domenica 23 dicembre 2018

Vite piegate dal vento

Esiste il dolore  profondo, quello che è in grado di radicarsi nel DNA delle donne violate, offese, rese schiave dagli uomini e a volte dalla educazione ricevuta, al punto da trasmettersi da una generazione all'altra, anche sotto forma di pregiudizio, il quale, come autodifesa, spinge molte donne, giustamente, a considerare il genere maschile come una minaccia. In questa dimensione di lotta tra i sessi, ovviamente, si perde la bellezza della vita, la quale è plurale e mai singolare, è eterogenea vitalità e non mefitica omogeneità.
Fausta Ivaldi, in questo libro, ce lo ricorda, perché, nonostante le violenze subite e osservate, in anni di militanza sul fronte dei diritti umani, ha conosciuto anche uomini speciali, che hanno saputo dare il giusto peso al ruolo delle donne. Siamo di fronte a una storia (tratta da differenti vicende) declinata su più livelli, tra silenzi e indifferenza. Il dolore cieco e furioso, come un elefante ferito, schiaccia ogni cosa, soprattutto la dignità e la gioia e rischia di inaridire l'animo. 
Leggendo questo libro si constata che la società educa le donne ad abbassare la testa, davanti ai mariti, ai padri o agli amanti, magari anche davanti ai datori di lavoro, e anche di fronte ad altre donne, quelle che remano contro se stesse per acclarare e rinforzare la dominanza del macho. Questi soggetti sono coloro che credono che le donne siano soprammobili o giochi da usare e abusare, da sfruttare come schiave, sexy lady o semplici incubatrici, costoro sono coloro che odiano se stessi.
Esiste il dolore frutto di questo disordine. Fausta ha acquisito il diritto di essere arrabbiata, e anche di usare la parolaccia, perché la parola non basta: per descrivere un uomo violento, occorre una grande parola, una parolaccia, a punto. Fausta ha il dovere di raccontare questo dolore, ha conquistato sul campo il diritto di condividerlo, in modo che di notte, esso, non impedisca il sonno a una sola donna, a colei a cui è stato inferto, ma vada ad abitare la coscienza di molti, per evitare che si diffonda sotto forma di assassinio e violenza, per impedire che le persone violentate, le donne offese, non abbiano nemmeno la voce per urlare e dire basta.

Leggere questo libro può salvare la vita...

sabato 17 novembre 2018

Un Nuovo Possibile "Geofilosofia del mare. Fra Oceano e Mediterraneo"






Nel tempo della chiusura, dei muri, delle barriere, dei confini, delle occludenti parole prive di idee, c'è ancora qualcuno che pensa e apre, generando possibilità. Il vero intento del filosofo deve essere quello di favorire il dialogo e il confronto, schiudendo sentieri nel bosco e sperimentando rotte che conducano all'altro. La filosofa Francesca Saffioti, anch'ella postuma, come tutti i pensatori profondi, giacché riescono a guardare al di là de proprio tempo, ha dato un contributo certamente rilevante per tentare di scardinare la miseria causata dalla paura e dalla diffidenza.
Un continuo navigare si è rivelata la sua breve vita, in acque difficili, sorretta dalla parola dei "Mediterranei", quelle donne e quegli uomini che hanno voluto e saputo immergersi nell'arroganza degli induttivisti senza per questo restarne offesi o plagiati o soffocati. Un delirio contemporaneo che Francesca Saffioti, col suo rigore etico e il suo studio profondo, ha sempre combattuto, sin dai tempi dell'università. Non ci sono schemi che possano irretire il pensiero di chi sa navigare e Saffioti lo sa fare, grazie alla parola e alla filosofia. Una studiosa che ci mancherà e di cui sentiremo ancora la voce, determinata e delicata, leggendo le pagine del suo libro:

