GARIBALDI EROE DELLA GENERAZIONE SILENZIOSA
CONVEGNO del 29 agosto 2026 presso il MAUSOLEO GARIBALDINO
COMUNE DI SANT'EUFEMIA D'ASPROMONTE
Qual è la generazione silenziosa? Sono coloro i quali sono nati tra il 1928 e il 1945. Silenziosi perché la maggior parte di essi non usa le moderne strumentazioni per la comunicazione e predilige ancora radio e televisione, ma soprattutto la comunicazione verbale Vis-à-vis.
Questa generazione è cresciuta col mito di
Garibaldi, considerato l’eroe dell’epopea nazionale, colui che era riuscito, con caparbietà e coraggio, a rendere la penisola italiana un Paese con una
visione unitaria e a fornire ai suoi abitanti un senso di appartenenza.
I nostri padri, che sono nati in quei
decenni, erano convinti che il lavoro e la pazienza erano le strade maestre per
realizzare un sogno e lo avevano imparato a scuola, anche ascoltando “gli
aneddoti garibaldini”, come quelli raccolti da Olga Ginesi in un libro
inserito in una biblioteca per l’infanzia, risalente al 1932.
Avere un eroe come punto di riferimento nella propria vita è un buon punto di partenza per un giovane che voglia dare il suo contributo alla crescita del suo Paese.
Prima che il fascismo se ne impossessasse, Garibaldi non era semplicemente un eroe nazionale, bensì globale. Egli lottava, infatti, contro l’ingiustizia e non solo in Italia, dove i Borboni avevano, per negligenza, soprattutto nell’epoca di Francesco II, affamato il popolo del Sud, ma anche in America e ovunque ce ne fosse bisogno.
La generazione silenziosa lo ha scelto come simbolo di lotta perché il rosso di quelle bandiere si andava a scontrare col bianco candide delle bandiere monarchiche, che tutto erano fuorché “immacolato” .
Uno dei maggiori studiosi di Garibaldi in
Italia è stato uno scrittore che la mia generazione ha incontrato alle scuole medie o elementari, nella veste di narratore di libri per ragazzi, e che cito
da sempre come esempio di studioso che durante la propria esistenza ha lottato,
con la tenacia di un garibaldino, per mantenere viva la cultura e la storia del nostro Paese, rivalutando figure come quelle di Giuseppe Garibaldi, al quale ha dedicato decenni di studi negli archivi, affinché la memoria di quel periodo glorioso non si smarrisse e con essa anche i valori di fratellanza,
di unità, di coraggio e di umanità. Questo scrittore è
Mino Milani, morto da qualche anno, nato nel 1928 a Pavia.
Proprio perché nato a Pavia, Mino Milani ha potuto leggere la storia del Sud con un certo sano distacco, giacché, spesso, i libri degli storici meridionali hanno messo in atto nel passato tentativi di far passare per gesta eroiche, azioni interessate o addirittura di creare ad hoc vicende mai accadute.
Occorre partire dal dato di fatto che il Sud, nell'epoca in questione, era un luogo impervio, malsano, popolato da gente gretta e meschina, governata da gente gretta e meschina, e in questa massa informe di povertà e miseria vi era una minoranza di uomini che lottava, a rischio della propri vita, per sostenere chi, come Garibaldi, suo malgrado, voleva annettere questi territori senza futuro a un parte di paese che culturalmente era più avanzata. Per fare di Esperia un paese moderno con nome Italia.
Il generale
Giuseppe Garibaldi, quindi, aveva differenti intenti, rispetto a ex generali odierni che scendono al Sud con propositi meschini, diffondendo idee arcaiche, retrograde.
Mino Milani ha letto il Risorgimento con
gli occhi dello scrittore, ma anche con la perizia dello storico e ha scritto
uno dei libri più belli sulla figura di Garibaldi, con la prefazione di uno tra
i politici più colti che questo paese ha avuto, ossia Giovanni Spadolini, il quale sottolinea
"Ci sono stati uomini politici più saggi e generali più grandi di Garibaldi; ma nessuno è stato più degno d'amore, o più amato".
Giuseppe Garibaldi era degno di amore e rispetto, lo era e lo è, per il semplice fatto che era mosso non da ideali economici, ma da principi etici, rivolti alla soppressione delle diseguaglianze sociali. Era antimonarchico ed era un liberale. La cosa peggiore che avviene oggi, e che la lettura dei libri di Milani può contribuire a scardinare, anche se è molto difficile, è credere che Garibaldi abbia contribuito in alcun modo a scrivere le leggi che i Savoia hanno utilizzato per governare la parte d’Italia, il Sud, che il generale ha offerto loro su un piatto d’argento.
