“Mi repugna raccontar miserie”. Garibaldi,
poeta sul confine.
di
Francesco Idotta
Cippo Garibaldi, Comune di Sant’Eufemia d’Aspromonte, 29 Agosto 2025
Voglio
cominciare questa mia breve conversazione facendo parlare lo scrittore e il
poeta Giuseppe Garibaldi, premettendo che prima di dire qualsiasi cosa, su qualsivoglia
personaggio storico, sarebbe il caso, ove possibile, e in questo caso per
fortuna lo è, di ascoltare le sue parole.
Garibaldi
ha scritto romanzi e poemi, tra questi un romanzo dedicato all’impresa dei
Mille, un poema autobiografico e anche un libro di Memorie, da quest’ultimo è
tratto il brano che vi leggerò, per introdurre il tema delle miserie e delle
libertà, ma soprattutto del confine.
“Dopo
marcie disastrose, per sentieri quasi impraticabili - l'alba del 29 Agosto 1862
- ci trovò sull'altipiano di Aspromonte, stanchi ed affamati - Alcune patate
mal mature, furono raccolte, e servirono d'alimento - prima crude - passato poi
il primo orgasmo della fame - se ne mangiarono arrostite.
E
qui devo far giustizia alle buone popolazioni montane di quella parte della
Calabria - Esse non comparirono subito, per i disagiati sentieri, e le
difficoltà di comunicazioni - ma nel pomeriggio, comparvero cotesti generosi
abitanti - con abbondanti provviste - di frutta pane ed altro - L'imminente
catastrofe però ci diede poco tempo per profittare di tanta benevolenza -
A
Ponente, alla distanza d'alcune miglia - si cominciò a scoprire, verso le 3 p.
m. la testa della colonna Pallavicini, destinata ad attaccarci - Ed io,
considerando la posizione piana, ove avevamo riposato nella giornata - troppo
debole, ed esposta ad esser accerchiata - ordinai un cambiamento di campo verso
la montagna - e si giunse al limitare della bellissima foresta di pini, che
corona l'Aspromonte - ove accampammo, colle spalle alla stessa, e la fronte
verso i nostri assalitori -
E
veramente: nel 60 fummo minacciati d'esser attaccati dall'esercito sardo - e vi
volle molto amore del proprio paese - per non entrare in una guerra fratricida
- Nel 62 però, l'esercito Italiano, perché più forte, e noi più deboli assai -
ci votò all'esterminio - ed alacremente corse su di noi - come su briganti - e
forse più volontieri. Intimazioni, non ve ne furono di sorta - Giunsero i
nostri avversari - e ci caricarono, con una disinvoltura sorprendente - Tali,
certamente erano gli ordini: si trattava d'esterminio - e siccome tra figli
della stessa madre - potevasi temere titubanza - cotesti ordini, furono senza
dubbio, di non dar tempo nemmeno alla riflessione - Giunto a lungo tiro di
fucile, il corpo Pallavicini formò le sue catene - avanzò risolutamente su di
noi, e cominciò il solito «fuoco avanzando» sistema adottato anche dai
borbonici, e che ho già descritto difettoso -
Noi,
non rispondemmo - Terribile fu per me quel momento! Gettato nell'alternativa di
deporre le armi come pecore - o di bruttarmi di sangue fraterno! Tale scrupolo,
non ebbero certamente i soldati della monarchia - o dirò meglio: i capi che
comandavano quei soldati - ¿Che contassero sul mio orrore per la guerra civile?
Anche ciò è probabile - e realmente, essi marciavano su di noi con una fiducia
che lo facea supporre -
Io
ordinai: non si facesse fuoco - e tale ordine fu ubbidito - meno da poca
gioventù bollente - alla nostra destra, agli ordini di Menotti - che vedendosi
caricati un po’ sfacciatamente, caricarono, e respinsero -
[…]
Anche
Menotti fu ferito nello stesso tempo - Coll'ordine di non sparare - quasi tutta
la gente nostra ritirossi nella foresta - rimanendo presso di me tutti i miei
prodi ufficiali - fra cui i tre egregi chirurghi nostri - Ripari, Basile ed
Albanese - alla cura gentile dei quali, io devo certamente la vita -
Mi repugna, raccontar miserie! - Ma tante furono, manifestate in quella circostanza -
dai miei contemporanei - da nauseare anche i frequentatori di cloache! -
[…]
La
monarchia Sabauda - avea ottenuto la gran preda - ed ottenuta come la volea -
cioè: in uno stato - che il diavolo probabilmente - se la porterebbe via -
Si
usarono veramente quelle civiltà banali - comuni, che si costumano anche per i
grandi delinquenti, quando si conducono al patibolo - ma, per esempio - invece
di lasciarmi in un ospedale di Reggio o di Messina - fui imbarcato a bordo
d'una fregata - e condotto al Varignano – […]
Finalmente
dopo tredici mesi - cicatrizzò la mia ferita del piede destro - e sino al 66 -
condussi vita inerte ed inutile -
Parlare
di Garibaldi, oggi, sembra quasi anacronistico. Tuttavia, occorre farlo,
proprio perché la memoria di quest’uomo, intellettuale, coraggioso interprete
del suo tempo e, suo malgrado combattente, deve essere difesa.
