venerdì 6 marzo 2020

Classi 3F e 3G LEZIONE DI STORIA


LA PESTE DEL 300




Cari Alunni di 3F e 3G cliccate SUL TITOLO  in alto "LA PESTE DEL 300"  leggete il documento e poi scrivete un commento di 1500 caratteri.Inserite anche la vostra opinione e gli essenziali riferimenti storici e politici in cui il fenomeno si verifica.

giovedì 5 marzo 2020

Classe 3F LEZIONE DI FILOSOFIA

IL SIMPOSIO DI PLATONE




Cari studenti di 3F, dopo avere letto il brano seguente, tratto dal Simposio
lasciate un commento di 1500 battute, tenendo conto anche delle parti che abbiamo letto in classe durante il laboratorio di filoaofia.

Durante il simposio, prende la parola anche il commediografo Aristofane e dà la sua opinione sull'amore narrando un mito. Un tempo - egli dice - gli uomini erano esseri perfetti, non mancavano di nulla e non v'era la distinzione tra uomini e donne. Ma Zeus, invidioso di tale perfezione, li spaccò in due: da allora ognuno di noi è in perenne ricerca della propria metà, trovando la quale torna all'antica perfezione.
mi sembra che gli uomini non si rendano assolutamente conto della potenza dell'Eros. Se se ne rendessero conto, certamente avrebbero elevato templi e altari a questo dio, e dei più magnifici, e gli offrirebbero i più splendidi sacrifici. Non sarebbe affatto come è oggi, quando nessuno di questi omaggi gli viene reso. E invece niente sarebbe più importante, perché è il dio più amico degli uomini: viene in loro soccorso, porta rimedio ai mali la cui guarigione è forse per gli uomini la più grande felicità. Dunque cercherò di mostrarvi la sua potenza, e voi fate altrettanto con gli altri. Ma innanzitutto bisogna che conosciate la natura della specie umana e quali prove essa ha dovuto attraversare. Nei tempi andati, infatti, la nostra natura non era quella che è oggi, ma molto differente. Allora c'erano tra gli uomini tre generi, e non due come adesso, il maschio e la femmina. Ne esisteva un terzo, che aveva entrambi i caratteri degli altri. Il nome si è conservato sino a noi, ma il genere, quello è scomparso. Era l'ermafrodito, un essere che per la forma e il nome aveva caratteristiche sia del maschio che della femmina. Oggi non ci sono più persone di questo genere. Quanto al nome, ha tra noi un significato poco onorevole. Questi ermafroditi erano molto compatti a vedersi, e il dorso e i fianchi formavano un insieme molto arrotondato. Avevano quattro mani, quattro gambe, due volti su un collo perfettamente rotondo, ai due lati dell'unica testa. Avevano quattro orecchie, due organi per la generazione, e il resto come potete immaginare. Si muovevano camminando in posizione eretta, come noi, nel senso che volevano. E quando si mettevano a correre, facevano un po' come gli acrobati che gettano in aria le gambe e fan le capriole: avendo otto arti su cui far leva, avanzavano rapidamente facendo la ruota. La ragione per cui c'erano tre generi è questa, che il maschio aveva la sua origine dal Sole, la femmina dalla Terra e il genere che aveva i caratteri d'entrambi dalla Luna, visto che la Luna ha i caratteri sia del Sole che della Terra. La loro forma e il loro modo di muoversi era circolare, proprio perché somigliavano ai loro genitori. Per questo finivano con l'essere terribilmente forti e vigorosi e il loro orgoglio era immenso. Così attaccarono gli dèi e quel che narra Omero di Efialte e di Oto, riguarda gli uomini di quei tempi: tentarono di dar la scalata al cielo, per combattere gli dèi. Allora Zeus e gli altri dèi si domandarono quale partito prendere. Erano infatti in grave imbarazzo: non potevano certo ucciderli tutti e distruggerne la specie con i fulmini come avevano fatto con i Giganti, perché questo avrebbe significato perdere completamente gli onori e le offerte che venivano loro dagli uomini; ma neppure potevano tollerare oltre la loro arroganza. Dopo aver laboriosamente riflettuto, Zeus ebbe un'idea. "lo credo - disse - che abbiamo un mezzo per far sì che la specie umana sopravviva e allo stesso tempo che rinunci alla propria arroganza: dobbiamo renderli più deboli. Adesso - disse - io taglierò ciascuno di essi in due, così ciascuna delle due parti sarà più debole. Ne avremo anche un altro vantaggio, che il loro numero sarà più grande. Essi si muoveranno dritti su due gambe, ma se si