madre, mi sono chiesto se questo non influisse in qualche modo sull’apprendimento dell’italiano e delle altre materie, giacché lo studente dialettofono deve ope-rare continui processi di traduzione, e quindi di interpre-tazione, durante i primi anni – e non solo – di apprendi-mento, i quali possono generare indisponibilità ad ap-prendere in una lingua che non fa altro che denigrare quella materna. Se è vero, come è vero, che la conoscenza è il principio della trasformazione, occorre conoscere be-ne i ragazzi, prima di sedersi in cattedra, cercando di for-nire loro ogni possibile agevolazione, gli strumenti e le opportunità, affinché siano allievi desiderosi di appren-dere e non soggetti frustrati dalla incomunicabilità.

Il presente libro è il frutto della rielaborazione di una serie di lezioni tenute in una Scuola Primaria a dei colleghi, con i quali si sono creati una serie di laboratori didattici, con l’intento di individuare le problematiche più frequenti riscontrate negli alunni durante i processi di apprendimento. Lo studio qui condotto, muovendosi su basi certe, fornite da studiosi di fama internazionale e da teorie consolidate e sperimentate, avanza una serie di ipo-tesi pedagogiche, anch’esse sperimentate dal sottoscritto in circa dieci anni di insegnamento, le quali hanno fornito buoni risultati, innalzando notevolmente la percentuale di successi scolastici, in tutte le discipline, dall’italiano al-la matematica. Per comprendere i processi logici della matematica e della poesia, ogni studente deve intendere le indicazioni fornite dai docenti; se ciò non avviene sarà più facile fallire.

Secondo gli studi più recenti della psicologia co-gnitiva, linguaggio e pensiero sono due sfere che si de-terminano reciprocamente. Lera Boroditsky afferma che le lingue che parliamo influenzano la nostra percezione del mondo. Le lingue plasmano il pensiero.

I ricercatori hanno analizzato come il linguaggio mo-della anche le dimensioni più fondamentali dell’esperienza: spazio, tempo, causalità e rapporto con gli altri.

La studiosa sostiene che la lingua genera i processi mentali, quindi cambiando il nostro modo di parlare mu-tano i nostri schemi psichici.

Secondo le ricerche, chi è bilingue cambia il modo di vedere il mondo in base alla lingua che parla. Due ricerche pubblicate nel 2010 hanno mostrato che addirittura qualcosa di fondamentale come il grado di simpatia o di antipatia verso una persona dipende dalla lingua in cui ci è chiesto il parere.

Questi studi sostengono e confermano quanto ho avuto modo di sperimentare sul campo lavorando con alunni dialettofoni. La visione del mondo cambia col suo-no e con le strutture mentali che esso determina. Il dialet-to, in questa parte di Calabria, non è una lingua articolata e predisposta alla sublimazione del pensiero: è una lingua pratica, ricca di metafore, capaci di nascondere il reale fi-no a renderlo inaccessibile, anche al pensiero stesso. Pas-sare all’italiano comporta un mutamento di rotta: quando abbiamo sostituito il latino col volgare si è fatto il salto dal Medioevo al Rinascimento. I popoli hanno creato un mondo dando vita una nuova lingua.

Il percorso ermeneutico, che ogni giorno traccia-mo, semplicemente nominando il mondo che ci circonda, è un cammino di scoperta. Mutare lingua ci apre una nuova strada; inventare la parola, ogni giorno, ci dispone al futuro privi di paure e pregiudizî. Molte delle lingue che oggi parliamo fra alcuni decenni saranno scomparse, tra queste la maggior parte dei dialetti. La certezza che ciò sia inevitabile ci deriva dalla constatazione che molte delle lingue degli antenati sono ormai estinte, basti pen-sare all’etrusco, di cui ancora non si possiede, è il caso di dirlo, la chiave di lettura. Anche i dialetti spariranno, per tale ragione, occorre che il cambio di linguaggio non di-venga necessariamente un impoverimento. I ragazzi che ancora oggi hanno il dialetto come lingua madre tendono ad apprendere un italiano misero. Far conoscere la ric-chezza della lingua di Dante è un compito estremamente complesso e delicato, se tale processo non avviene nel modo corretto, si rischia di perdere l’identità e la consa-pevolezza di essere parte di un paese, l’Italia, che può “dire” ancora molto, nei contesti internazionali, su temi come la bellezza e le politiche di pace e di accoglienza, proprio perché vi si parla una lingua che è armonica, sa rispettare le pause e quindi riesce a dare il giusto spazio alle lingue degli altri.
F. I., Catona, 29 maggio 2011

