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domenica 24 maggio 2026

SE FOSSI INTERAMENTE CONTENUTA IN ME...

 Racconti famigliari 

di Francesca Rizzo




Leggendo questa raccolta di racconti di Francesca Rizzo, viene subito in mente Benedetto Croce e la sua convinzione che la Storia non è un museo di fatti, ma il racconto di come l'uomo, attraverso la libertà e lo spirito, costituisce se stesso nel tempo.

Racconti famigliari è una narrazione interpretativa che collega fatti famigliari e collettivi con una trama di senso commovente, dimostrando che anche la microstoria può avere un significato vitale per lo spirito umano, tanto da meritare il titolo di Storia.
Lo sfondo di questi racconti è la Sicilia "autentica" (in senso heideggeriano) del secolo scorso, che affonda le sue radici in un passato percepito come remoto, ma in realtà prossimo, perché il sentire dei protagonisti, realmente esistiti, è vivo nella memoria di chi scrive.
Sei storie nelle quali i luoghi fisici, soprattutto le case e gli arredi che le completano, divengono interlocutori attivi, custodi di vicende solo apparentemente contingenti, ma che in realtà sono la sostanza di esistenze che si sono sviluppate e hanno contribuito alla creazione di un territorio e di una cultura millenaria.

La logica narrativa che si può individuare leggendo Racconti famigliari è per certi aspetti simbolica, quasi allegorica, ma nella sua sostanza è psicologica, una sorta di viaggio nell'interiorità del narratore che, attraverso il suo sapere filosofico e umano, propone eventi filtrati dalla prospettiva emotiva e affettiva. Nei racconti, in cui si parla dell'amore per i luoghi e le persone, anche quelle conosciute attraverso il filtro del racconto altrui, l'autrice lascia trasparire un certo pudore filiale, in grado di creare un equilibrio perfetto tra ciò che si svela e ciò che si lascia intendere. La storia individuale, quindi, diviene un metatesto che parla della natura, dei libri, del linguaggio e della realtà. Croce direbbe che questi esempi mostrano come la letteratura sia sempre un discorso che riflette su sé stesso, sul senso della narrazione e sulla realtà.

Alla fine della lettura, i  protagonisti rivelano tratti familiari anche al lettore, il quale può trovare atmosfere note, e una certa nostalgia per la lentezza, i suoni... modi di fare che lasciavano spazio all'incompiuto e al fallimento, come luoghi che ognuno, prima o poi, dovrà frequentare. 
Tutto questo - insieme alla certezza, come scrive l'autrice, che "la nostalgia è desiderio del passato e, dunque, inevitabilmente senza speranza né appagamento di felicità" - concede uno sguardo privilegiato su un'epoca altra, il quale consente di ritrovare tratti della nostra personalità o un modo di osservare il mondo che solo il confronto col nostro individuale ieri ci può svelare, liberandoci da false illusioni di perfezione e idealizzazioni pericolose.

Racconti famigliari, quindi, è un atto poetico che può contribuire, senza dubbio, a "digerire" la Storia, senza implicazioni morali; sono racconti non votati all'utile e, inquanto generati da un'intuizione estetica, sono un contributo serio alla comprensione del presente e di noi stessi.




domenica 17 maggio 2026

IL SALONE DELL'INUTILE. TORINO 2026

 E PARLO DI ME CON ME STESSO




Il Salone del libro è morto con Ernesto Ferrero?


È una domanda che occorre porsi, ma la causa della morte del Salone del libro di Torino non è certamente la scomparsa dell’uomo che ha contribuito in modo determinante alla sua nascita, partendo da una necessità: fare dialogare le voci dell’Italia e del mondo, per fondare un coro che avesse, nella sua eterogeneità, la forza dirompente del dolore e della passione; la dinamica generosità della gioia e della bellezza, che fosse uno strappo generazionale capace di fondarsi sul già detto, rinnovandolo.

Come ogni cosa che si fossilizza sulla tradizione, senza il coraggio della rottura e del cambiamento, il Salone del libro è decaduto, diventando un mercato, una sorta di consorteria regionalistica, una piazza periferica nella quale, in ogni angolo, c’è una bancarella, dentro la quale i rappresentanti di ogni regione parlano tra di loro dei problemi della loro casuccia.

Intorno a questa piazza si innalzano i padiglioni dei guru, sorta di altari sui quali sono invitati a salire, per parlare a un popolo plaudente, i soliti volti noti del panorama televisivo.