mostreranno ancora arroganti e non vorranno stare tranquilli, ebbene io li taglierò ancora in due, in modo che andranno su una gamba sola, come nel gioco degli otri." Detto questo, si mise a tagliare gli uomini in due, come si tagliano le sorbe per conservarle, o come si taglia un uovo con un filo. Quando ne aveva tagliato uno, chiedeva ad Apollo di voltargli il viso e la metà del collo dalla parte del taglio, in modo che gli uomini, avendo sempre sotto gli occhi la ferita che avevano dovuto subire, fossero più tranquilli, e gli chiedeva anche di guarire il resto. Apollo voltava allora il viso e, raccogliendo d'ogni parte la pelle verso quello che oggi chiamiamo ventre, come si fa con i cordoni delle borse, faceva un nodo al centro del ventre non lasciando che un'apertura - quella che adesso chiamiamo ombelico. Quanto alle pieghe che si formavano, il dio modellava con esattezza il petto con uno strumento simile a quello che usano i sellai per spianare le grinze del cuoio. Lasciava però qualche piega, soprattutto nella regione del ventre e dell'ombelico, come ricordo della punizione subìta. Quando dunque gli uomini primitivi furono così tagliati in due, ciascuna delle due parti desiderava ricongiungersi all'altra. Si abbracciavano, si stringevano l'un l'altra, desiderando null'altro che di formare un solo essere. E così morivano di fame e d'inazione, perché ciascuna parte non voleva far nulla senza l'altra. E quando una delle due metà moriva, e l'altra sopravviveva, quest'ultima ne cercava un'altra e le si stringeva addosso - sia che incontrasse l'altra metà di genere femminile, cioè quella che noi oggi chiamiamo una donna, sia che ne incontrasse una di genere maschile. E così la specie si stava estinguendo. Ma Zeus, mosso da pietà, ricorse a un nuovo espediente. Spostò sul davanti gli organi della generazione. Fino ad allora infatti gli uomini li avevano sulla parte esterna, e generavano e si riproducevano non unendosi tra loro, ma con la terra, come le cicale. Zeus trasportò dunque questi organi nel posto in cui noi li vediamo, sul davanti, e fece in modo che gli uomini potessero generare accoppiandosi tra loro, l'uomo con la donna. Il suo scopo era il seguente: nel formare la coppia, se un uomo avesse incontrato una donna, essi avrebbero avuto un bambino e la specie si sarebbe così riprodotta; ma se un maschio avesse incontrato un maschio, essi avrebbero raggiunto presto la sazietà nel loro rapporto, si sarebbero calmati e sarebbero tornati alle loro occupazioni, provvedendo così ai bisogni della loro esistenza. E così evidentemente sin da quei tempi lontani in noi uomini è innato il desiderio d'amore gli uni per gli altri, per riformare l'unità della nostra antica natura, facendo di due esseri uno solo: così potrà guarire la natura dell'uomo. Dunque ciascuno di noi è una frazione dell'essere umano completo originario. Per ciascuna persona ne esiste dunque un'altra che le è complementare, perché quell'unico essere è stato tagliato in due, come le sogliole. E' per questo che ciascuno è alla ricerca continua della sua parte complementare. Stando così le cose, tutti quei maschi che derivano da quel composto dei sessi che abbiamo chiamato ermafrodito si innamorano delle donne, e tra loro ci sono la maggior parte degl adulteri; nello stesso modo, le donne che si innamorano dei maschi e le adultere provengono da questa specie; ma le donne che derivano dall'essere completo di sesso femminile, ebbene queste non si interessano affatto dei maschi: la loro inclinazione le porta piuttosto verso le altre donne ed è da questa specie che derivano le lesbiche. I maschi, infine, che provengono da un uomo di sesso soltanto maschile cercano i maschi. Sin da giovani, poiché sono una frazione del maschio primitivo, si innamorano degli uomini e prendono piacere a stare con loro, tra le loro braccia. Si tratta dei migliori tra i bambini e i ragazzi, perché per natura sono più virili. Alcuni dicono, certo, che sono degli spudorati, ma è falso. Non si tratta infatti per niente di mancanza di pudore: no, è i loro ardore, la loro virilità, il loro valore che li spinge a cercare i loro simili. Ed eccone una prova: una volta cresciuti, i ragazzi di questo tipo sono i soli a mostrarsi veri uomini e a occuparsi di politica. Da adulti, amano i ragazzi: