mercoledì 5 dicembre 2012

Utopie?





Essi sostengono anche che la povertà rende gli uomini vili, astuti, ladri, infidi, fuorilegge, bugiardi, falsi testimoni, e che le ricchezze li rendono insolenti, superbi, ignoranti, traditori, privi di entusiasmo e saccenti. La comunione li rende tutti ricchi e poveri allo stesso tempo: ricchi giacché possiedono tutto ciò di cui hanno bisogno e poveri perché non si asserviscono ai beni materiali tanto da diventarne schiavi, ma lasciano che siano essi a servirli.

Cari Alunni di IVA... aspetto i vostri commenti...

sabato 24 novembre 2012

Fedone

 

L'ultimo giorno di vita di Socrate


Il grande studioso tedesco Paul Natorp ha definito il Fedone «un monumento a Socrate». In effetti il Fedone, dialogo giovanile in cui Platone ricostruisce l'ultimo giorno di vita di Socrate e le ultime conversazioni con i suoi discepoli, è un monumento alla filosofia: è un invito rivolto a tutti gli uomini a incamminarsi lungo la via della ricerca, nella consapevolezza che la cura dell'anima è l'unico modo giusto di vivere, giacché il solo davvero rispettoso della natura umana, dei suoi desideri e dei suoi bisogni. Quest'opera sottolinea l'intreccio tra vita e filosofia.

Cari Alunni... lasciate le riflessioni che vi indurrà la lettura dell'opera durante il laboratorio filosofico...


mercoledì 7 novembre 2012

Da Embrione a Persona...

Cari Alunni di IVAs, dopo aver discusso su questo tema in classe, in seguito allo studio di San Tommaso, potremmo aprire un forum e cercare di coinvolgere anche altri studenti... Considerare l'embrione come persona fin dal concepimento significa compiere un passo che ha delle implicazioni rilevanti in molti ambiti. Proponiamo due differenti visioni... voi quale abbracciate... perché?




Nel movimento teleologico e auto programmato dell’embrione verso più compiuti stati corporei e psichici di umanità, ( vi è ) la regia di una forma immanente, presente sin dall’inizio e che presiede all’intero processo. Nel lessico della tradizione classica a tale forma si assegna il nome di anima. (…) sin dall’istante del concepimento ( è ) presente una forma/anima spirituale, non soltanto vegetativa e “animale”. Essendo il processo teleologico di sviluppo dell’embrione manifestamente indirizzato alla pienezza dell’essere persona, l’intero processo si intende meglio nella sua unità se sin dall’inizio opera un principio spirituale costruttivo e formale. ( V. Possenti )


Quello relativo all’inizio di una “persona” come quello della sua fine ( è ) un problema filosofico e concettuale, che deve essere risolto tenendo opportunamente conto delle migliori conoscenze scientifiche disponibili ed adeguandosi ad esse. In questo senso, in quanto scienziati ed operatori del settore, noi informiamo che le recenti conoscenza ( … ) portano a dire che “prima” del 14° giorno della fecondazione è da escludersi che l’embrione abbia “vita personale” o sia “persona”. Non è nostro compito stabilire con precisione quando ciò avvenga, ma certamente non avviene al momento della fecondazione, bensì in un momento successivo ad essa. (documento degli scienziati con Rita Levi Montalcini )

Un'altra opinione:


lunedì 24 settembre 2012

Eguaglianza e libertà

Eguaglianza e libertà



Cari Alunni, ricomincia un altro Anno scolastico. Riprendiamo anche il nostro dialogo on-line... quest'anno ci confronteremo ancora sui "Diritti Umani", ma da una prospettiva filosofica. Cominceremo a farlo leggendo insieme il libro di un grande filosofo italiano, Norberto Bobbio. Spero che i vostri interventi siano numerosi. Ricordiamoci che la filosofia è dialogo, scoperta, attraverso la parola, del nostro Luogo e del nostro Tempo.