 

5 commenti:

  1. Vi allego un interessante articolo preso dal sito:

    http://www.dilit.it/formazione/articoli/IlMaterialeOraleAutentico.htm

    Che ci aiuta a riflettere sull'importanza della lingua orale e dello sviluppo delle capacità di ascolto

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  2. Il materiale orale autentico

    di Giorgio Piva

    Un anno e mezzo fa circa, mi trovai a partecipare a Venezia ad un convegno organizzato dal LEND (Lingua e Nuova Didattica), in collaborazione col British Council e l'lnstitut Pédagogique Français. I relatori erano per la maggior parte anglofoni e per tre giorni, tanto durò il convegno, mi resi conto di quanta difficoltà avessi nel capire ciò che esponevano. Tutto questo sebbene la mia capacità di produrre la lingua inglese parlata fosse piuttosto buona e gli argomenti trattati fossero molto inerenti al mio lavoro di insegnante. Perché avvenne questo? Il perché va ricercato nel fatto che, durante i miei studi della lingua inglese, non ero stato sufficientemente preparato, o meglio non mi ero sufficientemente esercitato allo sviluppo dell'abilità di capire la lingua parlata. Come dice anche Gillian Brown nel suo libro Listening to Spoken English, solo nell'ultimo trentennio si è abbandonata la tradizione di porre l'accento sull'insegnamento della lingua scritta nell'insegnamento delle lingue straniere. Le mutate condizioni storico-politiche, ma soprattutto sociali ed economiche, hanno reso necessaria una maggiore preparazione nella lingua orale. Nell'insegnamento delle lingue straniere si è venuto a creare, però, un nuovo squilibrio. Si è data molta maggiore importanza alla capacità di produrre la lingua, che a quella di comprendere la lingua. Si supponeva che gli studenti sarebbero arrivati alla comprensione della lingua parlata in modo "naturale", via via che sviluppavano una maggiore abilità nella produzione della lingua orale. Ma la mia esperienza, e quella di moltissimi altri, può dimostrare l'infondatezza di questa supposizione. Infatti, pur esprimendosi in modo più che comprensibile nella lingua straniera parlata, ci si sente frustrati e in seria difficoltà quando si tratta di capire i messaggi della lingua straniera parlata autentica.
    La capacità di comprensione orale, come la produzione, ha bisogno di essere sviluppata con particolare cura. Si dovrebbe mettere lo studente molto di più, di quanto attualmente si faccia, a contatto con la lingua orale. Pertanto l'insegnante dovrebbe dedicare più tempo in classe ad esercizi di ascolto della lingua straniera ed avere a disposizione una maggiore quantità e varietà di materiali d'ascolto.