il matrimonio e la paternità non li interessano affatto - è la loro natura; solo che le consuetudini li costringono a sposarsi ma, quanto a loro, sarebbero bel lieti di passare la loro vita fianco a fianco, da celibi. In una parola, l'uomo cosiffatto desidera ragazzi e li ama teneramente, perché è attratto sempre dalla specie di cui è parte. Queste persone - ma lo stesso, per la verità, possiamo dire di chiunque - quando incontrano l'altra metà di se stesse da cui sono state separate, allora sono prese da una straodinaria emozione, colpite dal sentimento di amicizia che provano, dall'affinità con l'altra persona, se ne innamoranc e non sanno più vivere senza di lei - per così dire - nemmeno un istante. E queste persone che passano la loro vita gli uni accanto agli altri non saprebbero nemmeno dirti cosa s'aspettano l'uno dall'altro. Non è possibile pensare che si tratti solo delle gioie dell'amore: non possiamo immaginare che l'attrazione sessuale sia la sola ragione della loro felicità e la sola forza che li spinge a vivere fianco a fianco. C'è qualcos'altro: evidentemente la loro anima cerca nell'altro qualcosa che non sa esprimere, ma che intuisce con immediatezza. Se, mentre sono insieme, Efesto si presentasse davanti a loro con i suoi strumenti di lavoro e chiedesse: "Che cosa volete l'uno dalI'altro?", e se, vedendoli in imbarazzo, domandasse ancora: "Il vostro desiderio non è forse di essere una sola persona, tanto quanto è possibile, in modo da non essere costretti a separarvi né di giorno né di notte? Se questo è il vostro desiderio, io posso ben unirvi e fondervi in un solo essere, in modo che da due non siate che uno solo e viviate entrambi come una persona sola. Anche dopo la vostra morte, laggiù nell'Ade, voi non sarete più due, ma uno, e la morte sarà comune. Ecco: è questo che desiderate? è questo che può rendervi felici?" A queste parole nessuno di loro - noi lo sappiamo - dirà di no e nessuno mostrerà di volere qualcos'altro. Ciascuno pensa semplicemente che il dio ha espresso ciò che da lungo tempo senza dubbio desiderava: riunirsi e fondersi con l'altra anima. Non più due, ma un'anima sola. La ragione è questa, che la nostra natura originaria è come l`ho descritta. Noi formiamo un tutto: il desiderio di questo tutto e la sua ricerca ha il nome di amore. Allora, come ho detto, eravamo una persona sola; ma adesso, per la nostra colpa, il dio ci ha separati in due persone, come gli Arcadi lo sono stati dagli Spartani. Dobbiamo dunque temere, se non rispettiamo i nostri doveri verso gli dèi, di essere ancora una volta dimezzati, e costretti poi a camminare come i personaggi che si vedono raffigurati nei bassorilievi delle steli, tagliati in due lungo la linea del naso, ridotti come dadi a metà. Ecco perché dobbiamo sempre esortare gli uomini al rispetto degli dèi: non solo per fuggire quest'ultimo male, ma anche per ottenere le gioie dell'amore che ci promette Eros, nostra guida e nostro capo. A lui nessuno resista - perché chi resiste all'amore è inviso agli dèi. Se diverremo amici di questo dio, se saremo in pace con lui, allora riusciremo a incontrare e a scoprire l'anima nostra metà, cosa che adesso capita a ben pochi. E che Erissimaco non insinui, giocando sulle mie parole, che intendo riferirmi a Pausania e Agatone: loro due ci sono riusciti, probabilmente, ed entrambi sono di natura virile. Io però parlo in generale degli uomini e delle donne, dichiaro che la nostra specie può essere felice se segue Eros sino al suo fine, così che ciascuno incontri l'anima sua metà, recuperando l'integrale natura di un tempo. Se questo stato è il più perfetto, allora per forza nella situazione in cui ci troviamo oggi la cosa migliore è tentare di avvicinarci il più possibile alla perfezione: incontrare l'anima a noi più affine, e innamorarcene. Se dunque vogliamo elogiare con un inno il dio che ci può far felici, è ad Eros che dobbiamo elevare il nostro canto: ad Eros, che nella nostra infelicità attuale ci viene in aiuto facendoci innamorare della persona che ci è più affine; ad Eros, che per l'avvenire può aprirci alle più grandi speranze. Sarà lui che, se seguiremo gli dèi, ci riporterà alla nostra natura d'un tempo: egli promette di guarire la nostra ferita, di darci gioia e felicità.
(Platone, Simposio)