Geofilosofia del mare. Fra Oceano e Mediterraneo,

 un'opera che merita di essere approfondita, giacché si inserisce in un filone di investigazione filosofica che ha ancora tanto da dire a chi si ostina a chiudere la porta della propria casa al "veniente". Questo post vuole essere solo un piccolissimo contributo per ricordare il lavoro di una studiosa del "pensiero meridiano", una filosofa del veniente, la quale, col suo esempio, sarà una bussola per tutti noi. Grazie Francesca Saffioti. 

domenica 8 luglio 2018

Il ritorno dello Jedi in Calabria




Sin da ragazzo, amo “Guerre Stellari”, la dicotomia tra Forza e Lato oscuro, allora mi affascinava, oggi mi interroga. Fino a qualche tempo fa, pensavo dipendesse semplicemente dalle mie passioni per scienza e fantascienza, per il futuro e le “cose ultime”, le quali mi hanno spinto a respingere le certezze preconfezionate, per inoltrarmi sulla via del possibile, del tentativo. Tale predilezione, mi dicevo, forse è nata dall’incontro con gli eroi di Omero, l’unica traccia positiva rimasta, oltre alla matematica e alle scienze, di tre anni di scuola media da incubo; forse è figlia dei cunti con protagonisti Fioravanti e Rizieri, i Paladini di Francia e Genoveffa di Brabante, che mio nonno mi raccontava. Oggi posso affermare che quelle che consideravo cause erano invece prodotti della stessa matrice. La passione per la saga di Guerre Stellari - e non mi riferisco solo ai film, ma anche ai libri e ai fumetti che riuscivo a trovare con grande fatica in un’infanzia senza internet, i quali mi hanno suggerito anche Isac Asimov e altri percorsi di “resistenza” - lo scontro tra Forza e Lato oscuro, sono figli di un moto interiore, recondito, di cui prendo coscienza solo oggi, giacché mi sento costretto in un sistema sociale privo di dialogo e figliastro della barbarie, che, periodicamente, ritorna e, come erbaccia, invade i campi di lavanda e ne ottunde il profumo. 

Irretito in una società, sempre più spesso, oppressa dalla mancanza totale di metodo o di qualsivoglia struttura benigna, sento il peso di vivere tra gente sballottata tra la paura e la rassegnazione: i pellegrini d’oriente, come insegna Hermann Hesse, hanno abbandonato il sogno e con esso se stessi. Don Quijote de la Mancha si è arreso. Forse, diventa sempre più realistica la profezia di Saramago: “il Governo aveva [...] optato per la liquefazione fisica in massa, ci fu chi s’infilò sotto i letti, alcuni, per la paura, non si mossero, certuni forse avevano pensato che era meglio così, se la salute è poca tanto vale non averne, e se c’è da morire, meglio farlo alla svelta.” (Cecità pag. 79).

Questo è l’atteggiamento di chi ha smesso di crederci, non in un dio, questo genere di fede è morta da anni, ma in se stessi. In Calabria, terra di orpelli e foreste; luogo di nuance e meretrici; meta di falchi e parole inutili; giardino di limoni e acquiescenza; patria dei senza parola e dei senza orecchie, in Calabria si generano i canti della rassegnazione e nella notte non vola nessuna nottola, ma solo sciami di locuste, che devastano i campi di liquirizia e grano. Qui domina il lato oscuro, i Jedi sono in via d’estinzione, nessuno sembra ricordare che con la forza della mente si può cavare un caccia stellare dalla melma della palude nella quale si è infilato, in pochi comprendono quanto sia importante la letteratura, la musica, il folle amore per la poesia e la ricerca, la logica della matematica e la passione per l’astronomia, perché Jabba de Hutt domina la scena. Ai suoi piedi si aggirano bestie ripugnanti e primati famelici.