Abbiamo
inteso oggi avvicinarci a questo personaggio storico certi che se Hegel lo
avesse conosciuto, lo avrebbe indicato come individuo cosmico storico, al pari
di Napoleone.
In
pochi riescono, come Garibaldi, ad incarnare lo spirito del proprio tempo,
riuscendo a diventare fautori e precursori di una nuova epoca… Forse solo
Giuseppe Verdi ha saputo personificare lo spirito del suo tempo con la medesima
energia creativa di Garibaldi, ma questa è un’altra storia…
Il
titolo di questa conversazione è stato ispirata dal brano che vi ho letto,
inserito nel quarto periodo, che va dal 1860 al 1870, nel capitolo primo,
Titolato: “1862 campagna d’Aspromonte”, Dedicato alla vicenda accaduta in
questo luogo il 29 agosto del 1862, esattamente 163 anni fa.
A
quale miseria si riferisca Garibaldi, in parte lo chiarisce egli stesso nel testo
che abbiamo letto, ma il vero cruccio di Peppino (come veniva chiamato dai suoi
fidati amici) fu la miseria delle miopi visioni di uomini come Pallavicini (ben
descritta da Tomasi di Lampedusa nel romanzo Il Gattopardo e da Luchino
Visconti nell’omonimo film) Pallavicini incarna il fanfarone, il finto eroe,
l’uomo senza scrupoli, il tronfio soldato esecutore, nella cui testa nessuna
riflessione morale salta fuori prima di mettere in atto l’ordine ricevuto.
Le
miserie alle quali Garibaldi si riferisce furono quelle degli uomini che invece
di avere a cuore il bene della comunità, si sono limitati ad anteporre il
proprio ego a qualsivoglia ideale. Uomini esclusivamente interessati a ottenere
ricchezza e fama e solo per queste due meretrici hanno operato.
Garibaldi
non fu mai un mercenario, sì, a volte un maschilista e insopportabile
donnaiolo, un testardo e selvaggio, ma ognuno è figlio del proprio tempo, e noi
non vogliamo giudicare l’uomo, piuttosto a cercar di comprendere il ruolo che
il politico Garibaldi ha avuto nell’ottenimento di quella libertà realizzata il
1 gennaio del 1948 con la promulgazione della nostra Costituzione repubblicana
e più nello specifico il ruolo dell’intellettuale, dell’eroe, padre di una
visione, il cui unico intento è stato liberare l’uomo dalla schiavitù; col fine
di rimuovere il confine della schiavitù del tiranno.
Per
Garibaldi, lo vedremo, ogni tiranno è questo confine, giacché non opera con-fine
libertario, ma con-fine autoritario; il suo fine non coincide col
fine del popolo, ed il suo fine diventa il con-fine della
libertà del popolo, sempre più stretto e opprimente.
È
vero che per Aristotele, lo scrive nella Politica, la migliore forma di
governo non è per partito preso la democrazia o la Repubblica, e che può
esserlo anche la monarchia, ma sempre e solo se il monarca ha come unico
interesse il benessere dei sudditi.
Non
fu questo il caso dei Borboni, tanto meno, ahi noi, dei Savoia. Forse la
pensava allo stesso modo Garibaldi, il quale da fervente repubblicano, al
contrario dell’intransigente Mazzini, si piegò al compromesso monarchico; non
abbiamo notizia di una sua frequentazione con Aristotele, ergo possiamo
ritenere che la sua scelta sia stata dettata da realismo politico,
semplicemente perché i tempi della Repubblica non erano maturi e l’unica via
per uscire dalla miseria era liberare i popoli oppressi dell’Italia meridionale
da Francesco II, il quale, più del padre Ferdinando II, oltre che tiranno, fu
anche incompetente, e se non per volgare cupidigia tirannica, oppresse il
popolo per ignavia e incapacità.
Torniamo
però all’ideale… al Garibaldi scrittore e poeta, l’uomo che sente il peso e la
responsabilità del suo mandato civile e politico. Anche se, prima di procedere
con la lettura di alcuni passi dell’opera di Garibaldi, occorre chiarire che non
è possibile trattare un qualsiasi segmento della storia come un’attuazione di
cui si debba portare alla luce l’idea o principio operativo, perché Hegel, ci
direbbe che solo dalla considerazione stessa della storia risulterà che tutto è
avanzato secondo ragione, che essa è il corso razionale necessario dello Spirito
del mondo. Hegel ci invita a procedere in modo storico-empirico.
