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lunedì 1 giugno 2026

I RISCHI DELL'AMORE


Un atto poetico 
tra il Mediterraneo e i Caraibi


PRESENTAZIONE DEL LIBRO
"I RISCHI DELL'AMORE" 
UN APPROCCIO PSICOANALITICO


Presso lo Spazio Open di Reggio Calabria è stata peesentata la pubblicazione che racchiude gli atti del convegno tenutosi nel 2025 tra Palermo e Barranquilla, nel quale sono racchiusi gli interventi di esperti in psicanalisi e musicologia, che ha come tema i Rischi dell'Amore. Il testo, curato dalla psicologa esperta in psicanalisi Eva Gerace, fondatrice del Circolo Psicanalitico dei Caraibi e del Circolo Psicoanalitico del Mediterraneo, racchiude un confronto creativo e professionale generato dall'incontro delle ricerche di studiosi dei due continenti, i quali hanno posto in rilievo i rischi dell'amore, mettendo in relazione filosofi, musicisti con le più attuali prospettive psicanalitiche. 

Dal dibattito è emerso che 

- L’amore non è “cadere”, è un rischio, sì, ma anche in senso positivo, inteso come tentativo, ricerca. La psicoanalisi smonta l’idea romantica e mostra cosa mettiamo in gioco quando amiamo... Freud parla di “investimento libidico”: mettiamo una parte di noi nell’altaltro;

- L'idealizzazione è controproducente, perché fa vedere nell’altro quello che io penso che sia e non chi è davvero;

 - la Fusione: “tu sei me” è annullamento dei confini, rischio di dipendenza affettiva;

- Il narcisismo non permette l'amore, giacché si nell’altro il riflesso di sé stessi; 

- Dating app, ghosting evidenziano la paura dell’impegno. La psicoanalisi li legge come paura dei rischi dell’amore;

- L'amore nel tempo del liberismo sfrenato annulla l'individuo nelle statistiche, rendendolo un numero da controllare;

- Il rapporto tra amore e poesia... amare è un atto poetico, come tale deve costruire e non distruggere.

La curatrice del volume ha sottolineato che l'amore è un "Atto creativo rischioso, perché è quel vincolo arcano che dall’alba dei tempi sostiene la vita, ispira poeti, scrittori, musicisti e pittori, così come gli studiosi. 

Ma che cosa cela l'amore? Che cosa ci spinge ancora oggi a interrogarlo? 

L’amore, ordito sottile come la trama stessa della vita, si manifesta in una forma celebrata ogni giorno con rinnovato incanto. 

L’amore, con i suoi rischi, torna a danzare tra di noi, avvolgendoci nel suo magico amplexus."

Tra gli studiosi che hanno animato la presentazione:

Agostino Borrelli, il quale ha evidenziato “Quanto la “prospettiva”, il compito dell’analisi sia quello di togliere tutte quelle barriere che hanno impedito all’amore di esprimersi;

Nadia Carbone, la quale parte da un concetto freudiano: “L’amore è l’illusione del far Uno, ma questa illusione è solo la degradazione narcisistica dell’amore stesso. 

Marina Castañares, che dice: “Propongo un’ipotesi. Liberati da certi stereotipi di genere e da certi pregiudizi, si produce allora un’altra illusione: quella di una fluidità nella distribuzione dei godimenti e nelle scelte, che avrebbe come effetto degli incontri più “fluidi, leggeri, sani”;

Jairo Gallo, il quale sostiene che “Per Lacan, l'amore è più in là del godimento e ha la stessa articolazione dell'allegria;  

Federica Gatto, il quale evidenzia che “L’amore non è un concetto che si può spiegare razionalmente, ma una verità che si manifesta attraverso gli effetti che produce;

Eva Gerace Gemelli, che oltre ad essere curatrice del volume, ha scritto un capitolo dedicato al rapporto creativo tra poesie e psicanalisi. La poesia è un percorso capace di dare voce al dolore, ma anche alla gioia di vivere;

Julio Hoyos, che sottolinea i rischi di "perdersi" nei tempi di Tinder e della riduzione dell'uomo da soggetto a oggetto economico e a dato statistico;

Jorge Luis López,  riflette sul fatto che Lacan apre una delle lezioni del Seminario XX con una formula poco abituale per pensare l’amore: "Penso in lei, che è già un’obiezione a tutto ciò che potrebbe chiamarsi scienze umane all’interno di una certa concezione della scienza";

Anelys Rada Barrios, la quale sostiene che il primo amore non si dimentica, e come tale segna il nostro modo futuro di amare.

