Translate

domenica 30 marzo 2025

Da Aristotele ai cartoni animati giapponesi.


 

La violenza come stile di vita...


In Cattiva maestra televisione[i] Karl Popper sostiene la necessità di istituire un comitato scientifico in grado di vigilare sui programmi televisivi da trasmettere, onde evitare che la violenza divenga tanto comune da non destare più alcun imbarazzo sia nel guardarla sia nel praticarla, facendosi abitudine. Il saggio in questione risale al secolo scorso, quando è già ampiamente dimostrato che i programmi televisivi possano interferire sull’educazione delle nuove generazioni, osservando per di più che il filosofo viennese non ebbe modo di conoscere una televisione recipiente di reality e talent show, le oscenità del nuovo millennio.

 Tutti coloro che sono coinvolti nel fare televisione agiscono come educatori, perché la televisione porta le sue immagini sia davanti ai bambini e ai giovani, sia agli adulti. Chi fa televisione deve sapere di aver parte nell’educazione degli uni e degli altri[ii].

Giacché gli effetti di un sistema educativo possono essere testati solo quando gli educandi diventano educatori, ci chiediamo quale ruolo hanno avuto i programmi televisivi, che dagli anni Cinquanta del xx secolo hanno accompagnato i pomeriggi e le sere dei ragazzi occidentali, sulle coscienze individuali e sul cambiamento di usi e costumi.

Prima che il televisore divenisse un elettrodomestico come il frigorifero e la cucina elettrica, c’era la radio, uno strumento che imitava la voce narrante dei nonni. Attraverso questo congegno era possibile perpetrare la tradizione del racconto orale e dell’educazione all’ascolto, sia mantenendo le forme pedagogiche tradizionali sia innovando gli strumenti necessari per la loro affermazione. La garanzia di una evoluzione senza cancellazione è tutelata dall’invenzione di Guglielmo Marconi. Non vi è dubbio che la radio abbia mutato il modo di comunicare e di raccogliere informazioni sull’attualità e che essa abbia favorito lo scambio sempre più proficuo tra le varie parti del pianeta, diffondendo cultura e conoscenza.

I bambini nati e cresciuti durante gli ultimi decenni del xx secolo hanno avuto un’infanzia differente da quella dei loro padri e nonni. La rottura violenta con le tradizioni è stata determinata sì dal cambiamento del sistema economico (dal momento che la frenesia del rampantismo degli anni Ottanta e Novanta ha deteriorato i rapporti tra generazioni: gli anziani, non più produttivi, non sono una risorsa, ma un peso, sia economico sia sociale), ma anche da una massificazione culturale, un impoverimento delle conoscenze, divenute sempre più superficiali. Quei nonni che sono cresciuti ascoltando i cantastorie e i cuntisti o leggendo libri e sorbendo opere liriche, adesso non possono più essere utili. I loro racconti sulla guerra sono noiosi e pleonastici: in tv ci sono programmi più avvincenti (che possono intrattenere i bambini mentre i genitori sono intenti ad aumentare il patrimonio di famiglia lavorando dalla mattina alla sera) e l’irrealtà che li contraddistingue non mette in campo, per esempio, l’impotenza dei soldati impegnati in un conflitto. Al contrario di quanto faceva la radio, la quale raccontava la realtà[iii], in tv le guerre cominciano ad essere descritte come eventi straordinariamente eccitanti e positivi. Basterebbero però poche frasi di un grande scrittore per far riflettere:

Uno è vergine dell’Orrore come lo è della voluttà. Come me lo potevo immaginare io ‘sto orrore lasciando Place Clichy? Chi avrebbe potuto prevedere prima d’entrare davvero in guerra, tutto quel che conteneva la sporca anima eroica e fannullona degli uomini?[iv]

Tornando un po’ in dietro, i bambini che si riunivano in piazza davanti a un lenzuolo dipinto ad ascoltare i cantastorie, sentivano la forza della parola pervadergli l’animo. Anche loro ascoltavano e guardavano scene di violenza, ma nessun atto brutale era fine a se stesso. Se pensiamo alle saghe eroiche dei Paladini di Francia, ci possiamo rendere facilmente conto che i valori che esse trasmettevano erano quelli dell’amicizia, dell’amore fedele, che dura tutta la vita, anche a costo di enormi sacrifici e rinunce, e del rispetto delle regole. I traditori erano disprezzati da tutti: come si può ammirare Gano di Magonza, il quale il 15 Agosto del 776 fa trucidare, per livore, la retroguardia di Carlo Magno a Roncisvalle? Come si può non disprezzare Golo, l’ignobile ministro di Sigfrido, marito della bellissima e pia Genoveffa di Brabante[v], il quale inganna il proprio re, nel tentativo non riuscito di giacere con la regina?

Esempi che i giovani vivevano nei racconti dei nonni o nelle letture per ragazzi. Tutti volevano essere come Fioravante[vi], sì ribelle, ma onesto e valoroso, pronto alla morte per salvare l’onore di una donzella o per sostenere una giusta causa.

La maggior parte dei giovani di quella generazione avrebbero voluto incarnare le virtù di questi eroi, perfettamente in linea con l’eudemonia[vii] di cui parla Aristotele nell’Etica Nicomachea.

Se il bene per il singolo individuo e per la città sono la stessa cosa, conseguire e mantenere quello della città è chiaramente cosa più grande e più vicina al fine, poiché tale bene è, sì, amabile relativamente al singolo individuo, ma anche più bello e più divino in relazione ad un popolo e a delle città. E dunque la nostra ricerca, che è una ricerca politica, è volta verso tali obiettivi[viii].

Anche i pusillanimi trovavano forza in quei racconti, perché, come sostiene Aristotele, nessuno nasce coraggioso, ma chiunque può diventarlo. Più gesti coraggiosi si compiono più viene naturale continuare a compierne. Ciò, ovviamente, vale anche per i vizi: l’abitudine può rendere l’uomo migliore o peggiore, dipende da quale abitudine stiamo assumendo.

Bisogna che l’allevamento e le occupazioni dei giovani siano regolati da leggi, giacché non saranno penosi se saranno divenuti abituali. Certo non è sufficiente che i giovani abbiano magari un allevamento ed una educazione corretti, ma, poiché anche quando sono diventati uomini bisogna che li mettano in pratica e che vi si siano abituati[ix].

