Translate

lunedì 4 maggio 2026

INTELLETTUALI E CONTEMPORANEITÀ

 Lungo una strada ombrosa: il non ascolto.

Di Eva Gerace

Questo libro vede accademici internazionali provenienti da cinque continenti riunirsi per criticare il ruolo dell’intellettuale di oggi.

Sostenendo che l’elitizzazione delle scienze sociali e umanistiche abbia raggiunto un punto critico nel XXI secolo, a causa della mercificazione della conoscenza e dell’avvento del modello capitalista, il volume si chiede come gli intellettuali possano liberarsi dal labirinto ideologico in cui si trovano ora e ripensare il contributo delle scienze sociali e umanistiche come strumenti adeguati ai bisogni del nostro tempo. L’accademia internazionale ha lo scopo e la responsabilità di osservare, criticare e contrastare la logica dominante, e di permettere che la conoscenza e i dibattiti internazionali raggiungano gli angoli più remoti del globo. 

Intellettuali provenienti da diversi ambiti delle scienze sociali e umanistiche offrono prospettive uniche su questo tema, proponendo un’analisi critica e una riflessione sulla nostra situazione attuale e chiedendo: quali sono oggi i doveri e le responsabilità degli intellettuali?

Riunendo voci rilevanti e influenti da prospettive diverse, il libro si rivolge a studiosi, intellettuali e studenti di dottorato e master interessati alla teoria sociale e politica, alla filosofia sociale e politica, all’epistemologia, alle classi sociali, al neoliberismo e al mondo accademico.

A rappresentare l'Italia, la dottoressa Eva Gerace, con un lavoro dal titolo: "Lungo una strada ombrosa: il non ascolto"

giovedì 30 aprile 2026

CONVEGNO DI STUDI "LA LIBERTA' IN PERICOLO"


CASI LETTERARI TRA FILOSOFIA, MUSICA E PSICANALISI

SECONDO CONVEGNO DI STUDI 
IN RICORDO DEL PROFESSORE ELIO D’AGOSTINO
PRESSO L’UNIVERSITÀ “DANTE ALIGHIERI” DI REGGIO CALABRIA

28 APRILE 2026



 

Si è tenuto presso l’aula Magna “I. Falcomatà” dell’Università Dante Alighieri di Reggio Calabria il secondo Convegno di Studi dedicato al professore Elio D’Agostino. Organizzato dal professore Francesco Idotta, in sinergia con il Circolo Psicanalitico Caraibico del Mediterraneo e Spazio Open e con il patrocinio della Città metropolitana, dei Comuni di Santo Stefano e Sant’Eufemia d’Aspromonte e Anoia, per ricordare lo studioso scomparso da qualche anno e fondatore della sezione liceale “E. Fermi” di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Il convegno ha avuto per tema “La libertà in pericolo. Casi letterari tra Filosofia, Musica e Psicanalisi”, ed è stato rivolto a evidenziare il problema grave che oggi colpisce gli intellettuali, i quali, sempre più spesso, sono messi a tacere da chi sta al potere, non solo con atti violenti, ma spesso con meccanismi di silenziamento ed emarginazione.

Dopo il ricordo commosso del professore D’Agostino, alla presenza dei familiari, e il saluto del Sindaco Francesco Malara, sotto lo sguardo attento di un folto pubblico, che ha visto protagonisti anche la classe Quinta F del liceo aspromontano e di altri rappresentanti dei licei della città, si sono avviati i lavori con gli interventi di illustri relatori di diversi atenei e istituzioni musicali, scolastiche e psicanalitiche.

                                  

Ad aprire i lavori della  mattina è stata la professoressa Francesca Rizzo dell’Università di Messina, docente di Storia della filosofia, la quale ha tenuto una prolusione dal titolo  Rileggendo alcuni saggi di Benedetto Croce. Un monito a difesa dell’umano”. La studiosa ha fatto riferimento ai saggi che appartengono all’ultimo periodo della riflessione di Croce, sostenendo che essi sono la testimonianza di un pensiero che, a seguito della tragedia della seconda guerra mondiale, avverte il bisogno di riprendere a riflettere sulla «logica della storia», lasciando emerge un tema nuovo nel pensiero crociano, ossia quello di una persistente negatività nella condizione ontologica umana, che egli identifica con la nozione di Vitalità, ma che la riflessione contenuta nei saggi indicati rivela una straordinaria lezione, quasi una sorta di monito a non abbandonarsi al pessimismo che la situazione odierna di «dis-creazione» pare suggerire.



I lavori sono proseguiti con il professore Andrea Francesco Calabrese del Conservatorio “Cilea” di Reggio Calabria, compositore e concertista di fama internazionale, il quale ha proposto un intervento dal titolo: “Nulla è più intollerabile della libertà. Creazione artistica e potere”. Il contributo prende le mosse dalla celebre frase del “Grande Inquisitore” dostoevskiano, «nulla mai è stato per l'uomo e per la società umana più intollerabile della libertà», per indagare il rapporto tra creazione artistica e potere. Sul piano filosofico, la riflessione di Pareyson su Dostoevskij e il confronto con il Catone dantesco offrono due visioni speculari e inconciliabili della libertà, ha sottolineato lo studioso, il quale ha portato tre casi emblematici per dimostrare la sua tesi, secondo la quale oggi esiste un potere sempre più raffinato nei suoi strumenti di controllo. Di fronte a questo, la creazione artistica è la forma più ostinata della vera libertà.