Un percorso composito che ha acceso un dibattito ricco di spunti non solo accademici. Gli studiosi dei due Circoli, non nuovi a sortite del genere, hanno creato un ulteriore percorso di ricerca, ancora da esplorare.








domenica 24 maggio 2026

SE FOSSI INTERAMENTE CONTENUTA IN ME...

 Racconti famigliari 

di Francesca Rizzo




Leggendo questa raccolta di racconti di Francesca Rizzo, viene subito in mente Benedetto Croce e la sua convinzione che la Storia non è un museo di fatti, ma il racconto di come l'uomo, attraverso la libertà e lo spirito, costituisce se stesso nel tempo.

Racconti famigliari è una narrazione interpretativa che collega fatti famigliari e collettivi con una trama di senso commovente, dimostrando che anche la microstoria può avere un significato vitale per lo spirito umano, tanto da meritare il titolo di Storia.
Lo sfondo di questi racconti è la Sicilia "autentica" (in senso heideggeriano) del secolo scorso, che affonda le sue radici in un passato percepito come remoto, ma in realtà prossimo, perché il sentire dei protagonisti, realmente esistiti, è vivo nella memoria di chi scrive.
Sei storie nelle quali i luoghi fisici, soprattutto le case e gli arredi che le completano, divengono interlocutori attivi, custodi di vicende solo apparentemente contingenti, ma che in realtà sono la sostanza di esistenze che si sono sviluppate e hanno contribuito alla creazione di un territorio e di una cultura millenaria.

La logica narrativa che si può individuare leggendo Racconti famigliari è per certi aspetti simbolica, quasi allegorica, ma nella sua sostanza è psicologica, una sorta di viaggio nell'interiorità del narratore che, attraverso il suo sapere filosofico e umano, propone eventi filtrati dalla prospettiva emotiva e affettiva. Nei racconti, in cui si parla dell'amore per i luoghi e le persone, anche quelle conosciute attraverso il filtro del racconto altrui, l'autrice lascia trasparire un certo pudore filiale, in grado di creare un equilibrio perfetto tra ciò che si svela e ciò che si lascia intendere. La storia individuale, quindi, diviene un metatesto che parla della natura, dei libri, del linguaggio e della realtà. Croce direbbe che questi esempi mostrano come la letteratura sia sempre un discorso che riflette su sé stesso, sul senso della narrazione e sulla realtà.

Alla fine della lettura, i  protagonisti rivelano tratti familiari anche al lettore, il quale può trovare atmosfere note, e una certa nostalgia per la lentezza, i suoni... modi di fare che lasciavano spazio all'incompiuto e al fallimento, come luoghi che ognuno, prima o poi, dovrà frequentare. 
Tutto questo - insieme alla certezza, come scrive l'autrice, che "la nostalgia è desiderio del passato e, dunque, inevitabilmente senza speranza né appagamento di felicità" - concede uno sguardo privilegiato su un'epoca altra, il quale consente di ritrovare tratti della nostra personalità o un modo di osservare il mondo che solo il confronto col nostro individuale ieri ci può svelare, liberandoci da false illusioni di perfezione e idealizzazioni pericolose.

Racconti famigliari, quindi, è un atto poetico che può contribuire, senza dubbio, a "digerire" la Storia, senza implicazioni morali; sono racconti non votati all'utile e, inquanto generati da un'intuizione estetica, sono un contributo serio alla comprensione del presente e di noi stessi.




domenica 17 maggio 2026

IL SALONE DELL'INUTILE. TORINO 2026

 E PARLO DI ME CON ME STESSO




Il Salone del libro è morto con Ernesto Ferrero?