Quali consuetudini hanno assunto i ragazzi teledipendenti? Nelle narrazioni orali, i nostri antenati trovavano l’energia per credere in una possibilità. I gesti violenti, in quei racconti, sono l’ultima ratio e non l’unica forma possibile per realizzare qualcosa.

La radio ha contribuito, pure dopo la nascita della tv, a diffondere parole ed esempi, con la lettura dei classici e la propagazione della musica d’autore, compresa l’opera lirica. La tv, invece, passata la sua prima fase pedagogica[x] diviene mezzo pericoloso:

La televisione produce violenza e la porta in case dove altrimenti violenza non ci sarebbe[xi].

La violenza è divenuta oggi uno stile di vita, tanto che possiamo parlare di un vero e proprio culto della violenza: l’esaltazione della brutalità come mezzo d’azione per conseguire ogni obiettivo. I mezzi di comunicazione di massa sono additati sempre più spesso come i principali promotori di questa cultura sociale, a causa dell’estetizzazione della violenza: “l’arte del sottomettere l’altro” è “bella” da vedere, provoca godimento, gratifica, consente di sfogare le proprie frustrazioni. Anche lo sport è divenuto battaglia e l’avversario un nemico da annientare. Questo atteggiamento potrebbe scandalizzarci, ma non è pensabile ignorarlo. Va precisato che le scene violente non sono una prerogativa della tv: anche l’opera lirica[xii] riserva scene brutali[xiii], così come la letteratura e i cartelloni dei cantastorie, basta osservare i due di seguito riportati. Perché accettiamo questa violenza e non quella che troviamo nei cartoni animati? Perché le due forme dovrebbero essere eticamente differenti?

 

Cartelloni realizzati da Vincenzo Astuto - 1964[xiv]

 

Lasciamo aperta questa domanda, sperando che alla fine del presente scritto la risposta giunga da sola. L’importanza delle esperienze vissute durante l’infanzia, per lo sviluppo della nostra personalità e il conseguimento di un equilibrio, pare essere un elemento acquisito dalla scienza psicologica. Muovendo da tale certezza, riportiamo un passo del monologo di Aljoša Karamazov nel Discorso presso la pietra a conclusione del romanzo di Dostoevskij:

 

Sappiate che non vi è nulla di più sublime, di più forte, di più salutare e di più utile per tutta la vita, di un buon ricordo e soprattutto di un ricordo dell’infanzia, della casa paterna. Vi parlano molto della vostra educazione, ma qualche meraviglioso, sacro ricordo che avrete conservato nella vostra infanzia, potrà essere per voi la migliore delle educazioni. Se un uomo porta con sé molti di questi ricordi nella vita, egli sarà al sicuro fino alla fine dei suoi giorni[xv].

 

Che cosa ricorderanno i nostri ragazzi? Abbiamo una responsabilità altissima: la loro salvezza dipende da quello che riusciremo a trasmettere loro, in modo che abbiano memorie, alle quali fare riferimento, nei momenti in cui la vita li porrà di fronte a una scelta etica. Molti di noi rammentano con più vivezza i racconti mitici e le saghe narrate dai nonni anziché molte delle lezioni magistrali udite a scuola. È possibile anche che alcuni maestri abbiano lasciato in noi dei ricordi, ma la presenza di essi nella nostra mente sarà direttamente proporzionale alla passione usata nel momento del racconto. In quest’ottica anche la narrazione di gesti violenti avrebbe una sua significanza, che non potrebbe in alcun caso essere fraintesa.


Generazioni di ragazzi sono cresciuti ascoltando la storia truculenta di Cappuccetto Rosso: un lupo adesca una bambina nel bosco, la inganna, ne carpisce la fiducia, la divora e poi se la dorme soddisfatto. Arriva il cacciatore, uccide il lupo, gli taglia la pancia e da essa vengono fuori nonna e nipotina. Una scena che avrebbe potuto ispirare le vicende di Grattachecca & Fighetto[xvi], i protagonisti dei cartoni animati che appassionano Bart e Lisa Simpson. Qual è la differenza tra la violenza in Cappuccetto Rosso e quella vista in tv da Bart e Lisa o da tutti i nostri ragazzi cresciuti a pane e tv? Nel primo caso c’è il medio della parola, colui che racconta è un adulto, il quale sottolinea la ferocia del lupo e protegge allo stesso tempo tra le braccia il bambino che ascolta. Rassicurandolo gli insegna che nel mondo esiste il male, ci sono i furbi e anche i malvagi. Nello sguardo dell’adulto, il bambino può scorgere la riprovazione per il gesto immondo del lupo e quindi comprendere bene che quell’azione è eticamente da evitare (ovviamente dipende da chi racconta e per quale motivo). La televisione non è in grado di fungere da medio, non può interrompersi nel caso in cui i bambini volessero che ciò avvenisse: la tv fornisce overdose continue di scene brutali alle quali nessun bambino può opporsi da solo.


Il ricordo diviene fondante per la formulazione delle idee e per l’ampliamento della fantasia, doti necessarie in ogni professione, soprattutto in politica: un amministratore senza fantasia è privo di mezzi per trarre fuori dai guai una nazione. Ogni guerra, potremmo azzardare, è il frutto della mancanza di inventiva. Lo scontro violento dimostra che non si è stati sufficientemente creativi per trovare una soluzione a un problema. Tutti i programmi televisivi che utilizzano la violenza ed il sesso per fare odience[xvii] sono stati montati da gente priva di fantasia. I racconti dei nonni erano sì ricchi di violenza, ma la collocazione di essa nel racconto aveva la funzione di dimostrare che la brutalità era spregevole e inutile, quindi da evitare. Anche Frankenstein cerca di sottrarsi all’aggressività: il mostro aspira alla comprensione e all’ascolto ed è in grado, qualora se ne presenti la possibilità, di tenere in mano un fiore e di sperare che il suo creatore gli dia una compagna, ché lo strappi alla solitudine. Il creatore, però, si rende conto di avere una responsabilità verso i posteri:

 

Avevo il diritto, per un interesse personale, di infliggere una simile condanna alle generazioni future? […] Rabbrividii al pensiero che le età future avrebbero potuto maledirmi come la loro rovina, come colui che, nel suo egoismo, non aveva esitato ad acquistare la propria pace a prezzo, forse, dell’esistenza dell’intera razza umana[xviii].