Il terzo intervento è stato quello del professore Santi Di Bella dell’Università di Palermo, studioso di estetica, il quale ha tenuto un intervento dal  titolo “Lo spazio stretto della libertà. Tra dissoluzione nella natura e amoralità della tecnica”. Nel quale vengono descritti due estremi opposti della cultura contemporanea, uno che punta verso il superamento dell'umano, attraverso la tecnologia, e l'altro che invece fa rientrare l'umano nella natura. In entrambi i casi si manifesta una stanchezza per la vita e per la cultura, che rimette al centro l'antropologia filosofica con le sue domande. Ci si interroga su cosa significa questa crisi, quali sono i gruppi di saperi e di individui che la incarnano, e cosa comporta per la pratica della libertà.

A conclusione della prima parte del convegno, la prolusione della musicologa Sara Zurletti, professoressa nel Conservatorio “Corelli” di Messina, la quale ha acceso l’uditorio con uno stimolante intervento dal titolo: “Il tradimento dei chierici.  Sabotaggio, censura, falsificazione della realtà”, col quale ha sostenuto come l'attacco attuale alla libertà d'espressione dipenda non solo e non tanto dal degrado del potere politico – di suo sempre più intollerante verso il dissenso  –, ma dal degrado della stessa intellettualità. I “chierici” del titolo, ha sottolineato la studiosa, sono gli intellettuali che servono il potere e si adoperano contro il pensiero libero e critico, tradendo così la propria missione. Attraverso le voci di scrittori e uomini di cultura che si sono battuti nel Novecento per la libertà – Benda, Orwell, Sartre, Said e altri –, si indica una possibile linea di resistenza.




Dopo la pausa, il convegno, che nella prima parte ha acceso uno stimolante dibattito, coinvolgendo anche gli studenti presenti, è ripreso con l’intervento della professoressa Maria Grazia Sfameni, (docente di lettere nel Liceo “N. Pizi” di Palmi, nel quale il compianto professore D’Agostino ha insegnato nei primi anni di servizio). La studiosa ha parlato di “Annie Vivanti: l’Aventino della parola che si libera- “L’invasore, una lettura possibile”. L’intervento ha fatto luce sulle motivazioni che, durante la prima metà del secolo scorso, hanno perpetrato un processo, prima di ridimensionamento e, dopo, di totale rimozione dell’opera e della figura intellettuale e artistica della scrittrice e poetessa Anna Emilia Vivanti. Tale azione, inizialmente operata dalla critica e dagli intellettuali italiani suoi contemporanei, assume, successivamente un profilo che va ben oltre la semplice valutazione artistica. Le motivazioni verranno ricercate nella figura e nella poliedrica, oltre che acutissima, personalità della Vivanti, ma soprattutto nella sua produzione letteraria con una particolare attenzione all’analisi del dramma in tre atti L’Invasore, composto nel 1915.


L’interessante convegno multidisciplinare è proseguito con l’intervento della professoressa e psicologa Eva Gerace, studiosa ed esperta di psicanalisi di fama internazionale, nonché fondatrice del Circolo psicanalitico dei Caraibi e del Mediterraneo, la quale ha affrontato il tema “La legge sotto attacco. Dalla folle libertà alla sovversiva gaiezza della psicanalisi”, nel quale si è soffermata sulla  follia e la follia come libertà, attraverso il caso del presidente Schreber, ponendo in risalto come la funzione Nome-del-Padre è fallita nella psicosi. La studiosa ha sottolineato che la libertà del folle è solo negativa: rompe il legame con l'Altro e rifiuta ogni limite. Partendo da una riflessione di Lacan sull’essere dell’uomo, che prevede che questo non solo non può essere compreso senza la follia, ma non sarebbe l’essere dell’uomo se non portasse in sé la follia come limite della sua libertà, si è sottolineata l’importanza della consapevolezza che l’inconscio è strutturato dal discorso dell'Altro, dalle relazioni di potere e dalla storia, e che ciò dipende dai significanti che comandano le scelte e le identificazioni. Alcuni esempi, ha sottolineato la studiosa, portano a pensare alla sovversiva gaiezza della psicanalisi come un’etica dell’allegria, la quale porta alla libertà come partecipazione.


Il convegno si è concluso con l’intervento del professore Francesco Idotta, docente di Filosofia presso il Liceo “E. Fermi” di Sant’Eufemia D’Aspromonte” il quale ha tenuto una prolusione dal titolo “Ferdydurke o dell’immaturità. Il potere che infantilizza, nella filosofia di Witold Gonbrovicz”, durante il quale ha sottolineato che la riscoperta di alcuni intellettuali, in malafede accantonati, è oggi un’impellente necessità. Attraverso la rilettura di opere sovversive, capaci di scardinare “forme” consolidate colpevolmente, è ancora possibile sfuggire al tentativo di controllo dei tiranni, i quali, per realizzare i loro piani, aspirano al controllo della scuola, della società civile e delle arti.

Attraverso la rivalutazione del romanzo Ferdydurke e di altri scritti di Witold Gombrowicz, Idotta ha cercato di individuare il momento nel quale si è intrapreso un percorso di infantilizzazione a tutti i livelli, che mira a prendere il controllo delle agenzie educative e culturali, per consentire, a una ristretta cerchia sociale, di imporre una forma autoritaria alla nostra società. 

Al convegno è seguito un acceso dibattito e la promessa della necessità di un proseguimento della ricerca sul tema trattato, giacché imprescindibile nella nostra epoca.








domenica 30 novembre 2025

La Microstoria per amare la Storia

 Sole, Mare e... Alalà 
(Città del Sole Edizioni)






Sole, mare e... alalà, questo è il titolo del delizioso libro del professore Ciro R. Cosenza, pubblicato proprio in questi giorni da Città del Sole edizioni.