È una domanda che occorre porsi, ma la causa della morte del Salone del libro di Torino non è certamente la scomparsa dell’uomo che ha contribuito in modo determinante alla sua nascita, partendo da una necessità: fare dialogare le voci dell’Italia e del mondo, per fondare un coro che avesse, nella sua eterogeneità, la forza dirompente del dolore e della passione; la dinamica generosità della gioia e della bellezza, che fosse uno strappo generazionale capace di fondarsi sul già detto, rinnovandolo.

Come ogni cosa che si fossilizza sulla tradizione, senza il coraggio della rottura e del cambiamento, il Salone del libro è decaduto, diventando un mercato, una sorta di consorteria regionalistica, una piazza periferica nella quale, in ogni angolo, c’è una bancarella, dentro la quale i rappresentanti di ogni regione parlano tra di loro dei problemi della loro casuccia.

Intorno a questa piazza si innalzano i padiglioni dei guru, sorta di altari sui quali sono invitati a salire, per parlare a un popolo plaudente, i soliti volti noti del panorama televisivo.

All’interno di un ovale, vecchio come Morla, (per rinnovare il quale la soluzione è come quella dell’uovo di Colombo),  ci sono anche gli stand delle forze dell’ordine, che fanno pubblicità al loro lavoro, il quale, seppur indispensabile e nobilissimo, non ha niente a che fare col mondo dei libri, ma che ha, forse, un unico scopo, ossia ricordarci che dove non può la cultura, potrà il “comando”.

Il Salone del libro è la dimostrazione che il regionalismo italiano non è mai morto: ognuno sta nel suo quadrilatero e racconta a se stesso quello che già sa, senza darsi  la possibilità di uno specchio che lo metta davanti alla sua piccolezza o alla sua grandezza; innanzi alla sua nevrosi e al suo narcisismo. Sarebbe semplice spezzare questa frammentarietà culturale se gli stand regionali fossero solo luoghi di esposizione e non di chiacchiera, se in ogni padiglione si esponessero libri, tanti, tantissimi libri, nati in quella regione, senza gadget e dépliant turistici (siamo al salone del Libro non alla fiera del turismo).

Il centro della piazza dovrebbe essere aperto, un’agorà, nella quale le regioni dialogano tra di loro, si creano debate tra intellettuali, scrittori… su temi specifici, senza che ognuno vada lì a presentare il suo ultimo romanzo; debate sulla cultura in pericolo, sulla sua funzione fallita. Per creare l’Italia, che ancora non esiste, per portare studenti da Reggio Calabria e Treviso, affinché si guardino in faccia e si conoscano, perché parlano, forse, la stessa lingua, pur avendo esigenze e problemi diversi.

Serve veramente a uno scrittore, andare a Torino a parlare del suo libro nel padiglione della sua regione, con i suoi colleghi scrittori, nati nella sua stessa regione?

Urge un confronto più ampio, un dialogo multidisciplinare, come lo sono i libri di valore, serve un dibattito serrato su temi comuni, per scardinare il regionalismo, che ha impedito al nostro Paese di raggiungere la sua maturità culturale e linguistica.

Siamo ancora lontani dalla caduta del muro… in Italia esistono tanti muri e non solo tra regioni, ma anche tra comuni… lo dimostra lo stand della Città Metropolitana di Reggio Calabria, una sorta di protuberanza della Regione Calabria, sulla cui utilità mi sto ancora interrogando e sulla quale mi interrogherò a lungo.

Il Salone del libro, nel mio immaginario, deve essere un salone, senza muri, aperto, con l’entrata libera, con le Regioni che investono nell’esposizione dei loro talenti e con una piazza, enorme, aperta, nella quale il confronto sia un abbraccio di voci e non una stanzetta in cui rimuginare e recriminare sul fallimento del proprio orto.


lunedì 4 maggio 2026

INTELLETTUALI E CONTEMPORANEITÀ

 Lungo una strada ombrosa: il non ascolto.