I due valori della libertà e dell'uguaglianza si richiamano l'un l'altro nel pensiero politico e nella storia. Entrambi concorrono a definire il concetto di persona umana, come essere che si distingue, o pretende di distinguersi, da tutti gli altri esseri viventi. L'uomo, in quanto individuo, deve essere libero, in quanto essere sociale. Deve trovarsi con gli altri individui in un rapporto d'uguaglianza. Libertà ed uguaglianza sono anche i valori che stanno a fondamento della democrazia: una società può definirsi democratica quando è regolata in modo tale che gli individui di cui si compone sono -se non liberi ed uguali- più liberi ed eguali che in qualsiasi altra forma di convivenza.Caratteristica della forma democratica di governo è, infatti, il suffragio universale che è, insieme, un'applicazione del principio di libertà come diritto di partecipare al potere politico ma anche un'applicazione del principio di uguaglianza in quanto eguale accesso ai diritti politici.Eguaglianza e libertà sono però valori suscettibii di profonde trasformazioni nel corso della storia: così, il problema cruciale della libertà nella società globale di fronte alla sfida del progresso tecnologico.


Dalla prefazione del Libro di Norberto Bobbio.

giovedì 1 marzo 2012

Per riflettere: L'importanza della lingua orale e dell'Educazione all'ascolto


Dall'Introduzione del Libro:

La Lingua dell'Altro.
Il problema del dialetto nell'apprendimento scolastico.

Città del Sole edizioni. http://www.cdse.it/index.php?id=539

Il presente lavoro è il frutto di un percorso lingui-stico-filosofico tra le intricate vie dell’Italiano, intrapreso nel tentativo di rispondere ad alcuni interrogativi:

L’Italiano è la lingua madre per tutti gli italiani o per alcuni è ancora una lingua matrigna?

Quand’è che il cambiamento di una lingua nel tempo (quel mutamento naturale e ineluttabile) è da con-siderarsi un impoverimento? bisogna rassegnarsi alle brutture, oppure lottare per affermare il buon gusto?

Quali difficoltà di apprendimento possono incon-trare gli studenti che hanno il dialetto come lingua madre e che ruolo ha l’insegnante di italiano nell’integrazione dei bambini stranieri?

La lingua che parliamo può determinare la nostra visione del mondo?

A queste domande si cercherà di rispondere muo-vendosi sia su un piano pratico, didattico, sia teoretico, er-meneutico: l’uomo abita in un contesto pregno di suoni, i quali vanno trasmessi ai posteri, impedendo che si inter-rompa il loro fluire, e vanno anche interpretati, alla luce della propria contemporaneità. Nella parola, storicamen-te determinata, ogni individuo riconosce se stesso, perché essa è la sua dimora, il luogo dell’indugio e dell’attesa, in cui si attarda per aspettare l’avvento dell’ospite, con il quale aprire un dialogo, capace di dare accesso al regno della differenza. In questo attendere, si pensa nella pro-pria lingua e si cerca di tradurre la parola dell’altro, di in-terpretarla, in un viaggio migratorio rivolto a traslocare il verbo da un spazio originario verso un luogo adottivo. Per appagare l’innato desiderio di “riconoscimento” dell’essere umano; per placare la nostalgia di un tempo mitico, in cui tutti gli uomini parlavano la stessa lingua e ascoltavano il medesimo silenzio.

Il presente lavoro è il naturale proseguimento della riflessione intrapresa nel mio libro precedente, Rotte Me-diterranee, in cui mi sono soffermato, tra i vari temi, sia sul problema dell’accoglienza dell’Altro sia sul ruolo peda-gogico dei paesi mediterranei nella presa di coscienza dell’impossibilità di sottrarsi all’accoglienza dell’ad-veniente. Per ospitare bisogna intendere la lingua dell’altro e per apprenderla occorre esercitarsi all’ascolto e al silenzio; serve l’amore per l’altro, si deve a tal punto amarlo da adottare anche la sua madre lingua, lasciando che essa invada il nostro cervello, uscendo dall’ottica del-la traduzione ed entrando in quella della condivisione, per evitare inutili sensi di inferiorità .