 Siamo di fronte a un volume di microstoria e, come tutti i testi del genere, è un patrimonio prezioso per meglio comprendere il nostro passato prossimo. Un libro documentato da fonti classiche, ma soprattutto da una fonte che spesso gli storici, per ovvie ragioni, soprattutto per i periodi remoti, non possono utilizzare, ossia quella orale, il cui impiego rende la narrazione fluida e coinvolgente, come se si stesse ascoltando il proprio nonno intento a ripercorrere gli episodi della giovinezza. Chi ha avuto la fortuna di avere dei nonni abili narratori, ne comprende il valore, perché è quasi sempre diventato un appassionato di Storia e di storie. I libri del genere sono i più adatti, in un'epoca in cui i nonni raramente hanno la possibilità di intrattenersi a lungo con i nipoti, per avvicinare le nuove generazioni a una materia che non è quasi mai apprezzata come dovrebbe.

Questo testo si occupa di un periodo che va dagli anni Venti del Ventesimo secolo fino agli anni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale. Ciro R. Cosenza è stato un docente di storia e come tale aveva ben chiaro in mente quale fosse l'importanza del saper raccontare la storia agli studenti, e lo dimostra benissimo: la sua narrazione è  affascinante e stilisticamente coinvolgente, pur non trascurando il rigore della ricerca; egli, da cultore di microstoria, sa che le vicende minute, lontane dalle grandi cronache, sono in grado - come si legge nell'aletta di copertina del libro - di rivelare l'intreccio sottile tra destino personale e storia collettiva, quindi, possono diventare attrattive per le nuove generazioni e per gli studenti.

La École des Annales ci ha insegnato quanto è rilevante la microstoria e la sua collocazione in periodi lunghi, capaci di farci cogliere i nessi non solo causali ma anche emotivi, soggettivi, che hanno determinato i grandi eventi. Tale intento storiografico è la base epistemologica del testo di Cosenza, nel quale possiamo sperimentare che le scelte politiche determinano la vita dei cittadini, ma che anche le tradizioni culturali, lo stato d'animo delle comunità - anche quelle periferiche - possono alterare le sorti delle scelte politiche, coronarle di successo oppure farle fallire. 

Un un libro che, corredato da un apparato iconografico di grande impatto, grazie a una scrittura appassionata e appassionante, è ideale per lo studio di un'epoca che, per motivi di tempo, soprattutto negli istituti superiori, viene spesso trattata con una certa superficialità, impedendo agli studenti di comprendere il valore civile ed etico dell'impegno sociale e della partecipazione alla vita democratica.

È necessario interrogarsi sul passato, non solo quello delle dei grandi eventi, ma anche quello dei piccoli episodi che possono renderci più consapevoli che i sentimenti dei nostri antenati sono più vicini a noi di quanto possiamo immaginare.

sabato 4 ottobre 2025

K. 488 DI SARA ZURLETTI

La Musica demonica e il coraggio di suonare 

Leonida edizioni




Dove dimora il dolore? Dove risiede il coraggio di opporsi alle prevaricazioni?

Sara Zurletti, nel suo romanzo K. 488, costruisce un itinerario narrativo attraverso il quale si interroga, anche filosoficamente, sia sul senso della Musica, nell’era della tecnica, sia sui tentativi del potere di influire sul processo artistico, un potere che vorrebbe imporre il controllo anche sull’animo dell’artista. Come può l’economismo pensare di potersi impadronire della Musica per trarne profitti?

Questi interrogativi così inquietanti e attuali e la possibilità - a causa delle interferenze del potere - di perdere i talenti, ci riportano alla mente il romanzo di Robert Schneider, Le voci del mondo, se non nella struttura narrativa, nel dissidio tra l’artista e il mondo, che possiamo riassumere con questa citazione:

 

“Quanti uomini meravigliosi, filosofi, pensatori, poeti, pittori e musicisti il mondo avrà perduto solo perché ad essi non fu concesso di imparare la propria arte? Forse — continuando nella nostra fantasia — non fu Socrate il filosofo più sublime, e non fu Gesù Cristo il più grande spirito amante, né Leonardo il più straordinario tra i pittori o Mozart il più perfetto tra i musicisti; altri nomi, completamente diversi, avrebbero potuto segnare il corso della storia.” (pag. 8)

 

Cercheremo di chiarire questo bizzarro accostamento partendo dalla protagonista del romanzo K. 488, Emma Cambria, una pianista siciliana che tenta di affermarsi, frequentando un corso di perfezionamento a Parigi. Una ragazza apparentemente come tante, alla ricerca della via per esprimere il proprio talento, il quale le concede una abilità interpretativa e penetrativa dello spirito dei compositori con i quali si confronta.

La citazione precedente esprime bene la forza di uno dei messaggi di Sara Zurletti, che sembra essere il seguente: non sempre coloro che incarnano la perfetta essenza di ciò che un artista deve essere, riescono ad emergere. Spesso, la loro arte viene mortificata dalla logica dell’utile, quella che Aristotele collocherebbe tra gli analitici primi (formalmente validi ma falsi); essa smaschera l’intento del potere di servirsi dell’arte per soggiogare le masse, dentro le quali, sovente, perdiamo i talenti.

La vera arte, ci ricorda Sara Zurletti, come fa anche Thomas Mann ne La montagna incantata, pur nascendo da una nevrosi, quando non da una psicosi, cura il mondo, sia in senso lato sia in senso stretto, ossia, può curare un animo, che a sua volta avrà il compito di elargire, come tramite, luce nuova al mondo intero. Ecco che l’arte diviene quel carro trainato da cavalle, di parmenidea memoria, capace di guidare dal luogo comune al luogo elettivo.