 

Il mostro, il demone, come lo chiama la Shelley, non viene assecondato, ma fermato. Egli si perderà tra i ghiacci dell’estremo Nord, ciò a dire che è solo “congelato” e che potrebbe riaversi in qualunque momento, ritornando a reclamare il suo spazio. E noi? siamo consapevoli della responsabilità che abbiamo verso le future generazioni, quando lasciamo che sia la televisione a educare al posto nostro? Col disinteresse potremmo risvegliare i tanti mostri creati da Frankenstein che abbiamo creato, con conseguenze imprevedibili.

I ragazzi pre-televisivi sognavano di essere come Orlando, non certo come Gano. L’eroe era sempre il buono, nei racconti orali dei nonni. Non c’era nelle pagine di Andrea da Barberino[xix] un eroe buono e un eroe cattivo: c’era l’eroe e c’era l’antieroe. Ognuno aveva il suo ruolo: le certezze dei giovani lettori o ascoltatori erano garantite. Non ci può essere ambiguità in un processo educativo. Certamente bisogna far comprendere ai ragazzi che ci possono essere errori di valutazione, ma permane la necessità di dare loro dei punti di riferimento, che gli consentano di impostare le loro scelte di vita. Solo insegnanti motivati potranno però riuscire in questo intento.

 

Indifferenti a tutto, privi di passioni profonde, non sono soltanto molti genitori. Per esempio, nelle scuole d’ogni ordine e grado insegnanti così ce ne sono a legioni. E questo è un dato piuttosto disperante, perché quello dell’insegnante è un mestiere che offre molti spazi per le “rivelazioni” – e questo non ha nulla a che fare con la “missione”, ma molto con il fatto che sono in ballo persone, persone vive, che hanno voglia di esistere davvero e lo dicono forte tutti i giorni[xx].

 

Se noi non saremo in grado di rispondere a questa esigenza, i giovani si cercheranno altri maestri, tra questi la televisione. Il bisogno dei ragazzi, manifestato soprattutto durante l’adolescenza, di trovare delle “rocce” alle quali aggrapparsi, va soddisfatto sempre, altrimenti si rischia di perdere la “precedenza”: la tv e i giochi elettronici riempiono un vuoto, che spetta alle parole dei “padri”, siano essi maestri, insegnanti o adulti in genere.

La tv delle origini, in Italia, era “fatta” da persone che conoscevano il valore della trasmissione dei saperi in generale e della storia in particolare. Non è possibile in questa sede analizzare tutti i programmi trasmessi dalla tv di stato italiana, ma si porteranno alcuni esempi, attraverso i quali si tenterà di dimostrare che anche la tv può essere strumento pedagogico, se verrà usata tenendo in conto che non deve essere solo la violenza a destare la nostra attenzione, ma anche i piccoli gesti che, quotidianamente e con molta leggerezza, ci allontanano da un comportamento etico. Non raccogliere gli escrementi del proprio cane o buttare una carta dal finestrino della macchina o una cicca di sigaretta sulla spiaggia sono gesti apparentemente innocui, ma che nascondono un’assuefazione al mancato rispetto delle regole del vivere comune.

 

La violenza è cresciuta e il progresso tecnologico dei mezzi di offesa provoca un delirio di onnipotenza. Ma la causa profonda è un’altra ed è paradossale. In una società in cui “l’etica è disfatta”, gli unici comportamenti che consideriamo gravemente illeciti sono gli atti di violenza[xxi].

 

Molti bambini degli anni Settanta hanno appreso un atteggiamento ecologista guardando in tv i Barbapapà[xxii], attraverso la semplicità di un disegno animato hanno compreso la necessità di non inquinare e di amare gli animali, tutti. Nessuna violenza in quelle immagini, che condannavano il gesto del furbetto di turno che scaricava immondizia vicino a un lago. Barbapapà, tutto rosa, interveniva e faceva vergognare lo sporcaccione, il quale, rosso in viso e con lo sguardo basso, provvedeva a riparare il danno.

Alla fine degli anni Sessanta la tv italiana trasmetteva programmi come La freccia nera, uno sceneggiato del 1968, diretto dal regista Anton Giulio Majano e liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Robert Louis Stevenson. Gli episodi furono sette, in onda sul primo canale della rai dal 22 dicembre 1968 al 2 febbraio 1969. Un esempio esteticamente ben riuscito utilizzato per spiegare ai ragazzi che, lottando onestamente, arriva sia il riconoscimento sia la giustizia. Come dimenticare Rintintin[xxiii], il pastore tedesco che in Italia ottenne un notevole successo negli anni Sessanta, quando la rai ne acquistò i diritti per trasmetterlo sull’unica rete dell’epoca. Altri sceneggiati tratti da romanzi di successo furono Tarzan e Sandokan, che andarono in onda tra gli anni Settanta e Ottanta. Eroi positivi, pronti al sacrificio per aiutare il prossimo, in perfetta linea con l’etica aristotelica: la mia felicità dipende dalla felicità degli altri. Quel prossimo che, kantianamente, deve essere sempre il fine del nostro agire e mai un mezzo.

Gli anni Ottanta, nella televisione italiana, si aprono con l’invasione dei cartoni animati giapponesi, i quali, è vero, a volte erano violenti, ma non più delle battaglie descritte nelle vicende dei paladini di Francia o dello scontro cruento tra Ettore e Achille. Riteniamo che questi cartoni conservassero l’eudemonia aristotelica: sin dalla sigla d’inizio era chiaro il messaggio che intendevano lanciare:

 

Uno per tre, e tre per uno perché, insieme noi usciamo sempre dai guai, e difendiamo la terra, dall'ombra della guerra, il nostro cuore batterà,
per la libertà. Intrighi e loschi piani dei mostri disumani, il nostro raggio spazzerà nell'immensità. Daitarn, Daitarn[xxiv].

 

Una lotta da condurre “insieme”, tutti uniti contro la guerra e per la libertà. Ancora una volta il messaggio è quello del bene comune come presupposto della propria felicità. Tuttavia, guardando le immagini sotto riportate, in cui Daitarn 3 ha il pugno teso, per colpire l’avversario, si nota che la violenza è una via apparentemente irrinunciabile, così come lo era nelle battaglie medievali, per realizzare il bene.

 

 

 

Rinaldo e Mambriano si sferravano colpi disperati. Il paladino, a un certo punto, calò un tal fendente che mandò a rotolare il nemico sul suolo e stava per finirlo allorquando un leone si slanciò su di lui che dovette pensare a difendersi dal nuovo pericolo. Alla fine anche il leone cadde con la testa spaccata, ma Mambriano, benché ferito, s’era riavuto e riappiccò la battaglia[xxv].

