Translate

domenica 8 luglio 2018

Il ritorno dello Jedi in Calabria




Sin da ragazzo, amo “Guerre Stellari”, la dicotomia tra Forza e Lato oscuro, allora mi affascinava, oggi mi interroga. Fino a qualche tempo fa, pensavo dipendesse semplicemente dalle mie passioni per scienza e fantascienza, per il futuro e le “cose ultime”, le quali mi hanno spinto a respingere le certezze preconfezionate, per inoltrarmi sulla via del possibile, del tentativo. Tale predilezione, mi dicevo, forse è nata dall’incontro con gli eroi di Omero, l’unica traccia positiva rimasta, oltre alla matematica e alle scienze, di tre anni di scuola media da incubo; forse è figlia dei cunti con protagonisti Fioravanti e Rizieri, i Paladini di Francia e Genoveffa di Brabante, che mio nonno mi raccontava. Oggi posso affermare che quelle che consideravo cause erano invece prodotti della stessa matrice. La passione per la saga di Guerre Stellari - e non mi riferisco solo ai film, ma anche ai libri e ai fumetti che riuscivo a trovare con grande fatica in un’infanzia senza internet, i quali mi hanno suggerito anche Isac Asimov e altri percorsi di “resistenza” - lo scontro tra Forza e Lato oscuro, sono figli di un moto interiore, recondito, di cui prendo coscienza solo oggi, giacché mi sento costretto in un sistema sociale privo di dialogo e figliastro della barbarie, che, periodicamente, ritorna e, come erbaccia, invade i campi di lavanda e ne ottunde il profumo. 

Irretito in una società, sempre più spesso, oppressa dalla mancanza totale di metodo o di qualsivoglia struttura benigna, sento il peso di vivere tra gente sballottata tra la paura e la rassegnazione: i pellegrini d’oriente, come insegna Hermann Hesse, hanno abbandonato il sogno e con esso se stessi. Don Quijote de la Mancha si è arreso. Forse, diventa sempre più realistica la profezia di Saramago: “il Governo aveva [...] optato per la liquefazione fisica in massa, ci fu chi s’infilò sotto i letti, alcuni, per la paura, non si mossero, certuni forse avevano pensato che era meglio così, se la salute è poca tanto vale non averne, e se c’è da morire, meglio farlo alla svelta.” (Cecità pag. 79).

Questo è l’atteggiamento di chi ha smesso di crederci, non in un dio, questo genere di fede è morta da anni, ma in se stessi. In Calabria, terra di orpelli e foreste; luogo di nuance e meretrici; meta di falchi e parole inutili; giardino di limoni e acquiescenza; patria dei senza parola e dei senza orecchie, in Calabria si generano i canti della rassegnazione e nella notte non vola nessuna nottola, ma solo sciami di locuste, che devastano i campi di liquirizia e grano. Qui domina il lato oscuro, i Jedi sono in via d’estinzione, nessuno sembra ricordare che con la forza della mente si può cavare un caccia stellare dalla melma della palude nella quale si è infilato, in pochi comprendono quanto sia importante la letteratura, la musica, il folle amore per la poesia e la ricerca, la logica della matematica e la passione per l’astronomia, perché Jabba de Hutt domina la scena. Ai suoi piedi si aggirano bestie ripugnanti e primati famelici.

La saga di George Lucas parla della mia Calabria, di ’ndrangheta, parla di forze che lottano quotidianamente l’una contro l'altra: forze disfattiste, animate dalla volontà di potenza e da falsi valori, i quali intrappolano l'uomo cieco e malato, incapace di un pensiero costruttivo, il cui DNA è intriso di brago, ma ci sono anche forze che resistono e sentono l’arcano e il vero, che viene da lontano, dalla parola viva e segnanteI non Jedi scappano da questa terra e lasciano spazio a giovani sopraffatti dal lato oscuro, figli di mafiosi e loro accoliti, ’ndranghetisti solo per posa, i quali pretendono di dominarti con uno sguardo, sputandoti in faccia il fumo delle sigarette, che quotidianamente insozzano il loro cervello e lacerano il loro cuore. Costoro frequentano, senza saper leggere e scrivere, senza aver mai fatto incontrare al loro cuore asfissiato una sola parola poetica o una sola nota di sole, le università più prestigiose, quelle a cui solo i danarosi possono accedere. I potenziali Jedi scappano, scappano perché qui non è rimasto più nulla, se non il deserto. La desertificazione è figlia della ’ndrangheta. Questo non è un luogo comune, perché è il mafioso che ha distrutto questa terra... ma noi? in che modo ci opponiamo? Dov’è la spada laser?