Ecco
che seguendo questo consiglio non dobbiamo assolutamente giudicare il passato con
le categorie del presente.
Se
volessimo giudicare l’operato è l’azione di Giuseppe Garibaldi partendo dalle
categorie odierne, metteremmo in atto ciò che uno storico non deve mai fare,
ossia operare ideologicamente un revisionismo.
Charles
Taylor, sociologo e politologo oxoniano, nel suo libro Hegel e la società
moderna sostiene: “se si vuole conoscere il sostanziale che è nella storia,
bisogna portare con sé la coscienza della ragione [. ..] l’occhio del concetto,
della ragione, che penetra la superficie ed energicamente si apre la via
attraverso il molteplice e variopinto groviglio delle contingenze.” Così facendo si può dimostrare che la storia
stessa è la prova che la ragione governa il mondo.
Possiamo
dunque affermare che l’azione di Garibaldi si situa in un contesto storico
politico in cui il problema fondamentale è quello che sia Garibaldi sia Hegel
sia gli uomini dell’Ottocento vogliono porre in risalto, ossia la mancanza
assoluta di libertà. Ci dobbiamo chiedere noi, oggi, quale è stato il
contributo di costoro nel processo realizzativo della libertà di cui noi adesso
godiamo e di cui non ci rendiamo conto.
Passiamo
al secondo punto del titolo di questo incontro, ancor prima di chiarire il
senso dell’attribuzione a Garibaldi del titolo di poeta.
Quando
parliamo di uomo che sta sul confine, ci riferiamo proprio a questo, ossia un
uomo, in questo caso Garibaldi, che fa del confine il luogo nel quale permanere,
nel quale stare, indipendentemente dal fatto che le scelte operative del
generale Garibaldi siano state felici o infelici, condivisibili o non
condivisibili.
Quello
che noi oggi dobbiamo considerare è che la verità storica che emerge da questi
eventi è la piena realizzazione degli ideali che caratterizzarono la spinta
propulsiva che portò Garibaldi a essere quel temerario che è stato, ossia la
visione di una Repubblica, di un’Italia repubblicana democratica, nata dal
suffragio universale, dalla completa uguaglianza tra uomo e donna.
Riforme
che ovviamente non potevano realizzarsi nell’epoca in cui Garibaldi visse, ma proprio
per questo egli merita di essere commemorato e ricordato, giacché sua è la
grandezza che caratterizza l’uomo politico e l’intellettuale, quindi lo
scrittore e il poeta, ossia la capacità di vedere esattamente, come se fosse un
legislatore, quello che può accadere, quello che accadrà.
Tutto
ciò per cui Garibaldi lottò, consapevole che non avrebbe mai potuto vivere
abbastanza per vederlo realizzato, si è compiuto dopo la Seconda guerra
mondiale, nel 1948, a quasi 100 anni dagli eventi che noi qui stiamo
commemorando.
Garibaldi
non vuole parlare delle miserie umane perché sa che in uno scritto ciò che deve
emergere è l’elemento razionale, che ha determinato l’azione e non il
contingente di cui parlano Hegel e Tylor; anche se il contingente determina
l’azione e l’agire dell’individuo, tuttavia, non sempre questo contingente è
razionale, ma lo spirito che sottende a tutto, esso sì è razionale.
Quale
fu dunque il merito di Garibaldi? Ce lo spiega Denis Mack Smith, in un libro
ancora attualissimo, nonostante sia stato pubblicato nel 1959, dal titolo Garibaldi.
“La
notorietà di Garibaldi fu un ingrediente essenziale nel guadagnare molta gente
comune a una causa nazionale che sarebbe altrimenti sembrata remota e senza
vantaggi. Non c’è dubbio che il
prestigio di Garibaldi fra la gente ordinaria contribuì a nascondere quello che
stava accadendo finché fu troppo tardi per opporsi.
In
un Risorgimento che si sviluppa lungi da piani preconcetti, da coordinazione e
direzione, Garibaldi fu prezioso per quel suo spensierato prendere la legge in
mano senza calcolare il costo e le conseguenze; con la sua fede cieca è
irragionevole e con il coraggio di assurdi convincimenti, mostrò che un uomo
può smuovere le montagne e spostare una frontiera”.