Nelle vicende di Emma Cambria si innesta un ideale artistico che lotta strenuamente contro la visione dell’arte finalizzata a… o strumento di interessi temporali. L’arte è fine a se stessa e ogni artista, degno di tale nome, altro non è che un suo messaggero, una sorta di Ermes, che è sia portatore del messaggio, sia interprete del messaggio stesso, nonché attualizzatore di un segno, annunciatore che, in ogni modo, non può limitarsi a essere mero riproduttore.

Ecco perché la tecnica non è sufficiente (quella perfezione meccanica che nel romanzo di Sara Zurletti è attribuita a un pianoforte, capace di riprodurre lo stile e la dialettica musicale di un autore, facendogli suonare, a distanza di tempo dalla sua morte, un brano che è a lui postumo e che non avrebbe mai potuto interpretare); la tecnica, si diceva, non può esprimere da sola la forza del contingente e dell’imprevedibile, che alberga in ogni essere umano; l’arte è altra cosa, perché pur essendo tecnica, ha nella sua radice sanscrita ar il significato di andare verso, nel senso di portare fuori ciò che ha visto nell’abisso, pertanto essa non può essere affidata a un novello Frankenstein, ultimo prometeo, intelligenza artificiale, mostro postmoderno, capace di superare o eliminare ogni imperfezione, (un po’ come tentano di fare gli editor con i romanzi), giacché la grandiosità di una interpretazione pianistica o di un romanzo risiede nella sua insufficienza, che la rende unica e irripetibile e allo stesso tempo frammento del percorso diretto al vero, al bello; un tentativo, come direbbe Hermann Hesse, non una perfezione meccanica.

L’uomo post moderno, che invece cerca la compiutezza tecnica, diviene freddo metallo senza aderenza alla storia.

Emma è una ragazza di provincia, non contaminata dall’arrivismo, ma non per questo priva di ambizioni; ella porta un nome che in lingua germanica significa “potente e valorosa”, ma che ha anche altri significati, tra questi “totale”. Emma è una donna integra che non scende a compromessi, la sua forza delicata richiama alla mente due personaggi indimenticabili del mondo letterario: Emma Woodhouse ed Emma Bovary. Come non pensare a loro quando la ragazza di Sara Zurletti lotta strenuamente contro se stessa per trovare l’uscita dalla sua angoscia?

C’è anche da dire che ogni artista combatte contro se stesso e senza questa battaglia nessun’arte potrebbe produrre bellezza; sempre e solo se per arte intendiamo l’abilità tecnica che nasce dall’esercizio e dal lavoro duro, necessari per mutare le forze arcane che ci abitano in segni e le cicatrici che la vita imprime nell’anima di ognuno in musica.

Sara Zurletti pare sostenere che l’artista si debba lasciar travolgere da queste dinamiche demoniche, non demoniache, come la stessa Emma sottolinea con forza, senza abdicare ma con sacrificio, perché anche quando sembra che la violenza possa vincere - giacché nel mondo è tornata la clava e la sordità, come uniche forme espressive dell’uomo a noi contemporaneo, oramai privo della vibrante passione - l’impeto si risveglia e gli zombi vengono travolti dalla melodia, dai suoni del mondo. Emma tocca una nota capace di  riaccordare l’universo, un La arcano e ancestrale.

Sara Zurletti con questo romanzo, ben scritto, colto ed euritmico, ci dice che l’uomo, con tutta la sua razionalità, spesso viene sorpreso dalle vie impreviste che può prendere l’arte nel tentativo, quasi sempre riuscito, di cambiare il mondo.


sabato 30 agosto 2025

Garibaldi in Aspromonte 29 agosto 1862

 Mi repugna raccontar miserie”. Garibaldi, poeta sul confine.

di Francesco Idotta
 

Cippo Garibaldi, Comune di Sant’Eufemia d’Aspromonte, 29 Agosto 2025

 



Voglio cominciare questa mia breve conversazione facendo parlare lo scrittore e il poeta Giuseppe Garibaldi, premettendo che prima di dire qualsiasi cosa, su qualsivoglia personaggio storico, sarebbe il caso, ove possibile, e in questo caso per fortuna lo è, di ascoltare le sue parole.

Garibaldi ha scritto romanzi e poemi, tra questi un romanzo dedicato all’impresa dei Mille, un poema autobiografico e anche un libro di Memorie, da quest’ultimo è tratto il brano che vi leggerò, per introdurre il tema delle miserie e delle libertà, ma soprattutto del confine.

 “Dopo marcie disastrose, per sentieri quasi impraticabili - l'alba del 29 Agosto 1862 - ci trovò sull'altipiano di Aspromonte, stanchi ed affamati - Alcune patate mal mature, furono raccolte, e servirono d'alimento - prima crude - passato poi il primo orgasmo della fame - se ne mangiarono arrostite.