La luce è spenta e non la può riaccendere la falsa letteratura che parla di ’ndrangheta e si arricchisce con l’antimafia. La mafia è delinquenza, non fenomeno di costume; essa è il lato oscuro che la Letteratura può sconfiggere, solo se ritorna ad essere Letteratura e non cronaca. Occorre una operazione psicanalitica, occorre raccontare sogni, associare le idee, leggere i lapsus e scardinare la noia, occorre attraversare il fantasma, senza metterlo sul piedistallo, rendendolo innocuo, malfermo. Occorre stancare il fantasma, col sorriso, sottraendogli la forza.


domenica 15 aprile 2018

IL Mare di Palizzi





(Ada Murolo è nata a Palizzi, sulla costa ionica della Calabria, nel 1949. Laureata in Lettere classiche, ha insegnato Italiano, Latino e Greco a Trieste, Mantova, reggio Calabria e Roma, dove vive dal 1992.)
"Ho nuotato sott’acqua per incontrarti. Ma tu conosci solo la superficie. Che fatica inutile. Come sono stata ridicola! Ne sono ancora mortificata."Ada Murolo, nuotando con tenacia nel mare dei ricordi, scopre, nel suo primo romanzo, e fa riconoscere al lettore, il gusto della ricerca della propria identità. Il mare di Palizzi è un cammino letterario, il quale non intende “insegnare”, ma “partecipare” un sentire altro, singolare e femminile. Ada Murolo “condivide” l’esito di un viaggio nella Calabria interiore e sommersa. Un percorso che le consente di riaccendere non solo la memoria dei personaggi del suo romanzo, ma la coscienza collettiva di un popolo, che per troppo tempo ha vissuto in superficie, timoroso, forse, di non valere abbastanza per far conoscere le proprie “storie”."Che cosa siamo noi, se non una memoria? […] Le rondini volano a stormi dai loro nidi nascosti sotto le grondaie della stazione verso mete vicine, verso la chiesa, gli alberi alti, i buchi tra i mattoni delle case, disegnando nel cielo nere grafie."Ada Murolo, come rondine, ritorna a Palizzi e vi ricostruisce il nido abbandonato. Allontana l’oblio e narra la vita, con una parola dolce, a volte nostalgica, che non lascia sopito l’umorismo e che mai diviene sarcasmo. Usa la parola come se giocasse, riuscendo a rendere leggera anche una visita al cimitero o le lacrime sul volto delle donne antiche di Calabria, i cui gesti lenti assumono la forza del mito."Nel silenzio spalancato sulle stanze calettate dalla luce delle persiane, le donne di casa trascorrevano le giornate con rassegnata lentezza."I “quadri” di Ada Murolo generano un romanzo composito, che potrebbe essere letto come una serie di racconti: ogni capitolo conserva la forza della compiutezza e nello stesso tempo è indispensabile allo svolgimento dell’intera trama, la quale può essere riassunta in questa breve sentenza dell’autrice:"Cercando ossessivamente la verità e le sue sfaccettature, scrutando oltre le apparenze […] finalmente ho capito: la realtà è deserto."L’affermazione non è nichilista, ma evidenzia che tutto ciò che non viene raccontato non esiste. Adesso, grazie ad Ada Murolo, Palizzi è più reale…