La saga di George Lucas parla della mia Calabria, di ’ndrangheta, parla di forze che lottano quotidianamente l’una contro l'altra: forze disfattiste, animate dalla volontà di potenza e da falsi valori, i quali intrappolano l'uomo cieco e malato, incapace di un pensiero costruttivo, il cui DNA è intriso di brago, ma ci sono anche forze che resistono e sentono l’arcano e il vero, che viene da lontano, dalla parola viva e segnanteI non Jedi scappano da questa terra e lasciano spazio a giovani sopraffatti dal lato oscuro, figli di mafiosi e loro accoliti, ’ndranghetisti solo per posa, i quali pretendono di dominarti con uno sguardo, sputandoti in faccia il fumo delle sigarette, che quotidianamente insozzano il loro cervello e lacerano il loro cuore. Costoro frequentano, senza saper leggere e scrivere, senza aver mai fatto incontrare al loro cuore asfissiato una sola parola poetica o una sola nota di sole, le università più prestigiose, quelle a cui solo i danarosi possono accedere. I potenziali Jedi scappano, scappano perché qui non è rimasto più nulla, se non il deserto. La desertificazione è figlia della ’ndrangheta. Questo non è un luogo comune, perché è il mafioso che ha distrutto questa terra... ma noi? in che modo ci opponiamo? Dov’è la spada laser?

La luce è spenta e non la può riaccendere la falsa letteratura che parla di ’ndrangheta e si arricchisce con l’antimafia. La mafia è delinquenza, non fenomeno di costume; essa è il lato oscuro che la Letteratura può sconfiggere, solo se ritorna ad essere Letteratura e non cronaca. Occorre una operazione psicanalitica, occorre raccontare sogni, associare le idee, leggere i lapsus e scardinare la noia, occorre attraversare il fantasma, senza metterlo sul piedistallo, rendendolo innocuo, malfermo. Occorre stancare il fantasma, col sorriso, sottraendogli la forza.


domenica 15 aprile 2018

IL Mare di Palizzi





(Ada Murolo è nata a Palizzi, sulla costa ionica della Calabria, nel 1949. Laureata in Lettere classiche, ha insegnato Italiano, Latino e Greco a Trieste, Mantova, reggio Calabria e Roma, dove vive dal 1992.)
"Ho nuotato sott’acqua per incontrarti. Ma tu conosci solo la superficie. Che fatica inutile. Come sono stata ridicola! Ne sono ancora mortificata."Ada Murolo, nuotando con tenacia nel mare dei ricordi, scopre, nel suo primo romanzo, e fa riconoscere al lettore, il gusto della ricerca della propria identità. Il mare di Palizzi è un cammino letterario, il quale non intende “insegnare”, ma “partecipare” un sentire altro, singolare e femminile. Ada Murolo “condivide” l’esito di un viaggio nella Calabria interiore e sommersa. Un percorso che le consente di riaccendere non solo la memoria dei personaggi del suo romanzo, ma la coscienza collettiva di un popolo, che per troppo tempo ha vissuto in superficie, timoroso, forse, di non valere abbastanza per far conoscere le proprie “storie”."Che cosa siamo noi, se non una memoria? […] Le rondini volano a stormi dai loro nidi nascosti sotto le grondaie della stazione verso mete vicine, verso la chiesa, gli alberi alti, i buchi tra i mattoni delle case, disegnando nel cielo nere grafie."Ada Murolo, come rondine, ritorna a Palizzi e vi ricostruisce il nido abbandonato. Allontana l’oblio e narra la vita, con una parola dolce, a volte nostalgica, che non lascia sopito l’umorismo e che mai diviene sarcasmo. Usa la parola come se giocasse, riuscendo a rendere leggera anche una visita al cimitero o le lacrime sul volto delle donne antiche di Calabria, i cui gesti lenti assumono la forza del mito."Nel silenzio spalancato sulle stanze calettate dalla luce delle persiane, le donne di casa trascorrevano le giornate con rassegnata lentezza."I “quadri” di Ada Murolo generano un romanzo composito, che potrebbe essere letto come una serie di racconti: ogni capitolo conserva la forza della compiutezza e nello stesso tempo è indispensabile allo svolgimento dell’intera trama, la quale può essere riassunta in questa breve sentenza dell’autrice:"Cercando ossessivamente la verità e le sue sfaccettature, scrutando oltre le apparenze […] finalmente ho capito: la realtà è deserto."L’affermazione non è nichilista, ma evidenzia che tutto ciò che non viene raccontato non esiste. Adesso, grazie ad Ada Murolo, Palizzi è più reale…