Nel precedente lavoro l’aspetto linguistico era sta-to affrontato solo da un punto di vista poetico e teoretico: era necessario procedere anche su un livello meramente didattico. Vivendo in un’area dell’Italia in cui il dialetto è la lingua madre, mi sono chiesto se questo non influisse in qualche modo sull’apprendimento dell’italiano e delle altre materie, giacché lo studente dialettofono deve ope-rare continui processi di traduzione, e quindi di interpre-tazione, durante i primi anni – e non solo – di apprendi-mento, i quali possono generare indisponibilità ad ap-prendere in una lingua che non fa altro che denigrare quella materna. Se è vero, come è vero, che la conoscenza è il principio della trasformazione, occorre conoscere be-ne i ragazzi, prima di sedersi in cattedra, cercando di for-nire loro ogni possibile agevolazione, gli strumenti e le opportunità, affinché siano allievi desiderosi di appren-dere e non soggetti frustrati dalla incomunicabilità.

Il presente libro è il frutto della rielaborazione di una serie di lezioni tenute in una Scuola Primaria a dei colleghi, con i quali si sono creati una serie di laboratori didattici, con l’intento di individuare le problematiche più frequenti riscontrate negli alunni durante i processi di apprendimento. Lo studio qui condotto, muovendosi su basi certe, fornite da studiosi di fama internazionale e da teorie consolidate e sperimentate, avanza una serie di ipo-tesi pedagogiche, anch’esse sperimentate dal sottoscritto in circa dieci anni di insegnamento, le quali hanno fornito buoni risultati, innalzando notevolmente la percentuale di successi scolastici, in tutte le discipline, dall’italiano al-la matematica. Per comprendere i processi logici della matematica e della poesia, ogni studente deve intendere le indicazioni fornite dai docenti; se ciò non avviene sarà più facile fallire.

Secondo gli studi più recenti della psicologia co-gnitiva, linguaggio e pensiero sono due sfere che si de-terminano reciprocamente. Lera Boroditsky afferma che le lingue che parliamo influenzano la nostra percezione del mondo. Le lingue plasmano il pensiero.

I ricercatori hanno analizzato come il linguaggio mo-della anche le dimensioni più fondamentali dell’esperienza: spazio, tempo, causalità e rapporto con gli altri.

La studiosa sostiene che la lingua genera i processi mentali, quindi cambiando il nostro modo di parlare mu-tano i nostri schemi psichici.

Secondo le ricerche, chi è bilingue cambia il modo di vedere il mondo in base alla lingua che parla. Due ricerche pubblicate nel 2010 hanno mostrato che addirittura qualcosa di fondamentale come il grado di simpatia o di antipatia verso una persona dipende dalla lingua in cui ci è chiesto il parere.

Questi studi sostengono e confermano quanto ho avuto modo di sperimentare sul campo lavorando con alunni dialettofoni. La visione del mondo cambia col suo-no e con le strutture mentali che esso determina. Il dialet-to, in questa parte di Calabria, non è una lingua articolata e predisposta alla sublimazione del pensiero: è una lingua pratica, ricca di metafore, capaci di nascondere il reale fi-no a renderlo inaccessibile, anche al pensiero stesso. Pas-sare all’italiano comporta un mutamento di rotta: quando abbiamo sostituito il latino col volgare si è fatto il salto dal Medioevo al Rinascimento. I popoli hanno creato un mondo dando vita una nuova lingua.

Il percorso ermeneutico, che ogni giorno traccia-mo, semplicemente nominando il mondo che ci circonda, è un cammino di scoperta. Mutare lingua ci apre una nuova strada; inventare la parola, ogni giorno, ci dispone al futuro privi di paure e pregiudizî. Molte delle lingue che oggi parliamo fra alcuni decenni saranno scomparse, tra queste la maggior parte dei dialetti. La certezza che ciò sia inevitabile ci deriva dalla constatazione che molte delle lingue degli antenati sono ormai estinte, basti pen-sare all’etrusco, di cui ancora non si possiede, è il caso di dirlo, la chiave di lettura. Anche i dialetti spariranno, per tale ragione, occorre che il cambio di linguaggio non di-venga necessariamente un impoverimento. I ragazzi che ancora oggi hanno il dialetto come lingua madre tendono ad apprendere un italiano misero. Far conoscere la ric-chezza della lingua di Dante è un compito estremamente complesso e delicato, se tale processo non avviene nel modo corretto, si rischia di perdere l’identità e la consa-pevolezza di essere parte di un paese, l’Italia, che può “dire” ancora molto, nei contesti internazionali, su temi come la bellezza e le politiche di pace e di accoglienza, proprio perché vi si parla una lingua che è armonica, sa rispettare le pause e quindi riesce a dare il giusto spazio alle lingue degli altri.
F. I., Catona, 29 maggio 2011