Classe 4F LEZIONE DI STORIA

LA DICHIARAZIONE DI INDIPENDENZA AMERICANA




Cari Studenti di 4F, dopo aver cliccato sul titolo sopra l'immagine "LA DICHIARAZIONE DI INDIPENDENZA AMERICANA" aprite il link e leggete il documento che apparirà. Dopo scriverete un commento di 1500 caratteri. Inoltre creerete una mappa concettuale che spieghi il documento e me la invierete per posta elettronica in formato pdf.

Classe 4F LEZIONE DI FILOSOFIA






HUME E BERKELEY E LA PERCEZIONE






Cari alunni di 4F, dopo avere letto i brani seguenti, soffermatevi sul concetto di percezione, nella prospettiva dei filosofi Hume e Berkeley e lasciate un commento di 1500 battute, in cui sottolineate le differenze e le congruenze tra le due prospettive filosofiche.


PRIMO BRANO

Le percezioni dello spirito umano si dividono in impressioni e idee. Queste, a loro volta, si dividono in semplici e complesse.

D. Hume, Trattato sulla natura umana, Libro primo, Parte prima, Sez. prima

Tutte le percezioni dello spirito umano possono dividersi in due classi, che io chiamerò impressioni e idee. La differenza fra esse consiste nel grado di forza e vivacità con cui colpiscono il nostro spirito ed entrano nel pensiero e nella coscienza. Le percezioni che penetrano con maggior forza e violenza le chiamiamo impressioni: e sotto questa denominazione io intendo tutte le sensazioni, passioni ed emozioni, quando fanno la loro prima comparsa nella nostra anima. Per idee intendo invece le immagini illanguidite di queste sensazioni, sia nel pensare che nel ragionare: ad esempio, le percezioni suscitate dal presente discorso, ad eccezione di quelle dipendenti dalla vista o dal tatto e il piacere o dolore immediato che esso può causare. Io non credo che occorrano molte parole per spiegare questa distinzione. Ognuno vede subito da sé la differenza tra il sentire e il pensare. In genere è facile distinguere la loro diversità di grado, anche se in taluni casi si trovano molto vicini l'uno all'altro. Cosí nel sonno, nella febbre, nella pazzia o in una violenta emozione dell'anima, le idee possono avvicinarsi alle impressioni; e, d'altra parte, succede talora che queste siano cosí deboli e tenui da non riuscire a distinguerle dalle idee. Ma questa stretta somiglianza in alcuni casi non toglie che esse siano generalmente tanto diverse che nessuno può esitare di classificarle separatamente e assegnare a ciascuna un nome speciale per rilevarne la differenza.


SECONDO BRANO

L’empirismo di Berkeley assume una forma cosí radicale da portarlo a negare l’esistenza autonoma degli oggetti del mondo esterno. Nonostante ciò, il soggetto che percepisce e la presenza delle idee nella sua mente sono garanzia della possibilità di conoscere la realtà, ma solo nella forma in cui essa è percepita dalla mente del soggetto: Esse est percipi (“Esistere è essere percepito”). L’essere ha perso ogni dimensione materiale: è ridotto a idea. Questo è l’immaterialismo di Berkeley.

G. Berkeley, Trattato sui princípi della conoscenza umana, Parte prima

Che né i nostri pensieri, né le passioni, né le idee formate dall’immaginazione, esistano fuori della mente, è quanto ognuno ammetterà. E sembra non meno evidente che le varie sensazioni o idee impresse sui sensi, comunque unite o combinate insieme (cioè, qualsiasi oggetto esse compongano) non possono esistere altrimenti che in una mente che le percepisce. Penso che una intuitiva conoscenza di ciò possa esser ottenuta da chiunque badi a quel che s’intende col termine esistere quando è applicato alle cose sensibili. La tavola sulla quale scrivo, io dico, esiste, cioè io la vedo e la tocco; e se io fossi fuori del mio studio, direi che essa esisteva, intendendo cosí che se io fossi nel mio studio potrei percepirla, o che qualche altro spirito presentemente la percepisce. C’era un odore, cioè, era sentito; c’era un suono, vale a dire, era udito; e un colore o una figura, ed erano percepiti con la vista e con il tatto. Ecco tutto quanto io posso intendere con queste e simili espressioni. Perché, quanto a ciò che si dice dell’esistenza assoluta di cose non pensanti, senz’alcuna relazione al loro essere percepite, codesto sembra perfettamente inintelligibile. Il loro esse [“essere”] è percipi [“essere percepite”], né è possibile che abbiano un’esistenza fuori delle menti o cose pensanti che le percepiscono.