Il Sud era in condizioni disastrose da un punto di vista culturale e sociale; i Borboni, come tutti i monarchi europei, invece, erano ricchi. Garibaldi ha dato ai Savoia una opportunità, ossia un territorio vergine, da sviluppare, per far sì che la penisola italiana potesse emergere in Europa, finalmente, come grande potenza economica. La viltà dei Savoia, non ha colto l’occasione, perché l’assoggettamento di Vittorio Emanuele II e di Rattazzi (ricordiamo che Cavour era morto nel giugno 1861) alla Francia di Napoleone III ha impedito di gettare lo sguardo nel futuro e di sfruttare le potenzialità di questo nostro territorio, il quale è stato abbandonato e martoriato, violentato e annientato, sia paesaggisticamente sia culturalmente sia socialmente. Non interessa sviluppare la cultura a chi governa in malafede, piuttosto mantenere il popolo in una situazione di minorità.
Mino Milani ha scritto di Garibaldi, ne ha scritto usando i documenti, ne ha fatto emergere il valore umano, senza retorica, perché ne ha evidenziato gli umani difetti, gli stessi che possediamo tutti.
Si diceva, Garibaldi non ha scritto le leggi che
hanno messo in ginocchio il Sud dopo il 17 marzo 1861. Garibaldi ha sfondato i confini
di un territorio che stava per soffocare; ha generato una
possibilità Se i Savoia, montanari per come erano, non hanno colto questa opportunità, non è certo
colpa di Garibaldi.
Le vicende storiche avvenute in questo
luogo (Cippo Garibaldi Località Zappinelli in Sant'Eufemia d'Aspromonte) 1l 29 agosto del 1862 pongono in risalto la volontà di
un uomo di evitare la guerra civile, di un uomo che non ha dovuto solo
evitare lo scontro con l’esercito italiano (Garibaldi odia la guerra civile, sa che
cosa significa avendo combattuto in Sudamerica), ma ha anche dovuto spronare un
popolo addormentato: in Sicilia Garibaldi è stato accolto sì con applausi e acclamazioni,
vero, ma in pochi lo seguirono nella risalità verso Nord per conquistare Roma. Se il popolo lo avesse seguito, il
pusillanime Rattazzi non gli avrebbe mandato l’esercito sull’Aspromonte.
L’esercito con Pallavicini in testa e
Cialdini alla regia fu inviato da Rattazzi quando questi si rese conto che Garibaldi non
era seguito dal popolo. Rattazzi fu attendista e aspettò di
vedere l’evolversi della situazione, anch’egli voleva Roma capitale, ma non era
disposto a dispiacere ai Francesi.
Garibaldi fermò i due eserciti ponendosi fisicamente sulla linea di fuoco, venne ferito e lasciato senza cure e rischiò di morire; venne arrestato ignobilmente e
condotto in carcere. L’amnistia fu concessa dal re perché i cittadini europei,
quando seppero che un eroe come Garibaldi era stato trattato così, insorsero. Il
primo fu Napoleone III a intimare al re Vittorio Emanuele II di concedere l’amnistia a Garibaldi, non certo per un gesto di umanità, ma perché temeva le sommesse popolari che in Francia, e in altri paesi europei ci sarebbero
sicuramente state in favore del generale; ovunque ma non in Italia.
Garibaldi eroe? Sì, lo è stato non fosse
altro perché era nemico di chi governava male. Per concludere questo
intervento, vorrei ricordare non solo i morti delle scaramucce che hanno preceduto il ferimento di Garibaldi, ma
anche quel manipolo di soldati regolari, ex garibaldini, che lasciarono il loro posto e si
schierarono con il loro Generale, i quali vennero fucilati sul posto, per
alto tradimento per ordine di Pallavicini, il quale, tuttavia, al di là di
quello che si dice e al contrario di Cialdini che lo odiava, ammirava Garibaldi
e lo salutò con tutti gli onori, anche se fu costretto a scrivere un falso
rapporto, dicendo che il manipolo di Garibaldini era stato circondato, mentre in
realtà la sua manovra militare riuscì perché il generale Giuseppe Garibaldi
mise il suo corpo tra i due eserciti.
Un'ultima cosa a conferma della codardia
del popolo meridionale, molti tra coloro che avevano seguito Garibaldi da
Melito Porto Salvo fino in Aspromonte, quando videro l'evolversi della situazione, fuggirono
nei boschi e se ne tornarono a casa, lasciando questo territorio nelle mani dei
Savoia, che da lì in avanti lo avrebbero completamente devastato. E questa
devastazione non fu causata da Garibaldi. Chi dice il contrario potrebbe anche
affermare che Enrico fermi ha sganciato le bombe su Hiroshima e Nagasaki il 6 e
il 9 agosto del 1945 solo perché ha generato energia dall’atomo.