 

domenica 26 febbraio 2012


Etica condivisa




Se ci poniamo alla ricerca di un’etica oggettiva (soprattutto con lo scopo di opporci al relativismo morale o addirittura all'assenza di regole morali) ci potremmo trovare di fronte una di queste due strade:


1. Si opta per un'etica rivelata: è Dio che ci dice che cosa è giusto o sbagliato; però in questo caso bisogna considerare che per un credente di un'altra religione, per un ateo o un agnostico quell'etica potrebbe essere senza valore o, addirittura, contraria alla sua...

2. Ci si attiene a un’etica semplicistica: scelgo un principio che mi sembra inattaccabile e mi ci conformo, mi basta questo per essere sicuro che possa valere per tutti.

Io potrei decidere di attenermi al comandamento "Ama il prossimo tuo come te stesso", pur non essendo religioso, oppure potrei conformarmi alle tre formulazioni dell’imperativo categorico kantiano:


1. Agisci unicamente secondo quella massima in forza della quale tu possa volere nello stesso tempo che essa divenga principio di una legislazione universale.


2. Agisci in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre nello stesso tempo come un fine, mai solo come un semplice mezzo.


3. Agisci in modo tale che la tua volontà possa, in forza della sua massima, considerare se stessa come istituente nello stesso tempo una legislazione universale.


La realtà, però, è complessa, ogni situazione, ogni ambiente ha molteplici variabili. Spesso coloro che abbracciano un'etica oggettiva non fanno altro che semplificare la realtà, dando molte cose per scontate. Siamo sicuri che le tre formulazioni kantiane possano valere sempre e in ogni luogo?


Casi pratici:

se ci dovessimo attenere ai principi kantiani oppure a quanto disse Gesù nel famoso discorso della montagna, quando enunciò la regola d’oro dei cristiani: Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro (Matteo 7:12). Potremmo incorrere, forse, nello stesso relativismo morale che vogliamo condannare: se i nostri desideri fossero malvagi che cosa accadrebbe? Pensiamo a questi casi:


1. Io vorrei che il professore mi promuovesse: se diventerò professore, promuoverò tutti! Anche chi non studia? E allora non commetterei un’ingiustizia nei confronti di chi ha sempre studiato?


2. Vorrei che una ragazza che non mi ama mi amasse, quindi io dovrei amare anche chi non amo?


Discutiamone insieme...

giovedì 9 febbraio 2012

Le Foibe: Giornata del Ricordo. Per non dimenticare l'orrore




« Fu una barbarie basata su un disegno annessionistico slavo che assunse i sinistri connotati di una pulizia etnica »
(Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica Italiana, Roma, 10 febbraio 2007)

« La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale "Giorno del ricordo" al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Nella giornata [...] sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell'Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all'estero. »
(legge 30 marzo 2004 n. 92)


mercoledì 25 gennaio 2012

Il ricordo e l'oblio. Pensieri sulla Shoah

Il Giorno della Memoria

Anche in Calabria c'era l'orrore





Il 27 gennaio, anniversario della liberazione del campo di Auschwitz, si ricordano le vittime dello sterminio nazista. In questo spazio vogliamo ricordare, accanto al popolo ebraico, anche tutte quelle persone che furono perseguitate per le loro opinioni politiche, il loro orientamento sessuale, la religione, il colore della pelle, l'appartenenza ad un gruppo etnico, una forma di disabilità. Oppositori politici di diverse fazioni, omosessuali, Rom e Sinti, testimoni di Geova, portatori di handicap e malati mentali sono alcuni dei gruppi che il nazismo colpì nel suo progetto di purificazione della razza.


Esisteva anche una "questione zingara" per i nazisti.
Ad Auschwitz c'era un'apposita sezione a loro dedicata: lo Zigeunerlager.
Più di 500mila Rom vennero sterminati .