E qui devo far giustizia alle buone popolazioni montane di quella parte della Calabria - Esse non comparirono subito, per i disagiati sentieri, e le difficoltà di comunicazioni - ma nel pomeriggio, comparvero cotesti generosi abitanti - con abbondanti provviste - di frutta pane ed altro - L'imminente catastrofe però ci diede poco tempo per profittare di tanta benevolenza -

A Ponente, alla distanza d'alcune miglia - si cominciò a scoprire, verso le 3 p. m. la testa della colonna Pallavicini, destinata ad attaccarci - Ed io, considerando la posizione piana, ove avevamo riposato nella giornata - troppo debole, ed esposta ad esser accerchiata - ordinai un cambiamento di campo verso la montagna - e si giunse al limitare della bellissima foresta di pini, che corona l'Aspromonte - ove accampammo, colle spalle alla stessa, e la fronte verso i nostri assalitori -

E veramente: nel 60 fummo minacciati d'esser attaccati dall'esercito sardo - e vi volle molto amore del proprio paese - per non entrare in una guerra fratricida - Nel 62 però, l'esercito Italiano, perché più forte, e noi più deboli assai - ci votò all'esterminio - ed alacremente corse su di noi - come su briganti - e forse più volontieri. Intimazioni, non ve ne furono di sorta - Giunsero i nostri avversari - e ci caricarono, con una disinvoltura sorprendente - Tali, certamente erano gli ordini: si trattava d'esterminio - e siccome tra figli della stessa madre - potevasi temere titubanza - cotesti ordini, furono senza dubbio, di non dar tempo nemmeno alla riflessione - Giunto a lungo tiro di fucile, il corpo Pallavicini formò le sue catene - avanzò risolutamente su di noi, e cominciò il solito «fuoco avanzando» sistema adottato anche dai borbonici, e che ho già descritto difettoso -

Noi, non rispondemmo - Terribile fu per me quel momento! Gettato nell'alternativa di deporre le armi come pecore - o di bruttarmi di sangue fraterno! Tale scrupolo, non ebbero certamente i soldati della monarchia - o dirò meglio: i capi che comandavano quei soldati - ¿Che contassero sul mio orrore per la guerra civile? Anche ciò è probabile - e realmente, essi marciavano su di noi con una fiducia che lo facea supporre -

Io ordinai: non si facesse fuoco - e tale ordine fu ubbidito - meno da poca gioventù bollente - alla nostra destra, agli ordini di Menotti - che vedendosi caricati un po’ sfacciatamente, caricarono, e respinsero -

[…]

Anche Menotti fu ferito nello stesso tempo - Coll'ordine di non sparare - quasi tutta la gente nostra ritirossi nella foresta - rimanendo presso di me tutti i miei prodi ufficiali - fra cui i tre egregi chirurghi nostri - Ripari, Basile ed Albanese - alla cura gentile dei quali, io devo certamente la vita -

Mi repugna, raccontar miserie! - Ma tante furono, manifestate in quella circostanza - dai miei contemporanei - da nauseare anche i frequentatori di cloache! -

[…]

La monarchia Sabauda - avea ottenuto la gran preda - ed ottenuta come la volea - cioè: in uno stato - che il diavolo probabilmente - se la porterebbe via -

Si usarono veramente quelle civiltà banali - comuni, che si costumano anche per i grandi delinquenti, quando si conducono al patibolo - ma, per esempio - invece di lasciarmi in un ospedale di Reggio o di Messina - fui imbarcato a bordo d'una fregata - e condotto al Varignano – […]

Finalmente dopo tredici mesi - cicatrizzò la mia ferita del piede destro - e sino al 66 - condussi vita inerte ed inutile -

 Parlare di Garibaldi, oggi, sembra quasi anacronistico. Tuttavia, occorre farlo, proprio perché la memoria di quest’uomo, intellettuale, coraggioso interprete del suo tempo e, suo malgrado combattente, deve essere difesa.

Abbiamo inteso oggi avvicinarci a questo personaggio storico certi che se Hegel lo avesse conosciuto, lo avrebbe indicato come individuo cosmico storico, al pari di Napoleone.

 In pochi riescono, come Garibaldi, ad incarnare lo spirito del proprio tempo, riuscendo a diventare fautori e precursori di una nuova epoca… Forse solo Giuseppe Verdi ha saputo personificare lo spirito del suo tempo con la medesima energia creativa di Garibaldi, ma questa è un’altra storia…

Il titolo di questa conversazione è stato ispirata dal brano che vi ho letto, inserito nel quarto periodo, che va dal 1860 al 1870, nel capitolo primo, Titolato: “1862 campagna d’Aspromonte”, Dedicato alla vicenda accaduta in questo luogo il 29 agosto del 1862, esattamente 163 anni fa.

A quale miseria si riferisca Garibaldi, in parte lo chiarisce egli stesso nel testo che abbiamo letto, ma il vero cruccio di Peppino (come veniva chiamato dai suoi fidati amici) fu la miseria delle miopi visioni di uomini come Pallavicini (ben descritta da Tomasi di Lampedusa nel romanzo Il Gattopardo e da Luchino Visconti nell’omonimo film) Pallavicini incarna il fanfarone, il finto eroe, l’uomo senza scrupoli, il tronfio soldato esecutore, nella cui testa nessuna riflessione morale salta fuori prima di mettere in atto l’ordine ricevuto.

Le miserie alle quali Garibaldi si riferisce furono quelle degli uomini che invece di avere a cuore il bene della comunità, si sono limitati ad anteporre il proprio ego a qualsivoglia ideale. Uomini esclusivamente interessati a ottenere ricchezza e fama e solo per queste due meretrici hanno operato.

Garibaldi non fu mai un mercenario, sì, a volte un maschilista e insopportabile donnaiolo, un testardo e selvaggio, ma ognuno è figlio del proprio tempo, e noi non vogliamo giudicare l’uomo, piuttosto a cercar di comprendere il ruolo che il politico Garibaldi ha avuto nell’ottenimento di quella libertà realizzata il 1 gennaio del 1948 con la promulgazione della nostra Costituzione repubblicana e più nello specifico il ruolo dell’intellettuale, dell’eroe, padre di una visione, il cui unico intento è stato liberare l’uomo dalla schiavitù; col fine di rimuovere il confine della schiavitù del tiranno.