È infatti un’opinione stranamente prevalente in mezzo agli uomini, che le case, le montagne, i fiumi, e in una parola tutti gli oggetti sensibili abbiano un’esistenza naturale o reale, distinta dal loro essere percepiti dall’intelletto. Ma, per grande che sia la sicurezza e l’acquiescenza con cui questo principio possa essere ricevuto nel mondo, tuttavia chiunque troverà nel suo cuore la forza di revocarlo in dubbio può, se non m’inganno, percepire che esso involge una contraddizione manifesta. Giacché, che cosa sono gli oggetti ora menzionati se non le cose che noi percepiamo con i sensi, e che cosa percepiamo noi oltre le nostre proprie idee o sensazioni? E non è chiaramente contraddittorio che una di queste o una combinazione di esse esista non percepita?

(Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, vol. XIII, pagg. 716-717)


Classe 5F LEZIONE DI FILOSOFIA

LA VISIONE DI DIO IN FEUERBACH





Cari alunni di 5F, dopo aver letto con attenzione i brani antologici riportati di seguito, scrivi un commento personale che tenga conto della differenza tra la visione di Dio di Feuerbach e quella di Hegel e di Kierkegard. Massimo 1500 battute.


Antologia


[...] Al di sopra della morale sta Dio, riguardato come un essere distinto dall’uomo a cui appartiene tutto il meglio, mentre all’uomo spettano soltanto i rimasugli. Tutti i sentimenti che dovrebbero essere rivolti alla vita e all’uomo, tutte le migliori energie, l’uomo le spreca per l’Essere che di nulla ha bisogno. La causa reale diviene un mezzo indifferente; la causa puramente immaginaria diviene la causa vera e reale. L’uomo ringrazia Dio per i benefizi che l’altro uomo gli apporta anche a prezzo di mille sacrifici. La gratitudine che egli esprime al suo benefattore non è che apparente, non è rivolta a lui, bensí a Dio. È riconoscente verso Dio, sconoscente invece verso l’uomo. Cosí il sentimento morale soccombe nella religione. Cosí l’uomo sacrifica l’uomo a Dio! I sacrifici umani cruenti non sono in realtà che una espressione brutale e sensibile della piú intima essenza della religione.
[...] Quando la morale viene fondata sulla teologia e il diritto su un’autorità divina, le cose piú immorali, piú ingiuste e piú vergognose possono avere il loro fondamento in Dio e venir giustificate.

L. Feuerbach, L’essenza del cristianesimo, Feltrinelli, Milano, 1971, pagg. 286-288




La religione è la scissione dell’uomo con se stesso: egli si pone di fronte Dio come un essere contrapposto. Dio non è ciò che è l’uomo, l’uomo non è ciò che è Dio. Dio è l’essere infinito, l’uomo è l’essere finito; Dio è perfetto, l’uomo è imperfetto; Dio è eterno, l’uomo temporale; Dio è onnipotente, l’uomo impotente; Dio è santo, l’uomo peccatore. Dio e l’uomo sono estremi: Dio è il polo positivo, la somma di tutte le realtà, l’uomo il polo negativo, la somma di tutte le nullità.