Di Eva Gerace

Questo libro vede accademici internazionali provenienti da cinque continenti riunirsi per criticare il ruolo dell’intellettuale di oggi.

Sostenendo che l’elitizzazione delle scienze sociali e umanistiche abbia raggiunto un punto critico nel XXI secolo, a causa della mercificazione della conoscenza e dell’avvento del modello capitalista, il volume si chiede come gli intellettuali possano liberarsi dal labirinto ideologico in cui si trovano ora e ripensare il contributo delle scienze sociali e umanistiche come strumenti adeguati ai bisogni del nostro tempo. L’accademia internazionale ha lo scopo e la responsabilità di osservare, criticare e contrastare la logica dominante, e di permettere che la conoscenza e i dibattiti internazionali raggiungano gli angoli più remoti del globo. 

Intellettuali provenienti da diversi ambiti delle scienze sociali e umanistiche offrono prospettive uniche su questo tema, proponendo un’analisi critica e una riflessione sulla nostra situazione attuale e chiedendo: quali sono oggi i doveri e le responsabilità degli intellettuali?

Riunendo voci rilevanti e influenti da prospettive diverse, il libro si rivolge a studiosi, intellettuali e studenti di dottorato e master interessati alla teoria sociale e politica, alla filosofia sociale e politica, all’epistemologia, alle classi sociali, al neoliberismo e al mondo accademico.

A rappresentare l'Italia, la dottoressa Eva Gerace, con un lavoro dal titolo: "Lungo una strada ombrosa: il non ascolto"

giovedì 30 aprile 2026

CONVEGNO DI STUDI "LA LIBERTA' IN PERICOLO"


CASI LETTERARI TRA FILOSOFIA, MUSICA E PSICANALISI

SECONDO CONVEGNO DI STUDI 
IN RICORDO DEL PROFESSORE ELIO D’AGOSTINO
PRESSO L’UNIVERSITÀ “DANTE ALIGHIERI” DI REGGIO CALABRIA

28 APRILE 2026



 

Si è tenuto presso l’aula Magna “I. Falcomatà” dell’Università Dante Alighieri di Reggio Calabria il secondo Convegno di Studi dedicato al professore Elio D’Agostino. Organizzato dal professore Francesco Idotta, in sinergia con il Circolo Psicanalitico Caraibico del Mediterraneo e Spazio Open e con il patrocinio della Città metropolitana, dei Comuni di Santo Stefano e Sant’Eufemia d’Aspromonte e Anoia, per ricordare lo studioso scomparso da qualche anno e fondatore della sezione liceale “E. Fermi” di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Il convegno ha avuto per tema “La libertà in pericolo. Casi letterari tra Filosofia, Musica e Psicanalisi”, ed è stato rivolto a evidenziare il problema grave che oggi colpisce gli intellettuali, i quali, sempre più spesso, sono messi a tacere da chi sta al potere, non solo con atti violenti, ma spesso con meccanismi di silenziamento ed emarginazione.

Dopo il ricordo commosso del professore D’Agostino, alla presenza dei familiari, e il saluto del Sindaco Francesco Malara, sotto lo sguardo attento di un folto pubblico, che ha visto protagonisti anche la classe Quinta F del liceo aspromontano e di altri rappresentanti dei licei della città, si sono avviati i lavori con gli interventi di illustri relatori di diversi atenei e istituzioni musicali, scolastiche e psicanalitiche.

                                  

Ad aprire i lavori della  mattina è stata la professoressa Francesca Rizzo dell’Università di Messina, docente di Storia della filosofia, la quale ha tenuto una prolusione dal titolo  Rileggendo alcuni saggi di Benedetto Croce. Un monito a difesa dell’umano”. La studiosa ha fatto riferimento ai saggi che appartengono all’ultimo periodo della riflessione di Croce, sostenendo che essi sono la testimonianza di un pensiero che, a seguito della tragedia della seconda guerra mondiale, avverte il bisogno di riprendere a riflettere sulla «logica della storia», lasciando emerge un tema nuovo nel pensiero crociano, ossia quello di una persistente negatività nella condizione ontologica umana, che egli identifica con la nozione di Vitalità, ma che la riflessione contenuta nei saggi indicati rivela una straordinaria lezione, quasi una sorta di monito a non abbandonarsi al pessimismo che la situazione odierna di «dis-creazione» pare suggerire.