Francesco Idotta


martedì 13 marzo 2018

Una stanza tutta per sé




Il tema di questa nostra riflessione sul ruolo del “femminile” (più che della donna) parte dall’analisi di uno dei saggi letterari e, direi, filosofici, tra i più interessanti della cultura europea del Novecento, “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf, nel quale la scrittrice denuncia la mancanza e, nello stesso tempo, reclama un luogo, uno spazio esclusivo, in cui l’unicità del femminile trovi la forza necessaria per esprimersi.
L’uomo, sin dai tempi in cui muove la sua guerra al Mito, per parafrasare quanto scrive la filosofa Luce Irigaray in “All’inizio, lei era”, ha trovato sempre più spazio per esprimere la sua parte peggiore, quella rivolta al dominio, allo sfruttamento della Natura, alla profanazione del Mistero, all’annientamento del femminile che ha in sé.
Ciò che manca (sin da allora, sin da quando la filosofia ha sostituito il mito, sin dal momento in cui l’uomo ha creduto di poter svelare ciò che non è assolutamente svelabile) è uno spazio in cui il femminile, (il mistero, ciò che non può essere indagato con la ragione, ma solo compreso -nel senso di preso insieme - con la sensibilità, quindi con i sensi, con e nei suoni) possa esprimersi, possa passare dalla potenza all’atto.
Come faceva la Pizia di Apollo a Delfi, è necessario che sia il femminile ad aprire quello spazio in cui l’essere umano possa comunicare ancora con la Natura; ad aprire un nuovo orizzonte di senso, che va al di là dell’apparire, del possedere, del desiderio di dominio dell’uomo sull’uomo.
Occorre però chiedersi se esista un “luogo” in cui sia possibile tale estrinsecazione, che consenta di evitare la strada scelta da Virginia Woolf, quella del suicidio, su cui è indotto l’essere umano privo del suo spazio, un essere sepolto vivo, come è successo ad Antigone, perché cerca quello spazio.
C’è da comprendere dove cada l’accento della differenza. La discrezione si impone nel momento in cui distinguiamo tra donna e femminile. Non tutto ciò che è femminile è inerente esclusivamente alla donna, così come il maschile non riguarda esclusivamente l’uomo.
Se il femminile intende trovare una “stanza” in cui esprimersi deve, necessariamente, arredare una stanza in cui anche il maschile possa concretizzarsi e differenziarsi.
Luce Irigaray propone in modo deciso una differenza sostanziale tra maschile e femminile, una differenza che per essere reale deve partire da una uguaglianza sostanziale tra uomo e donna. Ovviamente, quando parliamo di sostanza lo facciamo in senso aristotelico, tenendo in conto che essa è sinolo di materia e forma: corpo e femminile; corpo e maschile. Ognuno deve realizzare ciò per cui è nato: armonizzare il singolo col tutto; il maschile e il femminile con la natura, che il desiderio di dominio e calcolo dell’uomo occidentale ha inteso sottomettere, prima con la ragione, poi con la violenza del corpo e delle armi, ossia della tecnica.
Ci dobbiamo chiedere a questo punto: “Che ruolo ha il femminile e che ruolo ha il maschile?”; “Qual è il compito del femminile, oggi, nell’epoca del massimo sviluppo della scienza, in cui l’uomo non sa fermarsi, non si pone più limiti né tabù?”
Ne “La scomparsa di Majorana”, Leonardo Sciascia ipotizza che l’uomo scienziato sia scomparso (aggiungo io: si sia fatto mistero, femminile), per impedire che la sua ragione fosse sfruttata dall’uomo tecnologico per distruggere il patto stipulato con la Madre Natura.