Ma l’uomo ha, nella religione, come oggetto, il suo essere ignoto. Si deve, quindi, dimostrare che questa antitesi, questa disarmonia tra Dio e l’uomo, onde trae origine la religione, è una disarmonia dell’uomo con il suo proprio essere. L’intima necessità di questa dimostrazione scaturisce già dal fatto che, se realmente l’essere divino, che è l’oggetto della religione, fosse qualcosa di diverso dall’essere dell’uomo, non potrebbe verificarsi una scissione, una disarmonia. Se realmente Dio è un altro essere, che cosa mi importa della sua perfezione? Scissione c’è solo tra esseri che sono in discordia l’uno con l’altro, ma devono essere un solo essere, possono esserlo e, di conseguenza, essenzialmente, veramente, sono un solo essere. Deve, quindi, già da questo principio generale, risultare che l’essere, dal quale l’uomo si sente scisso, è un essere a lui innato, ma contemporaneamente un essere di natura diversa, come l’essere o il potere che gli dà il sentimento, la coscienza della conciliazione, dell’unità con Dio o, ciò che fa tutt’uno, con se stesso.
Questo essere non è nient’altro che l’intelligenza, la ragione o l’intelletto. Dio, concepito come l’estremo opposto dell’uomo, non come un essere umano, cioè personalmente umano, è l’essere oggettivato dell’intelletto. L’essere divino, puro, perfetto, privo di difetti è l’autocoscienza dell’intelletto, la coscienza, dell’intelletto, della propria perfezione. L’intelletto non conosce le sofferenze del cuore: non ha desideri, passioni, bisogni e, proprio per questo, nessuna deficienza o debolezza, come il cuore.

Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, vol. XVIII, pag. 949


Classe 5F LEZIONE DI STORIA


LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA





Cari studenti di 5F, questo è il documento di storia che dovete leggere e commentare. (Cliccate sul titolo in alto "LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA" e vi rimanderà a una rivista online di storia). 
Dopo aver letto il documento, creerete una mappa concettuale, che illustri il contenuto dell'articolo, e me la invierete via mail in formato pdf e qui sottto lascerete un commento di almeno 20 righe, esprimendo il vostro punto di vista, sia sull'argomento trattato sia sulla prospettiva in cui l'articolo è scritto.

sabato 19 ottobre 2019

Il primo Fumetto italiano

“La guerra è bella anche se fa male”