 

Anche in queste righe tratte dai racconti dei Reali di Francia, così come nelle immagini sopra riportate, la violenza è protagonista. In entrambi i casi è considerata uno strumento necessario per far trionfare la giustizia. Ovviamente la brutalità non può essere la via per affermare le proprie ragioni, ma pare che gli uomini non sappiano farne a meno, quindi i bambini vanno educati alla responsabilità.

La facilità con cui da sempre poniamo fine alla vita di una persona è sconcertante: le guerre “intelligenti” a cui ci ha abituati la tv la dicono lunga sulla nostra insensibilità, acuita dall’abitudine. I robot dei cartoon degli anni Ottanta combattono ancora come dei cavalieri medievali: lottano corpo a corpo e l’onore è una imprescindibile condizione di base di ogni loro agire. Nei nuovi disegni animati che “riempiono” i pomeriggi dei bambini dei nostri giorni, la violenza spesso è gratuita: la finzione ha appreso l’orrore dalla realtà e l’ha trasformato in farsa. L’insensibilità innanzi alla morte ci impedisce di comprendere fino in fondo quanto sostiene Don Chisciotte parlando delle armi da fuoco:

 

Benedetti quei fortunati secoli cui mancò la spaventosa furia di questi indemoniati strumenti di artiglieria, al cui inventore io per me son convinto che il premio per la sua diabolica invenzione glielo stanno dando nell’inferno, perché con essa diede modo che un braccio infame e codardo tolga la vita a un prode cavaliere, e che senza saper né come né da dove, nel pieno del vigore e dell’impeto che anima e accende i forti petti, arrivi una palla sbandata (sparata da chi forse fuggì, al bagliore di fuoco prodotto dalla maledetta macchina) e recida e dia fine in un istante ai sentimenti e alla vita d’uno che avrebbe meritato di averla per lunghi secoli[xxvi].

I tempi cambiano, ma l’uomo pare essere sempre più accostumato alla morte violenta. Essa passa senza lasciare traccia, e chi resta si dimentica in fretta l’orrore, giacché oggi in tv tra un omicidio e l’altro siamo allietati dalla pubblicità di un gelato alla vaniglia o di un buon caffè, sorbito tra le nuvole di un paradiso in cui le nefandezze umane si ripetono tali e quali a quelle a cui assistiamo ogni giorno. Tanto che l’unica cosa auspicabile sarebbe di finire all’inferno. La violenza, un tempo, era fermata su dipinti, come monito, mettendo in mostra la sua immobile inutilità. Se guardiamo il quadro di Rubens, Le conseguenze della guerra, del 1638, esposto a Palazzo Pitti a Firenze, ci possiamo facilmente rendere conto quanto terribile fosse la percezione di quell’evento.

 


Probabilmente Rubens aveva vissuto la guerra dei Trent’anni che dal 1618 fino al 1648 gettò l’Europa in una tragica condizione economica e sociale. La violenza è aborrita, ma nello stesso tempo esaltata, come condizione in cui l’uomo può evidenziare il suo valore, legato com’è, ancora dopo millenni, alla convinzione che la supremazia fisica sia un valore da perseguire.

Nella tv dei nostri giorni, siamo passati dai cartoni animati che esaltano la violenza come mezzo a programmi che elogiano la violenza come fine. La differenza è notevole, le conseguenze le potremo constatare in un prossimo futuro. La strada potrebbe essere quella che Aristotele ci indica nell’Etica Nicomachea: occorre educare i giovani al bello, affinare la loro sensibilità, affinché trovino brutto guardare orrori per divertimento, affinché trovino osceno ascoltare e dire turpitudini:

L’uomo per bene, che vive orientato al bello, ubbidisce al ragionamento, l’uomo malvagio, che desidera solo il piacere è punito con il dolore come una bestia da soma. […] La cosa migliore è che vi sia una corretta educazione pubblica; ma se queste cose vengono trascurate dal punto di vista pubblico, si riconoscerà che è a ciascun individuo che conviene aiutare i propri figli ed i propri amici a raggiungere la virtù[xxvii].

Non siamo in grado di sostenere se la violenza presente nei miti, nelle leggende e nei dipinti sia da preferire a quella dei cartoni animati giapponesi, né se la brutalità alla quale la tv di oggi ci ha reso avvezzi possa determinare una decadenza culturale, ma possiamo di certo essere concordi con lo stagirita nel ritenere che l’educazione al bello può ancora oggi essere una via verso l’equilibrio.

 


[i] Karl R. Popper, “Una patente per fare la tv” in Cattiva maestra televisione, a cura di Giancarlo Bosetti. Marsilio, Milano, 1996. pagg. 33-45.

[ii]  Ivi 42.

[iii] Basti pensare al ruolo di Radio Londra durante la Seconda guerra mondiale.

[iv]Louis Ferdinand Céline, Voyage au bout de la nuit, tr. it. di Ernesto Ferrero: Viaggio al termine della notte, (TEA, Milano, 2002), pag. 21.

[v]          La leggenda di Genoveffa di Brabante fa la sua prima apparizione nella letteratura popolare nel secolo VIII. Una prima elaborazione della vicenda si deve al gesuita Ceresiers (1638), che attribuisce a Genoveffa il titolo di Santa, inaugurando la fortuna del soggetto, di cui presto si approprierà il teatro.

Cfr.: Genoveffa di Brabante. Dalla tradizione popolare a Erik Satie, a cura di Alfonso Cipolla, (Ed. SEB27, Torino 2004).

Francesco Idotta, “Il dialetto in forma letteraria. Genoveffa di Brabante. Da Cerisiers a Reggio Calabria”, in La Lingua dell’Altro. Il problema del dialetto nell’apprendimento scolastico. Uno sguardo didattico filosofico, (Città del Sole Ed., Reggio Calabria, 2011).

[vi] Per la Storia di Fioravante si veda la versione raccolta e trascritta nel libro: Francesco Idotta, La saga di Fiorvanti, Città del Sole Edizioni, (Reggio Cal. 1999). La versione originale della storia si può trovare nel sito internet: http://www.classicitaliani.it/index004.htm (Marzo 2011). Confrontando questa versione con quella riportata nella raccolta su citata si può notare la trasformazione che la vicenda ha subito nel corso del tempo ed il suo adattamento agli usi e ai costumi di Calabria, comprovando quanto fosse importante la narrazione orale per l’educazione delle generazioni passate.