I lavori sono proseguiti con il professore Andrea Francesco Calabrese del Conservatorio “Cilea” di Reggio Calabria, compositore e concertista di fama internazionale, il quale ha proposto un intervento dal titolo: “Nulla è più intollerabile della libertà. Creazione artistica e potere”. Il contributo prende le mosse dalla celebre frase del “Grande Inquisitore” dostoevskiano, «nulla mai è stato per l'uomo e per la società umana più intollerabile della libertà», per indagare il rapporto tra creazione artistica e potere. Sul piano filosofico, la riflessione di Pareyson su Dostoevskij e il confronto con il Catone dantesco offrono due visioni speculari e inconciliabili della libertà, ha sottolineato lo studioso, il quale ha portato tre casi emblematici per dimostrare la sua tesi, secondo la quale oggi esiste un potere sempre più raffinato nei suoi strumenti di controllo. Di fronte a questo, la creazione artistica è la forma più ostinata della vera libertà.

Il terzo intervento è stato quello del professore Santi Di Bella dell’Università di Palermo, studioso di estetica, il quale ha tenuto un intervento dal  titolo “Lo spazio stretto della libertà. Tra dissoluzione nella natura e amoralità della tecnica”. Nel quale vengono descritti due estremi opposti della cultura contemporanea, uno che punta verso il superamento dell'umano, attraverso la tecnologia, e l'altro che invece fa rientrare l'umano nella natura. In entrambi i casi si manifesta una stanchezza per la vita e per la cultura, che rimette al centro l'antropologia filosofica con le sue domande. Ci si interroga su cosa significa questa crisi, quali sono i gruppi di saperi e di individui che la incarnano, e cosa comporta per la pratica della libertà.

A conclusione della prima parte del convegno, la prolusione della musicologa Sara Zurletti, professoressa nel Conservatorio “Corelli” di Messina, la quale ha acceso l’uditorio con uno stimolante intervento dal titolo: “Il tradimento dei chierici.  Sabotaggio, censura, falsificazione della realtà”, col quale ha sostenuto come l'attacco attuale alla libertà d'espressione dipenda non solo e non tanto dal degrado del potere politico – di suo sempre più intollerante verso il dissenso  –, ma dal degrado della stessa intellettualità. I “chierici” del titolo, ha sottolineato la studiosa, sono gli intellettuali che servono il potere e si adoperano contro il pensiero libero e critico, tradendo così la propria missione. Attraverso le voci di scrittori e uomini di cultura che si sono battuti nel Novecento per la libertà – Benda, Orwell, Sartre, Said e altri –, si indica una possibile linea di resistenza.




Dopo la pausa, il convegno, che nella prima parte ha acceso uno stimolante dibattito, coinvolgendo anche gli studenti presenti, è ripreso con l’intervento della professoressa Maria Grazia Sfameni, (docente di lettere nel Liceo “N. Pizi” di Palmi, nel quale il compianto professore D’Agostino ha insegnato nei primi anni di servizio). La studiosa ha parlato di “Annie Vivanti: l’Aventino della parola che si libera- “L’invasore, una lettura possibile”. L’intervento ha fatto luce sulle motivazioni che, durante la prima metà del secolo scorso, hanno perpetrato un processo, prima di ridimensionamento e, dopo, di totale rimozione dell’opera e della figura intellettuale e artistica della scrittrice e poetessa Anna Emilia Vivanti. Tale azione, inizialmente operata dalla critica e dagli intellettuali italiani suoi contemporanei, assume, successivamente un profilo che va ben oltre la semplice valutazione artistica. Le motivazioni verranno ricercate nella figura e nella poliedrica, oltre che acutissima, personalità della Vivanti, ma soprattutto nella sua produzione letteraria con una particolare attenzione all’analisi del dramma in tre atti L’Invasore, composto nel 1915.