Francesco Idotta


martedì 13 marzo 2018

Una stanza tutta per sé




Il tema di questa nostra riflessione sul ruolo del “femminile” (più che della donna) parte dall’analisi di uno dei saggi letterari e, direi, filosofici, tra i più interessanti della cultura europea del Novecento, “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf, nel quale la scrittrice denuncia la mancanza e, nello stesso tempo, reclama un luogo, uno spazio esclusivo, in cui l’unicità del femminile trovi la forza necessaria per esprimersi.
L’uomo, sin dai tempi in cui muove la sua guerra al Mito, per parafrasare quanto scrive la filosofa Luce Irigaray in “All’inizio, lei era”, ha trovato sempre più spazio per esprimere la sua parte peggiore, quella rivolta al dominio, allo sfruttamento della Natura, alla profanazione del Mistero, all’annientamento del femminile che ha in sé.
Ciò che manca (sin da allora, sin da quando la filosofia ha sostituito il mito, sin dal momento in cui l’uomo ha creduto di poter svelare ciò che non è assolutamente svelabile) è uno spazio in cui il femminile, (il mistero, ciò che non può essere indagato con la ragione, ma solo compreso -nel senso di preso insieme - con la sensibilità, quindi con i sensi, con e nei suoni) possa esprimersi, possa passare dalla potenza all’atto.
Come faceva la Pizia di Apollo a Delfi, è necessario che sia il femminile ad aprire quello spazio in cui l’essere umano possa comunicare ancora con la Natura; ad aprire un nuovo orizzonte di senso, che va al di là dell’apparire, del possedere, del desiderio di dominio dell’uomo sull’uomo.
Occorre però chiedersi se esista un “luogo” in cui sia possibile tale estrinsecazione, che consenta di evitare la strada scelta da Virginia Woolf, quella del suicidio, su cui è indotto l’essere umano privo del suo spazio, un essere sepolto vivo, come è successo ad Antigone, perché cerca quello spazio.
C’è da comprendere dove cada l’accento della differenza. La discrezione si impone nel momento in cui distinguiamo tra donna e femminile. Non tutto ciò che è femminile è inerente esclusivamente alla donna, così come il maschile non riguarda esclusivamente l’uomo.
Se il femminile intende trovare una “stanza” in cui esprimersi deve, necessariamente, arredare una stanza in cui anche il maschile possa concretizzarsi e differenziarsi.
Luce Irigaray propone in modo deciso una differenza sostanziale tra maschile e femminile, una differenza che per essere reale deve partire da una uguaglianza sostanziale tra uomo e donna. Ovviamente, quando parliamo di sostanza lo facciamo in senso aristotelico, tenendo in conto che essa è sinolo di materia e forma: corpo e femminile; corpo e maschile. Ognuno deve realizzare ciò per cui è nato: armonizzare il singolo col tutto; il maschile e il femminile con la natura, che il desiderio di dominio e calcolo dell’uomo occidentale ha inteso sottomettere, prima con la ragione, poi con la violenza del corpo e delle armi, ossia della tecnica.
Ci dobbiamo chiedere a questo punto: “Che ruolo ha il femminile e che ruolo ha il maschile?”; “Qual è il compito del femminile, oggi, nell’epoca del massimo sviluppo della scienza, in cui l’uomo non sa fermarsi, non si pone più limiti né tabù?”
Ne “La scomparsa di Majorana”, Leonardo Sciascia ipotizza che l’uomo scienziato sia scomparso (aggiungo io: si sia fatto mistero, femminile), per impedire che la sua ragione fosse sfruttata dall’uomo tecnologico per distruggere il patto stipulato con la Madre Natura.