[vii] Ossia la condizione di felicità considerata come fondamento dell’etica e come fine dell’esperienza umana. Solo chi è utile agli altri può essere utile a se stesso. L’agire per il prossimo disinteressatamente implica automaticamente il raggiungimento della propria felicità.

[viii] Aristotele, Etica Nicomachea, tr. it. Claudio Mazzarelli, (Bompiani, Milano, 2001), (X, 9, 1179b 35 – 1180a 4) pag. 403.

[ix] Ibidem.

[x] Le trasmissioni televisive in Italia iniziano il 3 gennaio 1954, a cura della RAI, in bianco e nero. L’autoregolamentazione a quel tempo prevedeva la non accettazione di scene turbanti la pace sociale ed incitanti all’odio di classe, il rispetto dei valori familiari e religiosi, il pieno rispetto della “santità matrimoniale” e il rifiuto delle scene erotiche. Per garantire il rispetto di queste norme, venne istituito, un Comitato per la determinazione delle direttive di massima culturali. Per ulteriori approfondimenti si veda: Monteleone Franco, Storia della radio e della televisione in Italia. Un secolo di costume, società e politica, (Marsilio, Milano, 2001).

[xi]  Karl R. Popper, “Una patente per fare la tv” in Cattiva maestra televisione, op. cit. pag. 40.

[xii] Fabrizio Dorsi, Rausa Giuseppe, Storia dell’opera italiana (Mondadori, Milano, 2000).

[xiii] Il primo atto della Turandot di Giacomo Puccini si apre a Pechino, in un imprecisato «tempo delle favole». Dall’alto delle mura, il Mandarino si appresta ad annunciare alla folla che la principessa andrà sposa a chi, di sangue regale, scioglierà i tre enigmi da lei proposti; ma il boia Pu-Tin-Pao è pronto a decapitare quelli che falliscono, come lo sfortunato principe di Persia, che salirà al patibolo al sorgere della luna. Tuttavia l’opera si concluderà ponendo in evidenza che la perseveranza nel conseguire Amore sarà premiata.

[xiv] Per ulteriori notizie consultare il sito internet: “Cuntastorie e Cantastorie” di Angelo Clemente: (2 Novembre 2011). http://www.irsap-agrigentum.it/Cuntastorie%20e%20Cantastorie.htm

[xv] Fëdor Michajlovič Dostoevskij, БРАТЬЯ КАМАЗОВЬІ, tr. it. Maria Rosaria Fasanelli, I Fratelli Karamazov, (Garzanti, Milano, 1992), pag. 1061.

[xvi] Grattachecca & Fichetto sono due personaggi del cartone animato preferito di Bart e Lisa Simpson (Simpson è una popolare sitcom animata creata dal fumettista statunitense Matt Groening a fine degli anni Ottanta per la Fox Broadcasting Company). Le vicende di Itchy & Scratchy, il nome originale di Grattachecca & Fichetto, rappresenta una sarcastica parodia splatter sia di Tom & Jerry sia di Titti & Gatto Silvestro. Sono un cartone nel cartone che mette in evidenza la violenza gratuita a cui sono sottoposti i ragazzini di oggi.

[xvii]“Si offrono all’audience livelli di produzione sempre peggiori e... l’audience li accetta, purché ci si metta sopra del pepe, delle spezie, dei sapori forti, rappresentati dalla violenza, dal sesso e dal sensazionalismo...spezie sempre più forti sul cibo preparato, perché il cibo è cattivo e con più sale e più pepe si cerca di passar sopra anche a un sapore disgustoso”. In K.R. Popper, Cattiva maestra televisione, op. cit., pagg. 34 e segg.

[xviii] Mary Shelley, Frankenstein or the modern Prometheus, tr. it. Bruno Tasso, Frankenstein ovvero il Prometeo moderno, (Fabbri ed., Milano, 1999), pag. 140.

[xix] Andrea di Jacopo da Barberino, è stato uno scrittore italiano vissuto tra il 1370 e il 1432 ca. È conosciuto soprattutto per essere stato l’autore de Il Guerrin Meschino. Traduttore delle canzoni di gesta francesi, fu autore di altre opere fra cui I Reali di Francia, Storie nerbonesi, Ugone di Alvernia, Storia di Ajolfo del Barbicone e di altri valorosi cavalieri e Aspromonte.

[xx] Giuseppe Pontremoli, Elogio delle azioni spregevoli, (L’ancora del Mediterraneo, Napoli, 2004), pag 21.

[xxi] Paolo Rossi, Bambini, sogni, furori, (Feltrinelli, Milano, 2001), pag. 53.

[xxii] Un fumetto creato da Annette Tison e Talus Taylor, pubblicato in Francia nel 1970; Barbapapà è il nome del protagonista e per estensione di tutta la sua famiglia (Les barbapapas): il nome del protagonista deriva dall’espressione francese Barbe à papa, che significa “zucchero filato”. Dal fumetto nel 1974 è stata ricavata una serie televisiva giapponese, uscita in Italia nel 1976.

[xxiii] Rin Tin Tin o Rintintin o più semplicemente Rinty è il nome del pastore tedesco protagonista di numerose storie per ragazzi, tra cui una serie televisiva. Le storie di Rin Tin Tin sono ispirate alle vicende di un cane realmente esistito, con lo stesso nome: pare che fosse un pastore tedesco trovato da un soldato statunitense di nome Lee Duncan in un canile bombardato in Lorena, poco prima della fine della Prima guerra mondiale. Tornato a Los Angeles, Lee addestrò Rin Tin Tin che fu casualmente notato dal produttore cinematografico Darryl F. Zanuck, il quale ne fece un personaggio cinematografico, un eroe positivo, ecologista ante litteram.

[xxiv] Daitarn 3 l’Invincibile uomo d’acciaio è una serie televisiva giapponese di genere mecha, prodotta dalla Sunrise e creata da Yoshiyuki Tomino, con il mecha design di Kunio Okawara e le musiche di Takeo Watanabe e Yuji Matsuyama. La serie, composta da quaranta episodi, è stata realizzata nel 1978, e trasmessa per la prima volta in Italia nel 1980.

               A differenza di molte serie di robot trasmesse nella stessa epoca, in Daitarn 3 sono presenti citazioni da cinema, libri, fumetti e TV: nell’episodio trentasei, nel quale il protagonista Haran Banjo è oggetto di tortura psicologica, uno dei cattivi si chiama Phroid, è evidente il riferimento a Sigmund Freud. Un’altra caratteristica della serie è che Daitarn è uno dei pochi robot dotati di espressioni facciali. Per ulteriori approfondimenti si veda il sito internet: http://www.encirobot.com/dait/dait-ind.asp.  (6 Nov. 2011).