L’interessante convegno multidisciplinare è proseguito con l’intervento della professoressa e psicologa Eva Gerace, studiosa ed esperta di psicanalisi di fama internazionale, nonché fondatrice del Circolo psicanalitico dei Caraibi e del Mediterraneo, la quale ha affrontato il tema “La legge sotto attacco. Dalla folle libertà alla sovversiva gaiezza della psicanalisi”, nel quale si è soffermata sulla  follia e la follia come libertà, attraverso il caso del presidente Schreber, ponendo in risalto come la funzione Nome-del-Padre è fallita nella psicosi. La studiosa ha sottolineato che la libertà del folle è solo negativa: rompe il legame con l'Altro e rifiuta ogni limite. Partendo da una riflessione di Lacan sull’essere dell’uomo, che prevede che questo non solo non può essere compreso senza la follia, ma non sarebbe l’essere dell’uomo se non portasse in sé la follia come limite della sua libertà, si è sottolineata l’importanza della consapevolezza che l’inconscio è strutturato dal discorso dell'Altro, dalle relazioni di potere e dalla storia, e che ciò dipende dai significanti che comandano le scelte e le identificazioni. Alcuni esempi, ha sottolineato la studiosa, portano a pensare alla sovversiva gaiezza della psicanalisi come un’etica dell’allegria, la quale porta alla libertà come partecipazione.


Il convegno si è concluso con l’intervento del professore Francesco Idotta, docente di Filosofia presso il Liceo “E. Fermi” di Sant’Eufemia D’Aspromonte” il quale ha tenuto una prolusione dal titolo “Ferdydurke o dell’immaturità. Il potere che infantilizza, nella filosofia di Witold Gonbrovicz”, durante il quale ha sottolineato che la riscoperta di alcuni intellettuali, in malafede accantonati, è oggi un’impellente necessità. Attraverso la rilettura di opere sovversive, capaci di scardinare “forme” consolidate colpevolmente, è ancora possibile sfuggire al tentativo di controllo dei tiranni, i quali, per realizzare i loro piani, aspirano al controllo della scuola, della società civile e delle arti.

Attraverso la rivalutazione del romanzo Ferdydurke e di altri scritti di Witold Gombrowicz, Idotta ha cercato di individuare il momento nel quale si è intrapreso un percorso di infantilizzazione a tutti i livelli, che mira a prendere il controllo delle agenzie educative e culturali, per consentire, a una ristretta cerchia sociale, di imporre una forma autoritaria alla nostra società. 

Al convegno è seguito un acceso dibattito e la promessa della necessità di un proseguimento della ricerca sul tema trattato, giacché imprescindibile nella nostra epoca.








domenica 30 novembre 2025

La Microstoria per amare la Storia

 Sole, Mare e... Alalà 
(Città del Sole Edizioni)






Sole, mare e... alalà, questo è il titolo del delizioso libro del professore Ciro R. Cosenza, pubblicato proprio in questi giorni da Città del Sole edizioni.

 Siamo di fronte a un volume di microstoria e, come tutti i testi del genere, è un patrimonio prezioso per meglio comprendere il nostro passato prossimo. Un libro documentato da fonti classiche, ma soprattutto da una fonte che spesso gli storici, per ovvie ragioni, soprattutto per i periodi remoti, non possono utilizzare, ossia quella orale, il cui impiego rende la narrazione fluida e coinvolgente, come se si stesse ascoltando il proprio nonno intento a ripercorrere gli episodi della giovinezza. Chi ha avuto la fortuna di avere dei nonni abili narratori, ne comprende il valore, perché è quasi sempre diventato un appassionato di Storia e di storie. I libri del genere sono i più adatti, in un'epoca in cui i nonni raramente hanno la possibilità di intrattenersi a lungo con i nipoti, per avvicinare le nuove generazioni a una materia che non è quasi mai apprezzata come dovrebbe.