Continua
Smith: “La guida di Garibaldi aveva il valore di un simbolo, di un
malcontento contro gli accomodamenti, i compromessi ufficiali. […] Il contrasto
tra Garibaldi e Cavour era lo scontro tra monarchia e rivoluzione, tra l’Italia
reale e l’Italia ideale… vinse l’Italia reale… vinse Cavour. Per conseguenza il
momento culminante del Risorgimento assunse il carattere di conquista, di
sovrapposizione delle strutture dello Stato conquistatore sulle regioni
liberate. Garibaldi aveva chiesto al re di sostituire una politica di
compromessi e di ambiguità con la rivoluzione popolare; Vittorio Emanuele,
scegliendo il Cavour, diede all’Italia un’impronta politico sociale liberale e
moderata. Con Garibaldi fu sconfitto il Risorgimento come rivoluzione
democratica e sociale”.
Garibaldi
non si rassegna: morto Cavour nel 1861, subito dopo la proclamazione del Regno
d’Italia, decide che forse è il momento di attuare quello che il suo ideale prevedeva,
ossia l’unificazione, per la realizzazione di un di una politica nuova, mai
vista.
Tuttavia,
nel luogo dello scontro tra garibaldini ed esercito savoiardo è sorto un confine:
quel luogo è il confine tra la piena realizzazione di una Repubblica
democratica, dove la sovranità appartiene al popolo, e una monarchia oppressiva,
in grado di generare e ingrandire la questione meridionale.
Il
revisionismo vorrebbe che fosse Garibaldi la causa di tutto questo, attribuendo
al Regno borbonico ricchezze che non esistevano, consapevolezze popolari che forse
non ci sono nemmeno oggi. Occorre riconoscere, invece, che Garibaldi era conscio
che doveva esserci una guida per la realizzazione di un’identità popolare volta
alla libertà e all’assunzione di responsabilità civile di tutto il popolo
meridionale, il quale era spronato da una manciata di uomini colti e
lungimiranti, ma in numero insufficienti per realizzare il progetto della
libertà. Questo
non poté realizzarlo.
Perché
abbiamo quindi definito Garibaldi un poeta, vista la sua più che realistica
visione politica? Perché, paradossalmente, il poeta, nonostante la nostra
attuale e degenerata idea di poesia come elucubrazione e svago mentale, come
fuga dal reale, è l’unico che sa come si fa, come si costruisce razionalmente
la comunità, ce lo insegnano i Greci e in particolare Omero.
Certamente
non per l’alto valore artistico letterario dei suoi poemi e dei suoi romanzi,
noi definiamo poeta Garibaldi, (per chi non lo sapesse, spero in pochi
Garibaldi fu anche uno scrittore di romanzi storici e anche di un Poema
autobiografico) ma per la sua visione, capace di costruire il reale che noi
oggi stiamo vivendo, come emerge dalla sua opera poetica, di cui si riportano
alcuni esempi.
Carme
alla morte e altri canti inediti
Sulle tue cime di
granito, io sento
Di libertade l’aura, e non nel fondo
Corruttor delle Reggie, o mia selvaggia
Solitaria Caprera. I tuoi cespugli
Sono il mio parco, e l’imponente masso
Dammi stanza sicura ed inadorna,
Ma non infetta da servili. I pochi
Abitatori tuoi ruvidi sono,
Come le roccie che ti fan corona,
E come quelle alteri ed isdegnosi
Di piegar il ginocchio. Il sol concerto
S’ode della bufera in questo asilo,
Ove né schiavo né tiranno alberga.
Orrido è il tuo sentier, ma sulla via
Dell’insolente cortigiano il cocchio
Non mi calpesta, e l’incontaminata
Fronte del fango suo vil non mi spruzza.
Io l’Infinito qui contemplo1, scevro
Dalla menzogna, ed allor quando l’occhio
Mi si profonda nello spazio, a Lui
Che il seminò di Mondi, un santuario
Erger sento nell’anima: scintilla
Vicinissima al nulla, ma pur parte
Di quel tutto supremo. Oh! sì di Dio,
Sì! particella dell’Eterno sei,
Anima del proscritto!
Canto
XXIX del poema autobiografico
versi
tratti dalla poesia Aspromonte
Grazie,
Italiana gioventù! la vita
Ch'io
vi devo è a voi sacra. Alle venture
Pugne
la serbo e quel pensiero solo
Me
la fà cara. Ove l'egra mia salma
Non
corrisponda al cuor, nelle battaglie
Non
mi lasciate indietro. Oh! questo pondo
Ben
conoscete, o generosi; e carchi
Io
vi ho veduti di queste miserie
Tra
le scoscese d'Aspromonte rupi
Balzarmi
al lido. Un corridor, un carro
Potrò
forse salir, ma se impotente!...
Non
mi lasciate indietro. Oh! non negate
A
me che, fido per trent'anni al vostro
Liberator
vessillo, altro non volli
Io
guideron che Libertade. Oh! Dio,
Non
mi negate nel final conflitto
Tra
i primi un posto e salutar tra i primi
Il
santo giorno, che l'Italia sgombra
Sia
da ladroni e che non più lamento
S'oda
d'oppresso sulla nostra terra.