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  3. CONTINUA
    Sulla qualità e il genere dei materiali orali ci sono da fare, altresì, alcune importanti considerazioni.
    Se prendiamo in esame la comunicazione orale, ci renderemo conto che la pronuncia non è che un aspetto di essa (sebbene nell'insegnamento della produzione orale della lingua si tenda a dare alla pronuncia, insieme alla grammatica, il maggior risalto). Se ascoltiamo una conversazione "normale" tra parlanti della stessa madrelingua, ci accorgeremo che la lingua è piena di interruzioni, false partenze, "errori" sintattici, ristrutturazioni di frasi lasciate a metà. Scopriremo come i parlanti gestiscono la conversazione prendendo tempo per organizzare i pensieri, correggendo ciò che hanno detto prima, senza però cedere la parola agli altri. Vedremo che per fare questo si serviranno di segnali discorsivi (p. es. "guarda", "dunque", "però", "cioè", "esatto?", ecc.) oppure controllando la conversazione con ripetizioni sintattiche e lessicali. Noteremo anche quanta importanza hanno, per determinare i significati, elementi fonologici come il ritmo, l'intonazione e l'accento. Ed ancora, come si possono individuare e definire atteggiamenti emotivi da altri elementi quali il volume, la velocità, l'altezza nella gamma della voce rispetto al resto del discorso, ecc. Tutti questi aspetti della comunicazione orale, naturalmente insieme alla pronuncia, rendono la lingua così difficile da capirsi per un non-nativo.
    Come scrive Augusto Lamartina (in Lend, gennaio 1979): "Al momento di capire ci si deve misurare con la lingua nella sua complessità naturale". Quando ascoltiamo una lingua non abbiamo nessuna possibilità di controllo. Non possiamo riflettere su una singola parola o riascoltare a piacimento una parte non chiara. È necessario capire immediatamente, anche se magari le condizioni d'ascolto non sono ottimali. Perciò se noi facciamo ascoltare ai nostri studenti dialoghi costruiti "ad uso didattico", cioè artificiosi in molte loro parti e registrati in condizioni acustiche perfette, non aiutiamo come potremmo lo studente a sviluppare la sua capacità di capire i messaggi che gli arrivano tramite la lingua parlata quando questa è usata nella comunicazione ordinaria. In conclusione, nei nostri corsi dovremmo tenere in maggior conto il fatto che i nostri studenti se saranno parlanti nella lingua straniera, dovranno pure essere ascoltatori e perciò in condizioni di dover capire dei messaggi orali autentici. Dovremmo, quindi, curare lo sviluppo dell'abilità dello studente di capire la lingua orale senza mortificarla rispetto alle altre abilità linguistiche.
    Nella scelta del materiale dovremmo operare in modo da sottoporre allo studente brani che contengano tutti gli aspetti della comunicazione orale autentica, cioè normale, dei parlanti di madrelingua.
    Quanto prima lo studente si troverà a contatto con la lingua reale, tanto meglio sarà. Il suo progresso sarà solo una questione di tempo passato ad esercitarsi, come per qualsiasi altra abilità.

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  4. Parlando in vece di studentessa, ho iniziato questa mia carriera sin dalla scuola materna come dialettofona. Ora sicuramente non ricordo con esattezza quali eventuali disagi io abbia potuto riscontrare nel constatare che la mia lingua era diversa da alcuni dei miei coetanei, poiché molti da piccoli hanno appreso l’italiano e sicuramente per me, dialettofona, non è stato facile. Però essendo piccola ora non posso ricordare con esattezza questo ma, posso sicuramente definire ciò che questo ha portato negli anni successivi della mia acquisizione a una nuova lingua per me, e cioè l’italiano. Mi rendevo conto che anche se riuscivo a comprendere determinati concetti, molte volte la mia ardua impresa era esporre ciò che avevo compreso, nonostante sono stata una delle poche ad aver imparato in fretta a leggere. Ancora oggi, mi “sfugge il termine” (come si dice spesso), è come avere un vuoto di memoria, quando non si riesce ad esprimere qualcosa, ci si sente persi. Di certo il mio carattere timido non mi ha aiutato affatto in questo, a maggior ragione ritengo che l’insegnante abbia un ruolo di fondamentale importanza nel far capire all’alunno quale sia il modo migliore per imparare una lingua ed arricchire la propria, certamente leggere è essenziale, ma ad un alunno che deve imparare ad avere un impatto con una nuova lingua per la prima volta, non basta. La lingua ha una rilevanza nel nostro modo di vivere che molto spesso stentiamo a crederci se ci pensiamo, ma quante volte abbiamo detto che una persona ci è apparsa molto affidabile perché sa ben parlare? Sapersi esprimere è importante. La cadenza, il modo di esprimersi ha una particolare incidenza sull’interlocutore, quante volte sussultiamo quando sentiamo qualcuno esprimersi in modo scorretto? Forse tante volte, così tante che magari non ci accorgiamo che già senza volerlo abbiamo espresso un parere su quella determinata persona solo a sentirla parlare. Ritornando a quanto detto precedentemente riguardo al metodo per comprendere al meglio una lingua sono perfettamente d’accordo con il Prof. Francesco sul fatto che “lo studente quanto prima si troverà a contatto con la lingua reale, tanto meglio sarà”. Trovarsi a “contatto” con la lingua non fa che migliorare l’apprendimento di una nuova lingua.

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  5. Carissima, grazie per questo commento così interessante... concordo con quello che dici, e per queste ragioni che ho scritto questo libro...

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