Questo testo si occupa di un periodo che va dagli anni Venti del Ventesimo secolo fino agli anni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale. Ciro R. Cosenza è stato un docente di storia e come tale aveva ben chiaro in mente quale fosse l'importanza del saper raccontare la storia agli studenti, e lo dimostra benissimo: la sua narrazione è  affascinante e stilisticamente coinvolgente, pur non trascurando il rigore della ricerca; egli, da cultore di microstoria, sa che le vicende minute, lontane dalle grandi cronache, sono in grado - come si legge nell'aletta di copertina del libro - di rivelare l'intreccio sottile tra destino personale e storia collettiva, quindi, possono diventare attrattive per le nuove generazioni e per gli studenti.

La École des Annales ci ha insegnato quanto è rilevante la microstoria e la sua collocazione in periodi lunghi, capaci di farci cogliere i nessi non solo causali ma anche emotivi, soggettivi, che hanno determinato i grandi eventi. Tale intento storiografico è la base epistemologica del testo di Cosenza, nel quale possiamo sperimentare che le scelte politiche determinano la vita dei cittadini, ma che anche le tradizioni culturali, lo stato d'animo delle comunità - anche quelle periferiche - possono alterare le sorti delle scelte politiche, coronarle di successo oppure farle fallire. 

Un un libro che, corredato da un apparato iconografico di grande impatto, grazie a una scrittura appassionata e appassionante, è ideale per lo studio di un'epoca che, per motivi di tempo, soprattutto negli istituti superiori, viene spesso trattata con una certa superficialità, impedendo agli studenti di comprendere il valore civile ed etico dell'impegno sociale e della partecipazione alla vita democratica.

È necessario interrogarsi sul passato, non solo quello delle dei grandi eventi, ma anche quello dei piccoli episodi che possono renderci più consapevoli che i sentimenti dei nostri antenati sono più vicini a noi di quanto possiamo immaginare.

sabato 4 ottobre 2025

K. 488 DI SARA ZURLETTI

La Musica demonica e il coraggio di suonare 

Leonida edizioni




Dove dimora il dolore? Dove risiede il coraggio di opporsi alle prevaricazioni?

Sara Zurletti, nel suo romanzo K. 488, costruisce un itinerario narrativo attraverso il quale si interroga, anche filosoficamente, sia sul senso della Musica, nell’era della tecnica, sia sui tentativi del potere di influire sul processo artistico, un potere che vorrebbe imporre il controllo anche sull’animo dell’artista. Come può l’economismo pensare di potersi impadronire della Musica per trarne profitti?

Questi interrogativi così inquietanti e attuali e la possibilità - a causa delle interferenze del potere - di perdere i talenti, ci riportano alla mente il romanzo di Robert Schneider, Le voci del mondo, se non nella struttura narrativa, nel dissidio tra l’artista e il mondo, che possiamo riassumere con questa citazione:

 

“Quanti uomini meravigliosi, filosofi, pensatori, poeti, pittori e musicisti il mondo avrà perduto solo perché ad essi non fu concesso di imparare la propria arte? Forse — continuando nella nostra fantasia — non fu Socrate il filosofo più sublime, e non fu Gesù Cristo il più grande spirito amante, né Leonardo il più straordinario tra i pittori o Mozart il più perfetto tra i musicisti; altri nomi, completamente diversi, avrebbero potuto segnare il corso della storia.” (pag. 8)

 

Cercheremo di chiarire questo bizzarro accostamento partendo dalla protagonista del romanzo K. 488, Emma Cambria, una pianista siciliana che tenta di affermarsi, frequentando un corso di perfezionamento a Parigi. Una ragazza apparentemente come tante, alla ricerca della via per esprimere il proprio talento, il quale le concede una abilità interpretativa e penetrativa dello spirito dei compositori con i quali si confronta.

La citazione precedente esprime bene la forza di uno dei messaggi di Sara Zurletti, che sembra essere il seguente: non sempre coloro che incarnano la perfetta essenza di ciò che un artista deve essere, riescono ad emergere. Spesso, la loro arte viene mortificata dalla logica dell’utile, quella che Aristotele collocherebbe tra gli analitici primi (formalmente validi ma falsi); essa smaschera l’intento del potere di servirsi dell’arte per soggiogare le masse, dentro le quali, sovente, perdiamo i talenti.