All’interno di un ovale, vecchio come Morla, (per rinnovare il quale la soluzione è come quella dell’uovo di Colombo),  ci sono anche gli stand delle forze dell’ordine, che fanno pubblicità al loro lavoro, il quale, seppur indispensabile e nobilissimo, non ha niente a che fare col mondo dei libri, ma che ha, forse, un unico scopo, ossia ricordarci che dove non può la cultura, potrà il “comando”.

Il Salone del libro è la dimostrazione che il regionalismo italiano non è mai morto: ognuno sta nel suo quadrilatero e racconta a se stesso quello che già sa, senza darsi  la possibilità di uno specchio che lo metta davanti alla sua piccolezza o alla sua grandezza; innanzi alla sua nevrosi e al suo narcisismo. Sarebbe semplice spezzare questa frammentarietà culturale se gli stand regionali fossero solo luoghi di esposizione e non di chiacchiera, se in ogni padiglione si esponessero libri, tanti, tantissimi libri, nati in quella regione, senza gadget e dépliant turistici (siamo al salone del Libro non alla fiera del turismo).

Il centro della piazza dovrebbe essere aperto, un’agorà, nella quale le regioni dialogano tra di loro, si creano debate tra intellettuali, scrittori… su temi specifici, senza che ognuno vada lì a presentare il suo ultimo romanzo; debate sulla cultura in pericolo, sulla sua funzione fallita. Per creare l’Italia, che ancora non esiste, per portare studenti da Reggio Calabria e Treviso, affinché si guardino in faccia e si conoscano, perché parlano, forse, la stessa lingua, pur avendo esigenze e problemi diversi.

Serve veramente a uno scrittore, andare a Torino a parlare del suo libro nel padiglione della sua regione, con i suoi colleghi scrittori, nati nella sua stessa regione?

Urge un confronto più ampio, un dialogo multidisciplinare, come lo sono i libri di valore, serve un dibattito serrato su temi comuni, per scardinare il regionalismo, che ha impedito al nostro Paese di raggiungere la sua maturità culturale e linguistica.

Siamo ancora lontani dalla caduta del muro… in Italia esistono tanti muri e non solo tra regioni, ma anche tra comuni… lo dimostra lo stand della Città Metropolitana di Reggio Calabria, una sorta di protuberanza della Regione Calabria, sulla cui utilità mi sto ancora interrogando e sulla quale mi interrogherò a lungo.

Il Salone del libro, nel mio immaginario, deve essere un salone, senza muri, aperto, con l’entrata libera, con le Regioni che investono nell’esposizione dei loro talenti e con una piazza, enorme, aperta, nella quale il confronto sia un abbraccio di voci e non una stanzetta in cui rimuginare e recriminare sul fallimento del proprio orto.


lunedì 4 maggio 2026

INTELLETTUALI E CONTEMPORANEITÀ

 Lungo una strada ombrosa: il non ascolto.

Di Eva Gerace

Questo libro vede accademici internazionali provenienti da cinque continenti riunirsi per criticare il ruolo dell’intellettuale di oggi.

Sostenendo che l’elitizzazione delle scienze sociali e umanistiche abbia raggiunto un punto critico nel XXI secolo, a causa della mercificazione della conoscenza e dell’avvento del modello capitalista, il volume si chiede come gli intellettuali possano liberarsi dal labirinto ideologico in cui si trovano ora e ripensare il contributo delle scienze sociali e umanistiche come strumenti adeguati ai bisogni del nostro tempo. L’accademia internazionale ha lo scopo e la responsabilità di osservare, criticare e contrastare la logica dominante, e di permettere che la conoscenza e i dibattiti internazionali raggiungano gli angoli più remoti del globo. 

Intellettuali provenienti da diversi ambiti delle scienze sociali e umanistiche offrono prospettive uniche su questo tema, proponendo un’analisi critica e una riflessione sulla nostra situazione attuale e chiedendo: quali sono oggi i doveri e le responsabilità degli intellettuali?

Riunendo voci rilevanti e influenti da prospettive diverse, il libro si rivolge a studiosi, intellettuali e studenti di dottorato e master interessati alla teoria sociale e politica, alla filosofia sociale e politica, all’epistemologia, alle classi sociali, al neoliberismo e al mondo accademico.

A rappresentare l'Italia, la dottoressa Eva Gerace, con un lavoro dal titolo: "Lungo una strada ombrosa: il non ascolto"