Durante i primi anni del Novecento nasce in Italia un periodico destinato a diventare mitico: Il Corriere dei Piccoli, un giornale che ha fatto da apripista al fumetto italiano e che esordisce esattamente il 27 dicembre del 1908 come supplemento illustrato del Corriere della Sera. Esso vive per quasi novant'anni (l’ultimo numero porta la data del 30 gennaio 1996), cogliendo le trasformazioni del secolo e traducendole per il suo giovane e affezionatissimo pubblico.
Il Corriere dei Piccoli ha ospitato narratori e poeti di primo piano, come Gozzano, Buzzati e Milani, ma anche Anatole France e Kipling. Fra i suoi grandi meriti c’è quello di aver introdotto in Italia i Comics americani, già presenti dal primo numero (Buster Brown di Felton Outcault, Bibì e Bibò di Rudolph Dirks e Happy Hooligan, nella traduzione italiana noto come Fortunello, di Burr Opper, solo per citarne alcuni) e di aver ospitato i migliori disegnatori del nostro paese. Ha fatto esordire artisti come Antonio Rubino, padre di Quadratino, Rosaspina, Pino e Pina; Attilio Mussino, ideatore di Bilbolbul, Schizzo, Mario e Maria. Questi artisti, con l’introduzione degli ottonari in rima sotto le vignette, hanno inoltre inventato un “codice” per il fumetto italiano rimasto nell’esperienza culturale di almeno due generazioni di lettori.
Successivamente il giornale si arricchisce dell’attività di Sergio “Sto” Tofano, padre del mitico Signor Bonaventura; di Mario Pompei, creatore di Bice e Baci; di George Mc Manus, ideatore di Arcibaldo e Petronilla; di Sullivan & Messmer autori di Felix the Cat - Mio Mao; di Giovanni Manca, autore di Pier Lambicchi e l’Arcivernice; e di Bruno Angoletta padre di Marmittone.
I protagonisti di questi “comics” sono spessissimo bambini, intenti a ordire scherzi, magari anche crudeli, che però, in omaggio alla morale imperante, alla fine pagano sempre. Ad essi si affiancano personaggi “adulti”, strani, irregolari, che vivono in mondi poco rassicuranti.
Fra le righe di questo prodotto, apparentemente innocente, si cerca di far passare messaggi anarcoidi, dettati da una insofferenza per gli schemi e in aperto contrasto con l’imperante ideale “borghese”, tuttavia in pochi se ne avvedono, ma ne godono pienamente i piccoli italiani di allora, che accolgono con entusiasmo la pubblicazione, decretandone l’enorme successo.
L’Italia di fine Ottocento è quella che si diverte ancora nelle piazze guardando i cartelloni dei cantastorie, mentre questi narrano le vicende di guerre del Ciclo carolingio: dai duelli di Orlando per la bella Angelica, alle lotte all’ultimo sangue tra Arabi e Franchi. Questi “lenzuoli” oltre ad essere “sciorinati” dal cantastorie, sono arricchiti da didascalie, a volte in ottonari in rima, il metro dei grandi poemi di Ariosto.
Risale alla fine dell’Ottocento anche la diffusione del fumetto, che ben si inserisce nel quadro dell’adozione delle mode e dei modi della borghesia internazionale da parte dei ceti privilegiati italiani. Fa parte della “modernizzazione” in atto. Il fumetto in Italia trova il suo pubblico soprattutto nel mondo dei ragazzi, così come lo spettacolo dei cantastorie e dei contastorie aveva affascinato le generazioni precedenti. Immagini con didascalie al margine inferiore, disegni che raccontano guerre, duelli e sangue. Il Corriere dei Piccoli, quindi, da un lato raccoglie un’eredità, quella dei cartelloni dei cantastorie, e dall’altro introduce le innovazioni che giungono dagli Stati Uniti. Una tavola ricca di colori, con scritte e rime, porta nelle case italiane l’America di Richard Felton Outcault e la Sicilia delle storie della Chanson de Roland.
Durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale anche questo giornale, però, viene “requisito” dal “potere” e diviene uno strumento per la diffusione degli ideali bellici, quindi i suoi fumetti si trasformano in fumi di guerra. Soprattutto nelle tavole di Tofolino, Schizzo (apparso dal n. 37 del 1912 al n. 16 del 1919) e Italino. Nel nome di quest’ultimo tutto un programma: uno sfrenato nazionalismo che esalta la guerra come diritto, come atto eroico. I nemici vengono messi alla berlina, derisi e raffigurati sempre come incarnazione di un male che deve essere distrutto con ogni mezzo, e di questo bisognava convincere anche i bambini, soprattutto i bambini.
La peculiarità dei fumetti italiani di tale periodo, che li rende unici, come si è accennato sopra, è anche dovuta ad una scelta tecnica, infatti essi non hanno la classica nuvoletta che racchiude le parole di ogni personaggio: tutti i dialoghi sono scritti in basso, quasi sempre in ottonari in rima, forse perché il pubblico italiano non è ancora pronto all’innovazione grafica che la nuvoletta rappresenta e preferisce conservare la tradizione orale dei cuntisti o forse perché il fumetto italiano non è figlio di quella leggerezza che si può permettere di volare in una nuvola: le parole in rima sono pesanti e cadono in basso, sotto i piedi dei personaggi. La didascalia è una radice, che lega alla terra e ricorda le miserie umane, fatte di violenza e dolore.