Questo è solo uno dei modelli che la storia della letteratura ci dà per indurci al recupero del femminile, esattamente come con l’esempio di Antigone, il cui ruolo, in questo senso, è paradigmatico: Ella si oppone al divieto di dare uno spazio a Polinice e gli arreda una stanza, una tomba. La di lei compassione è frutto dell’ascolto del femminile che ha in sé, il quale si contrappone all’uomo della legge, a Creonte, che spezza il patto col mistero e realizza il codice, il “diritto”, che impone di non seppellire i traditori. Grazie alla disobbedienza di Antigone, il “diritto” divine “curvo”, prende la forma della sfera in cui l’essere umano si trova in armonia con la Natura e tutti gli altri esseri viventi.
Seguendo Luce Irigaray, il femminile si smarrisce nel momento esatto in cui prevale la Volontà di potenza dell’uomo (p. 129)
L’uomo non è più in grado di “dimorare” ossia trattenersi, abitare, perché ha perso il femminile e quindi non sa qual è il suo luogo, la sua 
stanza, non sa più stare da solo e occupa il posto della donna e, in questo caso, uccide il femminile. Ognuno deve avere una stanza tutta per sé per esaltare la differenza, le differenze.
La differenziazione e la disobbedienza, indotta dall’aver ascoltato la Natura, ergono Antigone nel ruolo di garante: essa è lontana dall’uomo del dominio e calcolo del reale, dall’uomo che intende sottomettere la Terra, rappresenta quel femminile che si qualifica come portatore dell’armonia tra l’essere umano e la Terra (la madre Terra).
C’è da sottolineare che il femminile non sta solo nella donna, ma anche nell’uomo e solo se si riconoscerà questa realtà si potrà anche ammettere la differenza tra uomo e donna come ricchezza, consentendoci di edificare una stanza per Virginia e una per Polinice, una stanza di acqua che non soffoca e una di terra che non opprime, visto che si amalgamano, consentendo al germoglio di diventare pianta, albero, frutto.
I Greci fino a quando si affidano al mito, non aspirano alla salvezza personale, individuale, ma all’individuazione di un luogo in cui l’umanità possa vivere con dignità (L. Irigaray pp. 130/131)
A questo modello bisognerebbe rivolgersi, per poter comprendere quale sia il ruolo della donna oggi, perché esso ci induca ad interrogarci su che cosa sia e dove sia il femminile.
Ciò che si è perso è il rapporto con la Natura col mistero, con la propria “naturalità”.
Il maschile e il femminile sono questa naturalità perduta nella tecnica, la quale, per comodità, per utilità, li ha ridotti e identificati con l’uomo e la donna, esseri identici e figli della stessa volontà di potenza; due esseri separati ma identici, i quali hanno smarrito il sé, la discordanza tra maschile e femminile, il contrasto tra essi, l’unico conflitto non distruttivo (al contrario di quello tra uomo e donna) ma generativo, poiché da tale disputa nasce l’Arte, in tutti i sensi, la quale non è legata alla categoria dell’utile, come dice Lacan.
Perché ciò possa riaffiorare è necessario che il femminile riemerga dal lago in cui Virginia Woolf fu costretta a sommergerlo, occorre che la femminilità ridoni la sua luce. La Selvatica, come la chiamano Claudio Risé e Moidi Paregger, è l’unica che possa ricongiungere creativamente essere umano e natura, il maschile e il femminile presenti sia nell’uomo sia nella donna.
Creonte seppellisce Antigone perché ha paura del femminile che ha in sé, lo rifiuta, lo occulta.
Occorre consentire ad Antigone, dunque, abrogando la legge del dominio, la quale genera violenza, di seppellire Polinice, in una stanza tutta per sé, la stanza della differenza. In due stanze separate, ma comunicanti, staranno il maschile e il femminile, non più terrorizzati dalla natura, ma essi stessi essenza creatrice, perché dalla loro unione nascono: l’umanità, la pietà, il coraggio, l’arte, la vita e dal loro riposo in stanze separate la necessaria pausa che consente di ritemprarsi nella differenza e di ricongiungersi, perché mancanti.