Per Garibaldi, lo vedremo, ogni tiranno è questo confine, giacché non opera con-fine libertario, ma con-fine autoritario; il suo fine non coincide col fine del popolo, ed il suo fine diventa il con-fine della libertà del popolo, sempre più stretto e opprimente.

È vero che per Aristotele, lo scrive nella Politica, la migliore forma di governo non è per partito preso la democrazia o la Repubblica, e che può esserlo anche la monarchia, ma sempre e solo se il monarca ha come unico interesse il benessere dei sudditi.

Non fu questo il caso dei Borboni, tanto meno, ahi noi, dei Savoia. Forse la pensava allo stesso modo Garibaldi, il quale da fervente repubblicano, al contrario dell’intransigente Mazzini, si piegò al compromesso monarchico; non abbiamo notizia di una sua frequentazione con Aristotele, ergo possiamo ritenere che la sua scelta sia stata dettata da realismo politico, semplicemente perché i tempi della Repubblica non erano maturi e l’unica via per uscire dalla miseria era liberare i popoli oppressi dell’Italia meridionale da Francesco II, il quale, più del padre Ferdinando II, oltre che tiranno, fu anche incompetente, e se non per volgare cupidigia tirannica, oppresse il popolo per ignavia e incapacità.

Torniamo però all’ideale… al Garibaldi scrittore e poeta, l’uomo che sente il peso e la responsabilità del suo mandato civile e politico. Anche se, prima di procedere con la lettura di alcuni passi dell’opera di Garibaldi, occorre chiarire che non è possibile trattare un qualsiasi segmento della storia come un’attuazione di cui si debba portare alla luce l’idea o principio operativo, perché Hegel, ci direbbe che solo dalla considerazione stessa della storia risulterà che tutto è avanzato secondo ragione, che essa è il corso razionale necessario dello Spirito del mondo. Hegel ci invita a procedere in modo storico-empirico.

Ecco che seguendo questo consiglio non dobbiamo assolutamente giudicare il passato con le categorie del presente.

Se volessimo giudicare l’operato è l’azione di Giuseppe Garibaldi partendo dalle categorie odierne, metteremmo in atto ciò che uno storico non deve mai fare, ossia operare ideologicamente un revisionismo.

Charles Taylor, sociologo e politologo oxoniano, nel suo libro Hegel e la società moderna sostiene: “se si vuole conoscere il sostanziale che è nella storia, bisogna portare con sé la coscienza della ragione [. ..] l’occhio del concetto, della ragione, che penetra la superficie ed energicamente si apre la via attraverso il molteplice e variopinto groviglio delle contingenze.”  Così facendo si può dimostrare che la storia stessa è la prova che la ragione governa il mondo.

Possiamo dunque affermare che l’azione di Garibaldi si situa in un contesto storico politico in cui il problema fondamentale è quello che sia Garibaldi sia Hegel sia gli uomini dell’Ottocento vogliono porre in risalto, ossia la mancanza assoluta di libertà. Ci dobbiamo chiedere noi, oggi, quale è stato il contributo di costoro nel processo realizzativo della libertà di cui noi adesso godiamo e di cui non ci rendiamo conto.

Passiamo al secondo punto del titolo di questo incontro, ancor prima di chiarire il senso dell’attribuzione a Garibaldi del titolo di poeta.

Quando parliamo di uomo che sta sul confine, ci riferiamo proprio a questo, ossia un uomo, in questo caso Garibaldi, che fa del confine il luogo nel quale permanere, nel quale stare, indipendentemente dal fatto che le scelte operative del generale Garibaldi siano state felici o infelici, condivisibili o non condivisibili.

Quello che noi oggi dobbiamo considerare è che la verità storica che emerge da questi eventi è la piena realizzazione degli ideali che caratterizzarono la spinta propulsiva che portò Garibaldi a essere quel temerario che è stato, ossia la visione di una Repubblica, di un’Italia repubblicana democratica, nata dal suffragio universale, dalla completa uguaglianza tra uomo e donna.

Riforme che ovviamente non potevano realizzarsi nell’epoca in cui Garibaldi visse, ma proprio per questo egli merita di essere commemorato e ricordato, giacché sua è la grandezza che caratterizza l’uomo politico e l’intellettuale, quindi lo scrittore e il poeta, ossia la capacità di vedere esattamente, come se fosse un legislatore, quello che può accadere, quello che accadrà.

Tutto ciò per cui Garibaldi lottò, consapevole che non avrebbe mai potuto vivere abbastanza per vederlo realizzato, si è compiuto dopo la Seconda guerra mondiale, nel 1948, a quasi 100 anni dagli eventi che noi qui stiamo commemorando.

Garibaldi non vuole parlare delle miserie umane perché sa che in uno scritto ciò che deve emergere è l’elemento razionale, che ha determinato l’azione e non il contingente di cui parlano Hegel e Tylor; anche se il contingente determina l’azione e l’agire dell’individuo, tuttavia, non sempre questo contingente è razionale, ma lo spirito che sottende a tutto, esso sì è razionale.

Quale fu dunque il merito di Garibaldi? Ce lo spiega Denis Mack Smith, in un libro ancora attualissimo, nonostante sia stato pubblicato nel 1959, dal titolo Garibaldi.

 

“La notorietà di Garibaldi fu un ingrediente essenziale nel guadagnare molta gente comune a una causa nazionale che sarebbe altrimenti sembrata remota e senza vantaggi.  Non c’è dubbio che il prestigio di Garibaldi fra la gente ordinaria contribuì a nascondere quello che stava accadendo finché fu troppo tardi per opporsi.

