E PARLO DI ME CON ME STESSO
È una domanda che occorre porsi, ma la causa della morte del
Salone del libro di Torino non è certamente la scomparsa dell’uomo che ha
contribuito in modo determinante alla sua nascita, partendo da una necessità:
fare dialogare le voci dell’Italia e del mondo, per fondare un coro che avesse,
nella sua eterogeneità, la forza dirompente del dolore e della passione; la
dinamica generosità della gioia e della bellezza, che fosse uno strappo
generazionale capace di fondarsi sul già detto, rinnovandolo.
Come ogni cosa che si fossilizza sulla tradizione, senza il
coraggio della rottura e del cambiamento, il Salone del libro è decaduto,
diventando un mercato, una sorta di consorteria regionalistica, una piazza periferica
nella quale, in ogni angolo, c’è una bancarella, dentro la quale i
rappresentanti di ogni regione parlano tra di loro dei problemi della loro casuccia.
Intorno a questa piazza si innalzano i padiglioni dei guru,
sorta di altari sui quali sono invitati a salire, per parlare a un popolo
plaudente, i soliti volti noti del panorama televisivo.
All’interno di un ovale, vecchio come Morla, (per rinnovare
il quale la soluzione è come quella dell’uovo di Colombo), ci sono anche gli stand delle forze dell’ordine,
che fanno pubblicità al loro lavoro, il quale, seppur indispensabile e
nobilissimo, non ha niente a che fare col mondo dei libri, ma che ha, forse, un
unico scopo, ossia ricordarci che dove non può la cultura, potrà il “comando”.
Il Salone del libro è la dimostrazione che il regionalismo
italiano non è mai morto: ognuno sta nel suo quadrilatero e racconta a se
stesso quello che già sa, senza darsi la
possibilità di uno specchio che lo metta davanti alla sua piccolezza o alla sua
grandezza; innanzi alla sua nevrosi e al suo narcisismo. Sarebbe semplice
spezzare questa frammentarietà culturale se gli stand regionali fossero solo
luoghi di esposizione e non di chiacchiera, se in ogni padiglione si esponessero
libri, tanti, tantissimi libri, nati in quella regione, senza gadget e dépliant
turistici (siamo al salone del Libro non alla fiera del turismo).
Il centro della piazza dovrebbe essere aperto, un’agorà,
nella quale le regioni dialogano tra di loro, si creano debate tra
intellettuali, scrittori… su temi specifici, senza che ognuno vada lì a
presentare il suo ultimo romanzo; debate sulla cultura in pericolo, sulla sua
funzione fallita. Per creare l’Italia, che ancora non esiste, per portare
studenti da Reggio Calabria e Treviso, affinché si guardino in faccia e si conoscano,
perché parlano, forse, la stessa lingua, pur avendo esigenze e problemi
diversi.
Serve veramente a uno scrittore, andare a Torino a parlare
del suo libro nel padiglione della sua regione, con i suoi colleghi scrittori,
nati nella sua stessa regione?
Urge un confronto più ampio, un dialogo multidisciplinare,
come lo sono i libri di valore, serve un dibattito serrato su temi comuni, per
scardinare il regionalismo, che ha impedito al nostro Paese di raggiungere la
sua maturità culturale e linguistica.
Siamo ancora lontani dalla caduta del muro… in Italia esistono
tanti muri e non solo tra regioni, ma anche tra comuni… lo dimostra lo stand
della Città Metropolitana di Reggio Calabria, una sorta di protuberanza della
Regione Calabria, sulla cui utilità mi sto ancora interrogando e sulla quale mi
interrogherò a lungo.
Il Salone del libro, nel mio immaginario, deve essere un salone,
senza muri, aperto, con l’entrata libera, con le Regioni che investono nell’esposizione
dei loro talenti e con una piazza, enorme, aperta, nella quale il confronto sia
un abbraccio di voci e non una stanzetta in cui rimuginare e recriminare sul
fallimento del proprio orto.

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