[xxv] I Paladini di Francia. Da Carlo Magno a Roncisvalle (Bietti, Milano, 1963), pag. 121.

[xxvi] Miguel De Cervantes, El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha, tr. it. Alfredo Giannini, Il fantastico idalgo Don Chisciotte della Mancia, (BUR, Milano, 2005).

[xxvii]  Aristotele, Etica Nicomachea, op. cit. (X, 9, 1180a 8 – 1180a 32), pagg. 402 - 405.

sabato 8 febbraio 2025

Ciò che manca

 

Lo sguardo dei padri

di Ida Nucera







Il padre, per sua natura, è destinato a occupare una posizione “periferica”, giacché incarna il ruolo di garante della sicurezza, di difensore.

Il protettore pone al centro il protetto e, sovente, quest’ultimo non riesce più a vederlo, a mano a mano che lo spazio nel quale vive si dilata; questo accade quando, naturalmente, l’ego di ogni figlio comincia a lievitare, e induce a considerare il protettore come un limite da abbattere, per poter ulteriormente estendere quello spazio che da figli reputiamo infinito.

Quando l’ego raggiunge la sua massima estensione possibile, quando, come dice Hegel nella sezione dello Spirito oggettivo della Fenomenologia, incontra l’ego degli altri che lo limitano, c’è un conseguente riposizionamento. A questo punto il padre, se si è fortunati di averlo ancora, diventa visibile e le sue braccia, forti e grandi come il colonnato del Bernini, accolgono senza più stritolare.

Quando si conclude il “tempo” del padre, comincia quello del figlio e in esso si vivrà, sovente, ancora, sotto lo sguardo del padre, che adesso non giudica ma contempla.

Una serie di dialoghi - dolorosi, intimi come una confessione, musicali e interrotti, come i sentieri di Heidegger - nei quali Ida Nucera incontra quell’ego ridimensionato del figlio, oramai definitivamente uscito dallo spazio protetto del padre. Un figlio che si ritrova preda di un horror vacui avvilente, soprattutto quel figlio che padre non lo è mai diventato, e che ha costruito invano il proprio personale colonnato protettivo. In quella piazza c’è un vuoto che per tutta la vita cercherà di riempire: ci metterà dentro i figli degli altri o i discepoli, gli animali domestici o le passioni, ma senza esito e, fin quando non avrà imparato ad accettarlo, soffrirà indicibilmente.

Ida Nucera ha avviato un percorso conoscitivo molto delicato: ha interrogato il senso del limite e la volontà di potenza; ha investigato l’arroganza e la compassione; ha accarezzato il leone inferocito e lo ha fatto dialogare con il proprio dolore; fino a rivelare al lettore che il raggiungimento della libertà si ha quando non si sente più la necessità di dire la parola padre, quel lemma che contiene la radice pan di pascere, nutrire, proteggere. Significato che emerge totalmente in alcuni dialetti, nei quali  il nome padre viene contratto addirittura in Pa, andando alla radice del suo significato.

Ida Nucera porta avanti l’analisi del paterno, smaschera la sicurezza e amplia la pietà; induce i suoi ospiti, tra i quali il lettore, a cercare in sé la radice di questo nutrimento che redime e porta a una sorta di catarsi, figlia della sincerità. Leggendo queste pagine, emerge la consapevolezza che ogni rapporto padre figlio ha un che di irrisolto, di troncato. Se così non fosse non ci sarebbe un domani da scrivere, perché da quella faglia, da quella spaccatura, si origina l’avvenire. 

Come scrive l’autrice: “Qualunque sia la separazione intercorsa. Una luce che nessuna morte può toglierci, perché brilla da sempre e per sempre. Non ha inizio né fine, attende, dentro di noi, solo d’essere riconosciuta e raggiuta”


domenica 25 agosto 2024

L'inutile dialogo sui massimi sistemi


Il Laboratorio Delle Ombre

La fatica di Sisifo




Qualche anno fa, spinti dal desiderio di diffondere idee di rottura, con un mondo mediatico sempre più invadente e omologante, con l'amica e mentore Daniela Pellicanò, si era dato vita a una sorta di laboratorio casalingo, un percorso fatto di dialoghi serrati, a volte culminanti in diatribe senza soluzione; visioni di film; ascolti di musica d'avanguardia; lettura ad alta voce di brani di letteratura varia; esercizi teatrali o cene sperimentali.

In questo tentativo (una vera e propria ricerca spasmodica), spesso strampalato e senza un metodo ben preciso, erano comprese lunghe passeggiate, sortite per presentazioni di libri in luoghi anche improbabili e con gruppi eterogenei di varia umanità.
Ciò che spronava era il desiderio immodesto e folle di cambiare le cose e scuotere un poco le coscienze di coloro che si erano assuefatti a un costume, ritenuto immutabile.

Laboratorî con Carlo Sini su Pitagora; interviste a pittori come Luigi Esposito; a scrittori come Rocco Carbone o poetesse come Iolanda Catalano; traduzioni di libri come quelli di psicanalisi della studiosa Eva Gerace, fondatrice del Circolo psicanalitico dei Caraibi, approdata dall'Argentina a Reggio Calabria per togliere i figli dal letto dei genitori; lunghe e a volte violente discussione sull'appartenenza alla borghesia; viaggi a Palermo e dintorni, per intervistare persone pericolose e tentare di fare chiarezza su delitti irrisolti;  viaggi a Roma, inutili viaggi, per parlare di resistenza e resa, in una capitale sbiadita, che al massimo poteva essere un centro di raccolta per relitti alla deriva; collaborazioni fruttuose in seno alla casa editrice Città del Sole; esperimenti nella redazione di qualche quotidiano locale, con l'intento, sempre fallito, di smuovere qualche coscienza sopita o riesumare un'idea sopravvissuta alla inutile ricerca del ruolo sociale.

Ecco, in questa folle e disordinata ricerca  qualcuno si è smarrito, qualcun altro ha continuato la lotta senza curarsi dei pericoli. La notte è sopraggiunta e ha soffocato una delle più belle voci recitanti che si siano udite a queste latitudini. Sul Trentottesimo parallelo abbiamo trascorso serate a guardare le stelle e a protestare contro il potere degli ignoranti per colpa; abbiamo estromesso ogni ipocrisia e pianto lacrime di gioia e riso di dolore, ubriachi in una nuvola di fumo e tristezza.