In un Risorgimento che si sviluppa lungi da piani preconcetti, da coordinazione e direzione, Garibaldi fu prezioso per quel suo spensierato prendere la legge in mano senza calcolare il costo e le conseguenze; con la sua fede cieca è irragionevole e con il coraggio di assurdi convincimenti, mostrò che un uomo può smuovere le montagne e spostare una frontiera”.

Continua Smith: “La guida di Garibaldi aveva il valore di un simbolo, di un malcontento contro gli accomodamenti, i compromessi ufficiali. […] Il contrasto tra Garibaldi e Cavour era lo scontro tra monarchia e rivoluzione, tra l’Italia reale e l’Italia ideale… vinse l’Italia reale… vinse Cavour. Per conseguenza il momento culminante del Risorgimento assunse il carattere di conquista, di sovrapposizione delle strutture dello Stato conquistatore sulle regioni liberate. Garibaldi aveva chiesto al re di sostituire una politica di compromessi e di ambiguità con la rivoluzione popolare; Vittorio Emanuele, scegliendo il Cavour, diede all’Italia un’impronta politico sociale liberale e moderata. Con Garibaldi fu sconfitto il Risorgimento come rivoluzione democratica e sociale”.

Garibaldi non si rassegna: morto Cavour nel 1861, subito dopo la proclamazione del Regno d’Italia, decide che forse è il momento di attuare quello che il suo ideale prevedeva, ossia l’unificazione, per la realizzazione di un di una politica nuova, mai vista. 

Tuttavia, nel luogo dello scontro tra garibaldini ed esercito savoiardo è sorto un confine: quel luogo è il confine tra la piena realizzazione di una Repubblica democratica, dove la sovranità appartiene al popolo, e una monarchia oppressiva, in grado di generare e ingrandire la questione meridionale.

Il revisionismo vorrebbe che fosse Garibaldi la causa di tutto questo, attribuendo al Regno borbonico ricchezze che non esistevano, consapevolezze popolari che forse non ci sono nemmeno oggi. Occorre riconoscere, invece, che Garibaldi era conscio che doveva esserci una guida per la realizzazione di un’identità popolare volta alla libertà e all’assunzione di responsabilità civile di tutto il popolo meridionale, il quale era spronato da una manciata di uomini colti e lungimiranti, ma in numero insufficienti per realizzare il progetto della libertà. Questo non poté realizzarlo.

Perché abbiamo quindi definito Garibaldi un poeta, vista la sua più che realistica visione politica? Perché, paradossalmente, il poeta, nonostante la nostra attuale e degenerata idea di poesia come elucubrazione e svago mentale, come fuga dal reale, è l’unico che sa come si fa, come si costruisce razionalmente la comunità, ce lo insegnano i Greci e in particolare Omero.

Certamente non per l’alto valore artistico letterario dei suoi poemi e dei suoi romanzi, noi definiamo poeta Garibaldi, (per chi non lo sapesse, spero in pochi Garibaldi fu anche uno scrittore di romanzi storici e anche di un Poema autobiografico) ma per la sua visione, capace di costruire il reale che noi oggi stiamo vivendo, come emerge dalla sua opera poetica, di cui si riportano alcuni esempi.

 

Carme alla morte e altri canti inediti

Sulle tue cime di granito, io sento
Di libertade l’aura, e non nel fondo
Corruttor delle Reggie, o mia selvaggia
Solitaria Caprera. I tuoi cespugli
Sono il mio parco, e l’imponente masso
Dammi stanza sicura ed inadorna,
Ma non infetta da servili. I pochi
Abitatori tuoi ruvidi sono,
Come le roccie che ti fan corona,
E come quelle alteri ed isdegnosi
Di piegar il ginocchio. Il sol concerto
S’ode della bufera in questo asilo,
Ove né schiavo né tiranno alberga.
Orrido è il tuo sentier, ma sulla via
Dell’insolente cortigiano il cocchio
Non mi calpesta, e l’incontaminata
Fronte del fango suo vil non mi spruzza.
Io l’Infinito qui contemplo1, scevro
Dalla menzogna, ed allor quando l’occhio
Mi si profonda nello spazio, a Lui
Che il seminò di Mondi, un santuario
Erger sento nell’anima: scintilla
Vicinissima al nulla, ma pur parte
Di quel tutto supremo. Oh! sì di Dio,
Sì! particella dell’Eterno sei,
Anima del proscritto!

 

Canto XXIX del poema autobiografico
versi tratti dalla poesia Aspromonte

Grazie, Italiana gioventù! la vita

Ch'io vi devo è a voi sacra. Alle venture
Pugne la serbo e quel pensiero solo
Me la fà cara. Ove l'egra mia salma
Non corrisponda al cuor, nelle battaglie
Non mi lasciate indietro. Oh! questo pondo
Ben conoscete, o generosi; e carchi
Io vi ho veduti di queste miserie
Tra le scoscese d'Aspromonte rupi
Balzarmi al lido. Un corridor, un carro
Potrò forse salir, ma se impotente!...
Non mi lasciate indietro. Oh! non negate
A me che, fido per trent'anni al vostro
Liberator vessillo, altro non volli
Io guideron che Libertade. Oh! Dio,
Non mi negate nel final conflitto
Tra i primi un posto e salutar tra i primi
Il santo giorno, che l'Italia sgombra
Sia da ladroni e che non più lamento
S'oda d'oppresso sulla nostra terra.





lunedì 7 aprile 2025

Nessuno si risparmi in amore


 ECONOMIA D'AMORE

di Ilda Tripodi




"Perché lo vogliamo a tutti i costi questo amore?" ci chiede Ilda Tripodi nel suo più recente canto poetico.