Questo è solo uno dei modelli che la storia della letteratura ci dà per indurci al recupero del femminile, esattamente come con l’esempio di Antigone, il cui ruolo, in questo senso, è paradigmatico: Ella si oppone al divieto di dare uno spazio a Polinice e gli arreda una stanza, una tomba. La di lei compassione è frutto dell’ascolto del femminile che ha in sé, il quale si contrappone all’uomo della legge, a Creonte, che spezza il patto col mistero e realizza il codice, il “diritto”, che impone di non seppellire i traditori. Grazie alla disobbedienza di Antigone, il “diritto” divine “curvo”, prende la forma della sfera in cui l’essere umano si trova in armonia con la Natura e tutti gli altri esseri viventi.
Seguendo Luce Irigaray, il femminile si smarrisce nel momento esatto in cui prevale la Volontà di potenza dell’uomo (p. 129)
L’uomo non è più in grado di “dimorare” ossia trattenersi, abitare, perché ha perso il femminile e quindi non sa qual è il suo luogo, la sua 
stanza, non sa più stare da solo e occupa il posto della donna e, in questo caso, uccide il femminile. Ognuno deve avere una stanza tutta per sé per esaltare la differenza, le differenze.
La differenziazione e la disobbedienza, indotta dall’aver ascoltato la Natura, ergono Antigone nel ruolo di garante: essa è lontana dall’uomo del dominio e calcolo del reale, dall’uomo che intende sottomettere la Terra, rappresenta quel femminile che si qualifica come portatore dell’armonia tra l’essere umano e la Terra (la madre Terra).
C’è da sottolineare che il femminile non sta solo nella donna, ma anche nell’uomo e solo se si riconoscerà questa realtà si potrà anche ammettere la differenza tra uomo e donna come ricchezza, consentendoci di edificare una stanza per Virginia e una per Polinice, una stanza di acqua che non soffoca e una di terra che non opprime, visto che si amalgamano, consentendo al germoglio di diventare pianta, albero, frutto.
I Greci fino a quando si affidano al mito, non aspirano alla salvezza personale, individuale, ma all’individuazione di un luogo in cui l’umanità possa vivere con dignità (L. Irigaray pp. 130/131)
A questo modello bisognerebbe rivolgersi, per poter comprendere quale sia il ruolo della donna oggi, perché esso ci induca ad interrogarci su che cosa sia e dove sia il femminile.
Ciò che si è perso è il rapporto con la Natura col mistero, con la propria “naturalità”.
Il maschile e il femminile sono questa naturalità perduta nella tecnica, la quale, per comodità, per utilità, li ha ridotti e identificati con l’uomo e la donna, esseri identici e figli della stessa volontà di potenza; due esseri separati ma identici, i quali hanno smarrito il sé, la discordanza tra maschile e femminile, il contrasto tra essi, l’unico conflitto non distruttivo (al contrario di quello tra uomo e donna) ma generativo, poiché da tale disputa nasce l’Arte, in tutti i sensi, la quale non è legata alla categoria dell’utile, come dice Lacan.
Perché ciò possa riaffiorare è necessario che il femminile riemerga dal lago in cui Virginia Woolf fu costretta a sommergerlo, occorre che la femminilità ridoni la sua luce. La Selvatica, come la chiamano Claudio Risé e Moidi Paregger, è l’unica che possa ricongiungere creativamente essere umano e natura, il maschile e il femminile presenti sia nell’uomo sia nella donna.
Creonte seppellisce Antigone perché ha paura del femminile che ha in sé, lo rifiuta, lo occulta.
Occorre consentire ad Antigone, dunque, abrogando la legge del dominio, la quale genera violenza, di seppellire Polinice, in una stanza tutta per sé, la stanza della differenza. In due stanze separate, ma comunicanti, staranno il maschile e il femminile, non più terrorizzati dalla natura, ma essi stessi essenza creatrice, perché dalla loro unione nascono: l’umanità, la pietà, il coraggio, l’arte, la vita e dal loro riposo in stanze separate la necessaria pausa che consente di ritemprarsi nella differenza e di ricongiungersi, perché mancanti.