Erano tempi in cui la notte non scendeva mai invano; erano tempi nei quali la certezza aveva ceduto il posto alla necessità di una boccata d'aria pulita, anche se precaria.

Per questo si scriveva e si leggeva, si rincorrevano falsi agnelli, per sgozzarli con le parole dei poeti, e si accoglievano lupi puri come colombe, attratti dal suono della musica di Chopin.
Tutto senza fare rumore, senza pensare che il futuro era un ingenuo pensiero di due bambini ancora intenti a saltare con la corda.
Siamo andati veloci, perché sapevamo che il tempo era poco, che la luce si stava per spegnere e che il sipario si sarebbe chiuso su una scena vuota. Abbiamo visto, esausti, "Aspettando Godot" e abbiamo compreso che era lei, la signora dell'oblio, quella che Estragone e Vladimiro stavano aspettando.
Prendemmo coscienza che le nostre lauree in Filosofia non erano sufficienti a colmare la vastità della nostra ignoranza e che c'era "La terra desolata" di Eliot da attraversare senza paura:


Il fiume non trascina bottiglie vuote, carte da sandwich,
fazzoletti di seta, scatole di cartone, cicche di sigarette
o altre tracce di notti estive. Le ninfe sono partite.

Sì, Daniela era una ninfa, è partita e ha lasciato tutto senza nessun rimpianto o certezza. Questo dialogo me lo regalò dicendomi di farlo leggere i miei alunni; lei era filosofa...

Il lungo è l'ombra del corto e la cameriera è la distrazione che porta alla follia e alla frustrazione; l'arena è un luogo dove le belve ti consumano e si nutrono del tuo respiro; le macchine sono i mostri voraci che annientano il nostro tempo rendendoci schiavi e prigionieri del perbenismo e del dolore.
Questo dialogo è un frammento di anima, la sua, che lascia qui per noi. Se ne va un tantino incompleta, come la madre che un poco muore generando un figlio. Daniela è certamente lontana adesso, perché sapeva che non si guarda indietro quando si parte e nessuno deve essere preso per mano e accompagnato, perché è inutile per i pusillanimi, giacché non ci arriveranno lo stesso; è inutile per i coraggiosi, poiché  essi cercheranno sempre e comunque una strada personale, la loro...




L'INUTILE DIALOGO SUI MASSIMI SISTEMI

DANIELA PELLICANÒ

Interno di un bar, pochi tavoli, musica classica in sottofondo. Profumo di caffè. Una o due copie di giornale su ogni tavolino, quadri alle pareti. Luci soffuse e calde. Si potrebbe definire un luogo confortevole, che concilia discorsi esistenziali o sui massimi sistemi. Due amici (?), o meglio due che si conoscono perché si incontrano sempre lì, soliti frequentatori, scambiano opinioni. Lo scambio è iniziato da due mesi, siamo all'epilogo.

Il Lungo: "Cominciò a leggere l'ennesimo libro"..., che ne dici, potrei cominciare così il nuovo racconto?

Il Corto: Mmm... non so, mi sembra banale...

Il lungo: Banale! Te lo dico io cosa è banale. È banale la tua faccia con tutto il suo contenuto! Ma non puoi stare lì a guardarmi senza mai... insomma, dici almeno qualcosa di interessante!

Il corto: E però basta! Non si può continuare così! Te la prendi sempre, allora non mi chiedere! Perché...

La cameriera, brusca: cosa vi porto?

Il corto: Due caffè, grazie, macchiati caldi, va bene?
Il lungo: Ma sì, cosa vuoi che mi importi? Ma una volta come facevano secondo te? È che oggi tra i libri e la tv... tutte esistenze..., non so, ho l'impressione che tutto sia stato visto, letto, detto... ma... cosa c'è di nuovo? insomma, noi, come viviamo? Perché alla fine, capisci, si fa un gran parlare di realtà virtuale, e la televisione, e il cinema, internet, le chat... Ma fermiamoci un attimo. La maggioranza di noi vive sulla soglia della povertà, ci accontentiamo, giorno dopo giorno. L'amore, il lavoro, l'amicizia... tutto è precario, siamo flessibili, ecco, flessibili, in tutto! Però ci accontentiamo! Te lo ricordi il film di Wenders? Il cielo sopra Berlino, te lo ricordi?

La cameriera, sbrigativa: Ecco i caffè!

Il lungo: Grazie. Ti ricordi? All'inizio del film, l'angelo che scende tra gli uomini, legge i loro pensieri. Te lo ricordi? A un certo punto dice... "La consolazione è il sole che illumina gli occhi degli uomini". Sì, dice così, dopo aver sentito migliaia di pensieri, tutti uguali: forse domani..., però se io...., dopo magari... può darsi che... e così via. E siamo ridotti cosi.

Il corto: Ridotti come? Siamo nel XXI secolo, punto.

Il lungo: Cioè vuoi dire che tutto è normale? È cosi che dev'essere? Siamo arrivati nel XXI secolo per...

Si sente un clacson suonare con insistenza, la cameriera si avvicina: è vostra la macchina...

Il lungo, alzandosi di scatto: ma le sembriamo tipi da macchina noi? No, dico, ci guardi bene! (al corto) Alzati! Fatti guardare, mi dica (allarga le braccia quasi volesse farsi studiare nei minimi particolari, fa un giro su se stesso)

La cameriera: Ma è impazzito? Ho solo chiesto se...

Il lungo: E insiste!

Il corto: Lasci stare signorina, è un po' nervoso, sa... è uno scrittore (fa spallucce per giustificarsi)

La cameriera: E chi se ne frega!? È un nevrotico, altroché! (si allontana borbottando)

Il Corto: Certo che hai proprio esagerato!

Il Il lungo: No, guarda, chiedetemi qualunque cosa ma non mi parlate di macchine!

Il corto, con sorriso divertito e stupito: E perché?

Il lungo: vogliamo parlarne? E parliamone! (si accomoda meglio sulla sedia come se il discorso si facesse serio e molto lungo, segue circa mezzo minuto di silenzio, come se aspettasse il momento favorevole per iniziare, e poi all'improvviso e con tono esageratamente alto)
IL REALE È QUELLO CHE VEDIAMO E L'IRREALE È QUELLO CHE VIVIAMO.