Uno dei maggiori disegnatori del tempo, come si è ricordato, Attilio Mussino, nato a Torino nel 1878, celebrato ancora oggi come uno dei più grandi fumettisti italiani, quando esce il primo numero del Corriere dei Piccoli, il 27 dicembre 1908, è già tra i collaboratori e pubblica in quello storico numero il primo “fumetto” italiano, una tavola con la storia del piccolo nero Bilbolbul. Anche Schizzo è uno dei suoi personaggi e sarà tra quelli utilizzati per propagandare le “imprese” militari italiane, esaltando nazionalismo e colonialismo, due dei mali, comuni alle nazioni industrializzate, che porteranno allo scoppio della Prima guerra mondiale.
In un’epoca in cui non c’è il televisore, e la radio non può trovarsi, per ragioni economiche, nelle case di tutti, il mezzo che consente alle idee di circolare con maggiore facilità è la carta stampata e, tra i meno acculturati che non possono leggere lunghi testi scritti, il fumetto, conseguentemente, diventa mezzo da utilizzare per fini politici e propagandistici.
Quelle di Tofolino, Schizzo e Italino, sono tavole dipinte, a colori, che su un giornale fanno effetto: nell’Italia di inizio Novecento non si è abituati al colore, quindi le tavole del Corrierino attirano anche gli adulti, non solo i ragazzi: tutti leggono i fumetti che esaltano la guerra, che mostrano gli “eroini” del Corriere dei Piccoli impegnati in battaglie, alle prese con bombe ed esplosivi, pronti a sconfiggere il nemico, chiunque esso sia.
Su quei fogli mitici, Tofolino, Italino e Schizzo sono ologrammi e scintille, macchie di colore ipnotizzanti, ideate per coinvolgere le masse, per convincere che la guerra è bella anche se fa male, come dice la canzone del cantautore Francesco De Gregori. Questi fumetti Italiani dei primi del Novecento non sono semplici storie illustrate di guerra: essi rappresentato il volgare tentativo di convincere le masse che la guerra è l’unico mezzo, l’unica via, ma che inoltre non è poi così pericolosa, perché basta buttare una bomba ed il nemico viene annientato. In queste tavole del Corriere dei Piccoli, il nemico è spesso un mostro, un essere deforme. A chi farebbe impressione o dispiacere uccidere un mostro, magari nero e con l’osso al naso? Per chi non era mai stato in Africa, i neri dell’Etiopia e dell’Eritrea erano esattamente come venivano illustrati dai fumetti.
La realtà è ben diversa, il nemico non è carne da macello, ma essere umano di spirito e materia. Prima di accorgersi di questo, l’Europa e il Mondo industrializzato, e quindi l’Italia, hanno immaginato e messo in atto il colonialismo e due terribili guerre mondiali, l’ultima delle quali semi-atomica.
I fumetti hanno più volte reclamizzato la violenza, come nel caso del Corriere dei Piccoli di quegli anni, più o meno direttamente, a seconda dei venti.
Nel dopoguerra, terminato il periodo in cui il Corriere dei Piccoli viene utilizzato a fini propagandisitici, i fumetti “moderni”, quelli con le “nuvolette”, guadagnano terreno. Tutto diventa più leggero: le parole cominciano a volare. Grandi storie d’avventura come Prince Valiant di Harold Foster o Anna della Giungla di Hugo Pratt trasformano l’immagine del Corrierino, aprendo la strada alle ragazze moderne di Grazia Nidasio e alle gallerie di personaggi di Cimpellin e Battaglia. L’ultima stagione interessante del giornale è quella degli anni ’60-’70, in cui l’ormai storico foglio ospita grandi personaggi come Lucky Luke, Luc Orient, Spirù e Fantasio.
Il Corrierino, in questa ultima fase, cede il testimone al Corriere dei ragazzi, sul quale compaiono le vicende di Lord Shark, nome che dà anche il titolo ad una serie a fumetti con testi di Mino Milani e disegni di Giancarlo Alessandrini e successivamente di Enric Siò, comparsa sul Corriere dei ragazzi tra il 1975 e il 1976.
La serie è ambientata nell’India di metà Ottocento sotto il dominio britannico. Protagonista è un ufficiale inglese, di nobile famiglia e con uno scandalo alle spalle che lo ha costretto a prendere servizio in un posto nella frontiera settentrionale, dove ha modo di dimostrare il suo eccezionale coraggio in vari combattimenti con ribelli e predoni delle montagne.
La sua fuga in India è legata al rifiuto di condurre all’altare una ragazza che non lo ama, nonostante le famiglie avessero preconfezionato il matrimoni. Lui scappa fingendosi vigliacco, ma in realtà lo fa per consentire a lei di sposare l’uomo di cui è innamorata.
In India, il nostro protagonista viene catturato da un capo ribelle e trascorre molte settimane in condizioni di prigionia tremende, nel frattempo i suoi commilitoni vengono uccisi ad uno ad uno, ma lui ottiene la libertà perché in un’occasione precedente aveva salvato senza saperlo la vita al figlio del capo. Quando ritorna al suo accampamento viene imprigionato dal suo comandante, furente con lui perché, sfinito, non è in grado di rispondere alle sue domande.
Decide così di disertare, aiutato dal suo attendente indiano e, per una serie di circostanze fortunose, si ritrova a capo di una banda di predoni. Con il nome di Lord Shark attua una sfilza di colpi ai danni degli inglesi, limitando al massimo lo spargimento di sangue, ma mettendo in ridicolo sistematicamente i suoi compatrioti, come una specie di Robin Hood indiano.
Tra le pagine del Corriere dei ragazzi, finalmente, la guerra non è più un atto eroico, perché il vero eroismo risiede in un’etica dell’altruismo e della pace, ed il fumetto che tratta questo tema lo fa in modo critico e giammai adulatorio, perché la guerra è brutta e fa male.