domenica 24 settembre 2017

Geofilosofia del Mediterraneo


La geo-filosofia del Mediterraneo delineata in questo libro è una riflessione filosofica appassionata e vibrante che, partendo dal dato geografico, coglie gli aspetti simbolici e storici di questo mare così cruciale per la storia europea e dell'intero occidente. Il Mediterraneo assume allora i tratti di un pluriverso composito... di un mare di differenze che, tuttavia, mostra una profonda radice unitaria. Proprio questo carattere insieme unitario e plurale, nell'incessante articolazione di terra e di mare, può fungere da paradigma per ripensare nuove forme di convivenza sociale e politica. Per ripensare l'Europa a partire dal Mediterraneo, nel segno dell'apertura e dell'ospitalità.

Un libro dal quale partire per lavorare per tutto l'anno scolastico 2017/2018 con gli alunni delle classi Quinte del liceo "E. Fermi" di Sant'Eufemia d'Aspromonte. Cari alunni, a voi la penna... o, meglio, la tastiera....

venerdì 18 novembre 2016

L'uomo che piantava gli alberi


Durante una delle sue passeggiate in Provenza, Jean Giono ha incontrato una personalità indimenticabile: un pastore solitario e tranquillo, di poche parole, che provava piacere a vivere lentamente, con le pecore e il cane. Nonostante la sua semplicità e la totale solitudine nella quale viveva, quest'uomo stava compiendo una grande azione, un'impresa che avrebbe cambiato la faccia della sua terra e la vita delle generazioni future. Una parabola sul rapporto uomo-natura, una storia esemplare che racconta "come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre la distruzione"

Un Mestiere pericoloso


Luciano Canfora

Un mestiere pericoloso. La vita quotidiana dei filosofi greci

La difficile vita quotidiana dei filosofi greci nell'ostilità del conformismo e del potere.
Se si pone mente al caso dei filosofi greci (per lo meno di alcuni), il motto celebre, e celebrato, di Marx, secondo cui i filosofi si sarebbero sinallora limitati a «interpretare il mondo» astenendosi dall’imperativo inderogabile di «cambiarlo», non sembra corrispondere al vero. Giacché quegli antichi inventori del filosofare, in verità, operarono. E in una piccola comunità, quale fu la città antica, la loro azione risultò sommamente visibile: tanto da diventare non di rado il bersaglio della più popolare forma d’arte, la commedia. Più avanti di tutti si spinse Platone, il quale tentò addirittura di costruire la «città nuova»; e perciò patì la cattività e rischiò il peggio. Molto dopo di lui, uno stoico, Blossio di Cuma, fu dapprima coi Gracchi. Una volta persili, andò a morire combattendo al fianco di Aristonico e dei suoi ribelli, i quali chiedevano uguaglianza e adoravano il sole. La loro parola era dunque azione. Contro Socrate - l’uomo che forse meglio rappresenta gli antichi pensatori nella fantasia dei posteri - fu lo stesso ceto politico a mobilitarsi per neutralizzarlo. E lo colpirono: con lo strumento, talvolta cieco, ma ognora onnipotente, del verdetto di un tribunale.  Luciano Canfora

Luciano Canfora (1942) insegna Filologia greca e latina. Con questa casa editrice ha pubblicato: La democrazia come violenza (1982), Storie di oligarchi (1983), Il comunista senza partito (1984), La sentenza (1985 e 2005), La biblioteca scomparsa (1986), Vita di Lucrezio (1993), Demagogia(1993), Manifesto della libertà (1994), La lista di Andocide (1998), Un ribelle in cerca di libertà. Profilo di Palmiro Togliatti (1998), Un mestiere pericoloso. La vita quotidiana dei filosofi greci (2000),Il copista come autore (2002), 1914 (2006), 1956. L'anno spartiacque (2008, 2016), La meravigliosa storia del falso Artemidoro (2011) e La trappola. Il vero volto del maggioritario (2013). Dirige la collana «La città antica» di questa casa editrice e la rivista «Quaderni di storia». Tra i suoi libri più recenti ricordiamo: Il mondo di Atene (Laterza 2001), SpieURSS, antifascismo. Gramsci 1926-1937 (Salerno 2012), Intervista sul potere (Laterza 2013).