Il corto scoppia a ridere: Scusami ma... (sempre ridendo) casomai è il contrario, quello che vedo ora sei tu e... altro che reale, mi sembri un fumetto! Ma dai! (gli dà una pacca sulla spalla)

Il lungo: Ma allora non vuoi capire! Ti dice niente Platone? il mondo delle idee? Ok, ora ti spiego. Lui diceva che quello era il mondo reale e...

La cameriera si avvicina al tavolo, ha un sorriso beffardo: vi porto qualcos'altro?

Il lungo: ma questa lo fa apposta! E la smetta di interromperci... che diamine!

Il corto: stai proprio male, lo scusi, tanto ormai... mi porta un altro caffè per favore?

La cameriera sorride soddisfatta

Il lungo è allibito: Che significa tanto ormai...

Il corto: Niente è che non so più come tenerti, ma non ti rendi conto che sei isterico? Salti per ogni cosa, e dai!!! Allora che diceva 'sto Platone?

Il lungo: Dunque per Platone esisteva il mondo delle idee da una parte e il mondo sensibile dall'altra. L'idea non è una copia della cosa ma la vera realtà. Le cose sensibili, al contrario, quelle che noi consideriamo reali, sono le copie imperfette delle idee. È chiaro?

Il corto: Insomma... chiaro... più o meno. È che a voi intellettuali piace complicare... e poi siete noiosi! Guarda mi fai venire in mente il dibattito alla fine del film, eh, i circoli del cinema? Che incubo! tutto tempo sprecato! Comunque dai, continua, però non metterci troppo, ho da fare una cosa importante e...

Il lungo: Sì, sì, ti spiego. Ti faccio un esempio: quando dico "il cane è il migliore amico dell'uomo", il cane è l'idea, è la realtà universale, niente a che vedere con tutti i cani particolari che esistono nel mondo sensibile, razze diverse, nomi diversi... hai capito? Il cane non un cane. È chiaro? Quindi la realtà è nel mondo delle idee!

Il corto: Sì, ma dove vuoi arrivare?

Il lungo: Agli spot...

Il corto: Che?!?

Il lungo: Il nostro mondo delle idee è la pubblicità. È lì che vediamo i nostri modelli ideali, di famiglia, di città, di vita! Quello che viviamo invece è solo una pallida, brutta e squallida copia di uno spot. Ecco! Hai capito?

Il corto: No guarda, questo è troppo! E io che sto qua a sentirti!!! Adesso basta (sbuffa) e no! con questo sei davvero finito, non...

Il lungo: anche le parole! Pensa al linguaggio degli sms e...

Il corto: Cameriera! (alza il tono della voce e il braccio contemporaneamente e poi si guarda intorno sorridendo)

Il lungo: E i personaggi? (alza il tono anche lui, capisce che l'attenzione sta scemando) Queste famigliole a modo, questo amore che sprizza da tutti i pori... poi apri i giornali e scopri l'orrore! tutti ammazzano tutti, genitori, figli, suoceri, zii, passanti...

Il corto (con tono comprensivo ma al tempo stesso deciso): Sdesso basta. Hai bisogno di riposo. Cameriera!

La cameriera confabula con un altro cliente, sorridono

Il lungo: Vedi? Lo sai perché reagisci così? Perché quello che manca a te e a tutti ormai, è il senso critico, capisci? La gente è assuefatta a tutto, non riesce più a distinguere gli opposti e quindi...

Si avvicina la cameriera e il corto le fa un cenno di intesa, lei sorride soddisfatta e allontanandosi tira fuori il taccuino delle ordinazioni. Nell'ultima pagina c'è una lista di nomi, tutti depennati tranne uno. Si avvicina al bancone e con la matita accanto al nome fa un asterisco.

Il corto: Sai che ti dico? Con queste parole hai firmato la tua condanna! Finalmente! Adesso sì che siete tutti sconfitti, gli in-te-lle-ttu-a-li... non hai capito niente! Fino ad oggi non c'è stato altro che travaglio, utopie, ideologie, ideali! e quindi problemi, insoddisfazioni, ingiustizie... e basta! Sono passati i secoli e 'sto macigno non faceva che ingrandirsi a dismisura e... guarda il XXI secolo come ti risolve tutto? (allarga le braccia sorridendo soddisfatto) Svuotando le teste. È chiaro: testa vuota uguale vita facile!

La cameriera: Offre la casa (distribuisce da bere ai vari tavoli quasi danzando).

Il corto: (gettando uno sguardo di disapprovazione sulla ragazza, riprende con tono autoritario) Il metodo è semplice e infallibile: per raggiungere lo scopo occorre ignoranza diffusa, ge-ne-ra-li-zza-ta, quindi si parte dalla scuola, te la svuoto di contenuti e di senso, risultato? Una bella massa di ignoranti che siccome non sa, non soffre, non persegue, non anela..., si continua con l'intrattenimento: una massa senza idee si accontenta e allora via una valanga di superfluo, l'inutile trionfa, si trasforma in necessario, le case diventano grandi magazzini, piene di oggetti ipertecnologici e inutili, non si scrive, non si parla, non si cucina, non si pulisce, (alzando il tono come se concludesse il discorso scandisce) NON SI PENSA! la massa deve solo ammazzare il tempo, così... e allora via, senza perdere tempo, bombardati con tutti i mezzi a qualunque ora. È una valanga, non la freni più, tutti sempre più giovani, tutti sempre più belli, tutti a parlare sempre meno, i concetti devono essere brevi, perché non c'è bisogno di capire, ricordi? Teste vuote. Bene, a fanculo i tuoi libri, le tue idee, i tuoi sogni! sei ancora qua? Ma non ti vergogni? L'ultimo della specie, che schifo! i tuoi simili si sono già suicidati, ti puoi accomodare... sei stato il più tosto ma come vedi....

Si appoggia allo schienale della sedia e aprendo le braccia lo invita a guardarsi intorno.

Cambia completamente l'atmosfera, il lungo si alza lentamente dalla sedia, è spaurito: tutti gli sguardi sono su di lui, sono disgustati, come se fosse un appestato.
Si interrompe la musica, una voce tetra ammonisce "è l'ultimo! Li abbiamo stanati tutti. Con questo ci abbiamo messo più del previsto, ma... adesso.... comincia lo spettacolo!!!!” La cameriera dà l'avvio agli applausi entusiasti, si allestisce l'arena, entra il boia. Mancano le telecamere, non è uno spot.