La vera arte, ci ricorda Sara Zurletti, come fa anche Thomas Mann ne La montagna incantata, pur nascendo da una nevrosi, quando non da una psicosi, cura il mondo, sia in senso lato sia in senso stretto, ossia, può curare un animo, che a sua volta avrà il compito di elargire, come tramite, luce nuova al mondo intero. Ecco che l’arte diviene quel carro trainato da cavalle, di parmenidea memoria, capace di guidare dal luogo comune al luogo elettivo.

Nelle vicende di Emma Cambria si innesta un ideale artistico che lotta strenuamente contro la visione dell’arte finalizzata a… o strumento di interessi temporali. L’arte è fine a se stessa e ogni artista, degno di tale nome, altro non è che un suo messaggero, una sorta di Ermes, che è sia portatore del messaggio, sia interprete del messaggio stesso, nonché attualizzatore di un segno, annunciatore che, in ogni modo, non può limitarsi a essere mero riproduttore.

Ecco perché la tecnica non è sufficiente (quella perfezione meccanica che nel romanzo di Sara Zurletti è attribuita a un pianoforte, capace di riprodurre lo stile e la dialettica musicale di un autore, facendogli suonare, a distanza di tempo dalla sua morte, un brano che è a lui postumo e che non avrebbe mai potuto interpretare); la tecnica, si diceva, non può esprimere da sola la forza del contingente e dell’imprevedibile, che alberga in ogni essere umano; l’arte è altra cosa, perché pur essendo tecnica, ha nella sua radice sanscrita ar il significato di andare verso, nel senso di portare fuori ciò che ha visto nell’abisso, pertanto essa non può essere affidata a un novello Frankenstein, ultimo prometeo, intelligenza artificiale, mostro postmoderno, capace di superare o eliminare ogni imperfezione, (un po’ come tentano di fare gli editor con i romanzi), giacché la grandiosità di una interpretazione pianistica o di un romanzo risiede nella sua insufficienza, che la rende unica e irripetibile e allo stesso tempo frammento del percorso diretto al vero, al bello; un tentativo, come direbbe Hermann Hesse, non una perfezione meccanica.

L’uomo post moderno, che invece cerca la compiutezza tecnica, diviene freddo metallo senza aderenza alla storia.

Emma è una ragazza di provincia, non contaminata dall’arrivismo, ma non per questo priva di ambizioni; ella porta un nome che in lingua germanica significa “potente e valorosa”, ma che ha anche altri significati, tra questi “totale”. Emma è una donna integra che non scende a compromessi, la sua forza delicata richiama alla mente due personaggi indimenticabili del mondo letterario: Emma Woodhouse ed Emma Bovary. Come non pensare a loro quando la ragazza di Sara Zurletti lotta strenuamente contro se stessa per trovare l’uscita dalla sua angoscia?

C’è anche da dire che ogni artista combatte contro se stesso e senza questa battaglia nessun’arte potrebbe produrre bellezza; sempre e solo se per arte intendiamo l’abilità tecnica che nasce dall’esercizio e dal lavoro duro, necessari per mutare le forze arcane che ci abitano in segni e le cicatrici che la vita imprime nell’anima di ognuno in musica.

Sara Zurletti pare sostenere che l’artista si debba lasciar travolgere da queste dinamiche demoniche, non demoniache, come la stessa Emma sottolinea con forza, senza abdicare ma con sacrificio, perché anche quando sembra che la violenza possa vincere - giacché nel mondo è tornata la clava e la sordità, come uniche forme espressive dell’uomo a noi contemporaneo, oramai privo della vibrante passione - l’impeto si risveglia e gli zombi vengono travolti dalla melodia, dai suoni del mondo. Emma tocca una nota capace di  riaccordare l’universo, un La arcano e ancestrale.

Sara Zurletti con questo romanzo, ben scritto, colto ed euritmico, ci dice che l’uomo, con tutta la sua razionalità, spesso viene sorpreso dalle vie impreviste che può prendere l’arte nel tentativo, quasi sempre riuscito, di cambiare il mondo.