Qual è l'oggetto a cui dirigere il nostro amore e da cui pretendere una trasformazione in "soggetto" amante? Sta a noi la difficile scelta, perché tutti abbiamo bisogno di un soggetto che ci ami. Vogliamo essere amati da uno specchio, un altro da noi che sia capace di restituirci la nostra immagine appagata e sicura. Colui da cui vogliamo amore, pare essere il Dio stesso dell'amore. 


"Siamo fragili", ci ricorda il verso, e siamo l'oggetto di Dio, a cui, di rimando, la divinità dà amore. Dobbiamo a questo punto noi stessi diventare soggetti amanti, capaci di prenderci cura di quella divinità che, per non annientarci e rimanere sola, deve perdere la memoria dei nostri reiterati tradimenti e delle nostre offese e mancanze. 


La poesia di Ilda Tripodi è un labirinto di anafore, epanalessi, epifore e anadiplosi; un labirinto senza uscita, come l'amore. In questo viatico scosceso, ogni curva è un'opportunità, ma anche apertura su un precipizio mortale, se ci si addormenta... se ci si distrae. Ecco che la poesia ci sprona: "Non ti addormentare figlio di carta", perché il sonno è nemico del perdono, giacché in esso tutto si fa psicosi e diventa violenza. Il precipizio del labirinto è proprio il sonno che porta nell'incubo. Ci salva la veglia, il ballo e l'imprevisto. Il canto del fringuello sveglia il ritmo del cuore, ferito e sanguinante; lo stesso cuore che palpita fino ad esplodere di gioia o di paura.

 
La continua brama di un "soggetto" che colmi il nostro horror vacui è generata da questa mancanza, ce lo insegna Platone, e la ricerca diventa inevitabile quanto fatale. Ilda Tripodi ci ricorda che la ragione di un continuo interrogare l'amore è una lotta di sopravvivenza. Quando l'uomo chiede, sussurra alla Luna la poesia dei suoi affanni, quando lo sguardo contempla il Nulla, ecco che prende a interrogare Amore. La poetessa chiede: "L'amore crede nell'amore?", possiamo affermare che sicuramente ci crede il poeta, e anche se tutto sembrerebbe esser stato detto su questo tema, non è affatto vero, giacché l'amore è un universo sterminato da esplorare e comprendere. 


Quella di Ilda Tripodi è una visione intima, una confessione, un grido d'aiuto, pertanto un canto universale, che nasce da una accettazione coraggiosa di ciò che non si può cambiare, nemmeno con la morte. 
In una società in cui non c'è più spazio per l'intimità, dove tutto sembra doversi svelare ad ogni costo; in una società in cui si vive di apparenza, e i simboli sono andati perduti, l'unica salvezza è la poesia, fabbrica di simboli, facitrice di neologismi e suoni. Occorre una poesia ermetica per indurre l'uomo allo scavo profondo, nel tentativo di trovare se stesso, quel se stesso smarrito nella confusione dell'apparire. 


Questo libro è una guida all'onestà, un percorso di fede nell'uomo che fallisce; un canto d'amore per Dio e le sue Creature; un atto di donazione del femminile al maschile e viceversa, un gesto perfettibile con il quale accogliere l'avvento del divino e dell'umano.


domenica 6 aprile 2025

Uccidere la madre che dice sì

Quasi una vita, per imparare ad accettare un NO



"Una delle molle della volontà di potenza e di potersi vendicare un giorno di una causa di nostre sofferenze per esempio delle donne a causa di una donna, degli uomini a causa di un'infanzia o adolescenza maltrattate. Così si può spiegare la carriera di un grande artista o rivoluzionario. I nostri nemici si riducono sempre a quei due o tre tipi che ci hanno fatto soffrire nella adolescenza e nella giovinezza. Ma soprattutto è da considerare particolarmente la donna. Dico, sembra che ci si possa vendicare un giorno. Ma la lotta sarà così dura che si arriva al termine sgombri di rancori. E chi ne serba è un mediocre." Corrado Alvaro. Quasi una vita p. 88



Gli uomini che uccidono le donne o le picchiano stanno semplicemente uccidendo e picchiando la propria madre, quella donna che non li ha saputi accompagnare nella crescita e renderli autonomi e liberi, quella donna che non ha mai detto loro "NO". Un no definitivo e senza possibilità alcuna che diventi .
Nella nostra epoca è canone educativo il soddisfacimento del desiderio dei figli, "ad ogni costo"... "costi quel che costi"... 


I risultati di una infanzia costellata di , esaltano la Volontà di potenza, di cui parla Corrado Alvaro nel passo di Quasi una vita su citato, a questo si può unire il rampantismo epocale, che spinge a prendere tutto ciò che si desidera, senza rispettare i tempi della "maturazione" degli eventi, a cui ci aveva educati il cristianesimo. 
Aspettare la maturazione non significa rassegnarsi, piuttosto implica la capacità contadina di preparare il terreno per accogliere il seme, il quale ha necessità dei suoi tempi per germogliare. Il NO alla fretta e alla violenza lo devono dire le DONNE/MADRI, per evitare di far insorgere nel figlio il desiderio di uccidere chi dice loro un NO che non sono abituati a contemplare.


La madre che piange per il figlio assassino finito in carcere, non piange per la vittima ma perché anch'ella, inquanto madre, si trova davanti al primo NO imposto al figlio da altri, da coloro che lo hanno rinchiuso e privato, giustamente, della libertà che non ha saputo accogliere e meritare.
Accudire i figli e gli alunni non significa spianare la loro strada, ma sostenerli mentre cadono nel TENTATIVO di spianarsela da soli.